Santiago Posteguillo.

LA FINE DI SCIPIONE. Parte 2.

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Traduzione di: Adele Ricciotti.
2018 - EDIZIONI PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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39. UN APPELLO DISPERATO.
Domus di Tiberio Sempronio Gracco
15 aprile del 184 a.C.
Hora duodecima.

Gracco sapeva che sarebbe stata una notte ardua e carica di tensione, soprattutto dopo aver parlato con Catone, ma quando, al tramonto, giunse quella visita inattesa, cap che la situazione si era complicata oltre l'immaginabile. E che ormai non si poteva fare pi nulla per frenare la violenza scatenata dalla vendetta pianificata da Catone e, di conseguenza, la terribile reazione di Publio Cornelio Scipione.
Una donna desidera vederti, mio padrone annunci uno schiavo, palesemente confuso e nervoso.
Gracco se ne meravigli: lo schiavo era intimorito da una donna? Il servo, notando l'espressione aggrottata del padrone, decise di spiegarsi.
Si tratta di Cornelia Minore, la figlia di Publio Cornelio Scipione.  venuta sola. L'accompagna solo uno schiavo, forte, straniero, armato, che per si  fermato davanti alla porta. La donna  entrata sola e attende nel vestibolo. Che cosa facciamo, mio padrone?
Tiberio Sempronio Gracco assent, lo schiavo usc e dopo un istante la giovane Cornelia fece il suo ingresso nell'atrio. Erano passati pi di cinquant'anni da quando uno Scipione era entrato in quella casa. Ci furono alcuni secondi di silenzio. I due si resero conto che era la prima volta che si trovavano da soli da quando, anni prima, si erano conosciuti durante una festa ormai dimenticata da tutti eccetto che da loro due, quando lei era solo una bambina di cinque anni. In quel momento, dopo tanto tempo, Gracco ritrov quell'intrepida bambina che aveva avuto il coraggio di parlare a un estraneo in casa di suo padre, ora divenuta una delle pi belle giovani patrizie romane. Purtroppo, dopo altri incontri, come quello al Foro Boario, e dopo le lettere furtive che i due si erano scambiati e che avevano aumentato non poco l'interesse che Gracco provava verso la giovane, Cornelia continuava a essere la figlia del suo maggior nemico politico, e non solo: quella notte era la nipote dell'uomo che lui aveva appena ordinato di arrestare.
La ragazza, proprio come in passato, and dritta al punto.
Gracco, non puoi permettere ci che sta avvenendo. Non puoi permettere che mio zio venga incarcerato come un volgare ladro.
Tiberio Sempronio Gracco aveva pensato di offrirle dell'acqua o qualcosa da mangiare, ma la giovane lasciava intendere di non avere tempo da perdere. E aveva ragione. Non era una serata adatta a simili convenevoli.
Tuo zio, Cornelia,  stato condannato da un tribunale. E non tanto per aver rubato, quanto per essersi rifiutato di dare spiegazioni. Io...
Un tribunale straordinario inaccettabile lo interruppe Cornelia. Quello non  stato un processo, ma una farsa...
Un processo che si  gi concluso! la interruppe a sua volta Gracco, alzando la voce. Sono anni che tuo padre e tuo zio si prendono gioco della giustizia di Roma. Il loro processo precedente era rimasto inconcluso e ora  stato terminato. Era una cosa che si doveva fare ed  stata fatta.
E perch non pi davanti al popolo?
Perch tuo padre lo aveva troppo influenzato nel precedente iudicium populi, e il Senato non era disposto a ripetere una simile farsa. Il tribunale ha ascoltato l'una e l'altra parte, le accuse e le allegazioni, ma tuo zio non  stato in grado di spiegare che fine abbia fatto il denaro della campagna d'Asia, e tuo padre aveva distrutto i conti dei quaestores. Che cosa avremmo dovuto fare? Per tutti gli di! Dovremmo lasciare che anche i futuri consoli non rendano pi conto allo Stato? Che chi ottiene una vittoria possa fare ci che vuole? Che possa fare ci che vuole del bottino di guerra? Che possa disprezzare l'autorit del Senato e dei tribunali di Roma? Che possa abbandonare il Comitium prima che si dichiari la sentenza?  questo ci che dovremmo permettere che facciano anche i futuri magistrati di Roma? O che, come Catone, che tanto odio, ci ha sempre fatto notare, tuo padre possa decidere di fare ci che vuole perch ritiene che non ci saranno altri magistrati oltre a lui?
Tu, meglio di chiunque altro, Tiberio Sempronio Gracco, tu che hai combattuto con lui, sai che questo non  vero.
S, Cornelia, ho combattuto con lui e ho capito che oltre a essere un grande militare  anche un uomo che si lascia sopraffare dai sentimenti, come dimostra il fatto che per vendicarsi del tuo avvicinamento a me mi ha affidato missioni impossibili, come negoziare con il re Filippo il passaggio attraverso la Macedonia o situarmi in quella maledetta ala sinistra della battaglia di Magnesia, dove doveva attendermi morte certa. Tuo padre non  capace di tenere separato il pubblico e il privato, e il processo di oggi deve insegnargli a riconoscere il confine tra l'uno e l'altro.
Cornelia lo guardava furiosa, in parte perch alcune delle motivazioni di Gracco erano giustificate, ma lei non era disposta ad arrendersi.
Per tutti gli di, Gracco! Tu sai che mio padre non permetter mai che suo fratello, mio zio, imputridisca dentro un carcere, e far di tutto per liberarlo. Tu sai che tutto questo  un piano di Catone per provocarlo, per obbligarlo ad azioni che lui vuole che mio padre commetta.
Basterebbe che tuo padre accettasse il verdetto. Tuo zio non rimarr molto in carcere; tra qualche mese uscir dal Tullianum e torner la pace se Roma vedr che gli Scipioni non vogliono stare al di sopra della legge.
Qualche mese? Cornelia era fuori di s. Guard a terra, poi il cielo notturno che compariva da sopra l'atrio, poi di nuovo Gracco. Un mese dentro il Tullianum corrisponde a un anno di vita. Mio padre non lo permetter, e molti lo appoggeranno. Gracco, fa' uscire mio zio dal carcere o scoppier una guerra civile.
Mi stai minacciando?
Per tutti gli di, si esasper lei come puoi intenderla in questo modo? E lasciando Gracco stupefatto, Cornelia si prostr davanti a lui, in ginocchio, con lo sguardo basso, implorandolo. Ti prego, per piet, per Roma. Sollev per un istante lo sguardo e lo fiss su di lui. Per me, ti imploro di far uscire mio zio dal carcere. Ti sto implorando in ginocchio. Lo vedi? Sono la figlia di Publio Cornelio Scipione, il pi grande generale di Roma, e non ho timore n vergogna di inginocchiarmi davanti a un tribuno. Te lo chiedo per l'ultima volta: fa' uscire mio zio dal carcere prima che mio padre torni a Roma, prima che mio padre commetta una pazzia che pagheremo tutti.
Tiberio Sempronio Gracco si commosse di fronte a quel gesto. No, non avrebbe mai immaginato che un figlio o una figlia di Scipione fosse capace di inginocchiarsi e implorare. Fu in quel momento che comprese la gravit della situazione. Se la figlia di Scipione era arrivata a quel punto, non lo aveva fatto per paura ma per il totale panico di fronte alla possibile reazione di suo padre, che sarebbe stata probabilmente oltre misura, inimmaginabile, brutale. Ma ormai era tardi per intervenire. Il piano di Catone era avviato.
Non posso fare nulla disse Gracco, e si abbass verso di lei, appoggiando un ginocchio a terra. Non ho abbastanza autorit per liberarlo. Solo il Senato, con una votazione pienamente a favore, potrebbe invertire una sentenza del tribunale straordinario. O una nuova causa, o una nuova sentenza. Io da solo non posso fare nulla.
Cornelia si alz lentamente e si asciug le lacrime col dorso della manica.
Io non posso fare di pi, disse lei ma mio padre s. Ed  sicuro che lo far. N Catone n qualunque altro senatore o console o pretore o chiunque sia a lui alleato hanno la minima idea di ci di cui  capace mio padre.
L'orgoglio tipico degli Scipioni pareva fuoriuscire da ogni poro della pelle di quella giovane. Gracco era stupefatto dalla capacit dimostrata dalla ragazza di passare dalla preghiera alla sfida in un istante.
Mio padre torner a Roma e far uscire mio zio dal carcere. Ci che non posso prevedere  chi rimarr vivo quando tutta questa faccenda sar terminata. Non sono nemmeno sicura che qualcuno sopravvivr. E s'incammin verso il vestibolo.
Gracco la guard allontanarsi. Avrebbe voluto dirle qualcosa ma era rimasto senza parole. Poi la giovane si volt un ultima volta per lanciare il suo dardo pi avvelenato, quello che si conserva per coloro dai quali ci si sente traditi e che prima ammiravamo.
Venendo qui credevo di recarmi nella casa di un uomo giusto, un uomo con cui spesso non sono stata d'accordo ma con cui si pu parlare; per oggi mi sono resa conto di essere venuta a casa di uno schiavo di Catone. Non appena torner alla domus dei miei genitori, mi laver e mi profumer per togliermi di dosso la puzza di miseria e marciume che si respira in questo atrio. E tu, Tiberio Sempronio Gracco, pulisciti bene con aceto il collo, i polsi e le caviglie, perch le catene con cui Catone ti ha imprigionato prima o poi ti corroderanno fino alle viscere.
E se ne and.
Tiberio Sempronio Gracco si port istintivamente la mano al collo, come se avvertisse un pesante anello di ferro che lo soffocava. Non appena si rese conto dello stupido gesto cominci a camminare avanti e indietro per l'atrio. Era nervoso. Un'idea affior alla sua mente: ogni volta che quella ragazza aveva attraversato il suo cammino, lui aveva rischiato la morte. La cosa pi sensata da fare sarebbe stata rinchiudersi in casa e non uscire pi fino all'indomani. Eppure medit di uscire adeguatamente scortato e accertarsi quale fosse la situazione per le strade di Roma. In fondo era un tribuno del popolo.
Gracco si dibatt tra la paura e il senso del dovere. Infine, essendo lui un rispettoso servitore di Roma, il sacro dovere verso la citt ebbe la meglio, cos ordin ai suoi schiavi e al gruppo di veterani a lui fedeli che custodivano la porta della sua casa di armarsi e prepararsi a uscire per pattugliare la citt che aspirava a governare il mondo in una delle notti pi terribili che si sarebbero avute al suo interno dalla sua fondazione.

40. UN CUNICOLO.
Bitinia, Asia Minore
Primavera del 184 a.C.

Annibale procedeva con attenzione, tastando con una mano la parete recentemente scavata mentre con l'altra sosteneva una torcia. La luce della fiamma illuminava gran parte del cunicolo, di cui per non si vedeva la fine. I suoi uomini avevano fatto un buon lavoro. Maarbale sarebbe stato orgoglioso di loro. Avevano lavorato incessantemente per due mesi per terminare quel passaggio. Annibale continu ad avanzare finch non intravide una luce: era l'uscita. Lasci la torcia a terra e procedette lentamente per evitare d'inciampare per colpa di qualche dislivello nel terreno. Non voleva tenere la torcia per non rischiare che da fuori individuassero la luce che indicava quell'uscita.
Usc con molta attenzione, guardandosi intorno. Non c'era nessuno. Seguendo le sue istruzioni, i suoi uomini avevano ammucchiato parecchia erba e fogliame intorno all'uscita per nasconderla; per non gli parve sufficiente, cos raccolse altri rami caduti da arbusti che nessuno aveva mai potato e con essi tapp ulteriormente il foro del cunicolo. Poi ritorn all'interno, in cerca della torcia che continuava a bruciare sulla fredda e umida pietra di quel passaggio. Il cunicolo era ben fatto, largo e solido. Si sarebbe rivelato fondamentale in caso di emergenza.
Annibale si trovava in Bitinia da oltre un anno ormai. Eumene non aveva osato lanciare un altro attacco contro il regno di Prusia, e lo stesso Prusia si era dimostrato abbastanza generoso; aveva perfino permesso loro di celebrare un funerale ragionevolmente degno per Maarbale. Tuttavia Annibale sapeva che il re di Bitinia non avrebbe esitato a utilizzarli come moneta di scambio se le cose si fossero messe male, e quel momento sarebbe arrivato, prima o poi. Annibale si sentiva pi nervoso per quella pace apparente che in vista di un attacco via terra da parte di Eumene. No, qualcosa si stava tramando nel Sud. Ne era certo. Pergamo non sarebbe rimasta per cos tanto tempo inattiva se non fosse perch stava organizzando qualcosa, o aspettando qualcuno. E Annibale sapeva che un aiuto per Pergamo poteva venire da un solo luogo. Era strano che Roma tardasse tanto a rispondere, dopo che lui aveva distrutto la flotta di Pergamo nell'ultima battaglia navale dell'Egeo. Era probabile che qualcosa stesse tenendo i senatori occupati. Anche se lui non poteva sapere cosa stesse accadendo dall'altra parte del mondo, quali fossero gli avvenimenti che gli stavano concedendo mesi di pace.
A ogni modo, dovevano scavare altri cunicoli. Una buona rete di gallerie avrebbe permesso loro di fuggire in caso di tradimento. Sarebbe stato un lavoro arduo, ma tanto non avevano altro da fare. E sarebbe stato un ottimo modo per tenere occupati gli uomini. Scavare altri cunicoli.
L'ombra di Annibale scomparve dietro una curva del passaggio sotterraneo. Tutto rimase immobile, silenzioso, oscuro, nel ventre della terra.

41. UN PUGNALE NELLA NOTTE.
Strade di Roma
16 aprile del 184 a.C.
Prima vigilia.

Tiberio Sempronio Gracco camminava veloce guardando da un lato all'altro della strada. Roma era in rivolta, sul punto di esplodere. Con Lucio Cornelio Scipione in carcere tutto era possibile. Nonostante fosse tribuno della plebe, rappresentante del popolo col potere di accusare e far imprigionare perfino un console della Repubblica, Gracco non possedeva alcuna divisa che lo distinguesse dagli altri, n aveva diritto a una scorta di lictores. Con la citt in subbuglio e piena di uomini armati perfino nel pomerium, tra i seguaci di Scipione da una parte e i fedeli di Catone e dello Stato dall'altro, aveva perci scelto di circondarsi di una piccola guardia di vecchi commilitoni della campagna in Asia che lo rispettavano grazie all'eroismo che aveva dimostrato nella battaglia di Magnesia e nelle altre sue azioni belliche. Alla fine aveva preferito lasciare gli schiavi a casa. Non era una notte adatta a uomini inesperti. Meglio avere con s solo quella mezza dozzina di ex legionari che lo circondavano mentre attraversava il Foro per controllare lo stato della citt. In qualunque altro momento quella guardia lo avrebbe fatto sentire completamente al sicuro, invulnerabile alla sempre pericolosa notte romana, ma in mezzo a quella turbolenza e con lo stato d'animo di tutti carico di odio verso il nemico politico, Gracco sospettava di non aver portato con s abbastanza uomini per assicurarsi un tranquillo ritorno a casa.
Dopo l'accesa conversazione con la giovane Cornelia la sua mente era confusa, quasi offuscata. Stava applicando scrupolosamente la legge, le giustificazioni di Lucio Cornelio erano risultate assolutamente insufficienti, e quell'assurda insistenza con cui gli Scipioni continuavano a volersi mostrare superiori a tutti di fronte al popolo non li aveva di certo favoriti agli occhi dei giudici della causa extraordinaria. Anzi, perfino tra la plebe l'idea di Catone secondo cui gli Scipioni tramavano per raggiungere un potere permanente dello Stato e comportarsi come dittatori a vita stava prendendo piede. Pur tuttavia, gran parte della popolazione continuava a essere dalla loro parte. Roma restava divisa, spaccata in due.
Gracco si ferm di fronte alle tabernae veteres. Varie pattuglie di triumviri stavano attraversando il Foro in diagonale, in direzione nord-ovest. Il tribuno sapeva che andavano a rafforzare le fila dei soldati che custodivano Lucio Cornelio, temendo che il fratello Publio avesse riunito abbastanza uomini da attaccare la prigione e liberarlo, dando cos il via a uno scontro le cui conseguenze sarebbero state imprevedibili.
Non sfoderate le armi disse Gracco riprendendo la marcia.
I suoi uomini annuirono mantenendo la mano sull'impugnatura dei loro gladii, pronti a usarli alla prima occasione. Gli ex legionari sapevano perfettamente che avrebbero dovuto evitare di svoltare per il Vicus Tuscus, che avrebbero dovuto quindi prendere la via pi breve per tornare alla casa di Gracco, poich proprio in quella via, all'altezza del Tempio di Castore, si trovava la domus di Scipione, dove certamente si stavano riunendo tutti i fedeli al suo clan. Cos il gruppo procedette attraversando il Foro longitudinalmente, lasciandosi alle spalle il Tempio di Vesta, la residenza del Pontifex Maximus, fino a raggiungere il Tempio di Giove Statore dove s'incontrava la Via Nova; l svoltarono per il Clivus Victoriae di ritorno verso la domus dopo quel lungo giro.
Gracco per continu a camminare allontanandosi dal centro della citt. Il tribuno procedeva spedito senza esitazione. Dopo quello che aveva visto, con tutti quei fedeli di Scipione che correvano armati per la citt, non voleva tornare a casa senza prima assicurarsi che il piano di Catone stesse seguendo il suo corso. Imbocc cos la Via Tuscolana che, passando tra il Monte Esquilino e il Colle Celio, lo avrebbe portato fino alla Porta di Celio, nelle mura orientali della citt.
Arrivarono tutti sudati dopo la veloce marcia guidata dal tribuno, per Gracco si vide ricompensato nel trovare esattamente ci che cercava. Dalla grande porta orientale stavano entrando, armate fino ai denti e con l'espressione agguerrita, tutte le restanti legiones urbanae, richiamate per ordine del praetor urbanus e su richiesta del Senato comandato da Catone. Con tali truppe il controllo della citt sarebbe rimasto in mano alla Repubblica. Ci nonostante, non era escluso che gli Scipioni, guidati da un Publio colmo di rancore e accecato dalla rabbia, causassero una rivolta che li avrebbe portati infine alla morte, non prima per di aver trascinato con s molti dei legionari che stavano entrando proprio in quel momento in citt.
Vista la situazione, Tiberio Sempronio Gracco and a presentarsi a uno dei centurioni delle legiones urbanae e questi gli assicur che avrebbe inviato subito un manipolo intero per proteggere la sua casa o seguire lui e il gruppo se avessero deciso di continuare la ronda notturna. Gracco ringrazi ma declin la seconda offerta; con i suoi pochi uomini aveva infatti maggior libert di movimento.
Baster che mandi i legionari a proteggere la mia casa rispose. Era la cosa pi sensata; se gli Scipioni avessero avviato una guerra personale, la sua domus sarebbe stata uno dei primi luoghi presi d'attacco.
Quindi Gracco riprese il cammino e attravers la Porta di Celio, usc dalla citt e aggir le mura fino a tornare all'interno di Roma dalla Porta Capena. Da l, accompagnato dai suoi sei uomini, si diresse immediatamente al Circo Massimo. Il suo intento era quello di tornare a casa prendendo il Clivus Victoriae da sud.
Gracco pens che forse sarebbe stato meglio accettare la guardia delle legiones urbanae, per, muovendosi pi liberamente, aveva finora evitato scontri. Non era per timore, ma perch in quanto tribuno della plebe, rappresentante dell'autorit del popolo, doveva evitare ogni possibile incidente. Intanto la sua casa, la sua intera propriet, i suoi schiavi, tutto era difeso dal manipolo che il centurione aveva fatto appostare di fronte alla sua domus.
A un tratto, dalle ombre delle gradinate del Circo Massimo, emersero una decina di uomini armati. Brandendo le spade, si lanciarono selvaggiamente contro di loro. Per difendersi meglio, i soldati di Gracco gettarono a terra le torce con cui avevano illuminato le buie vie romane. Ebbero appena il tempo di sfoderare i gladii per parare la prima ondata di colpi, ma essendo in minoranza in due caddero, attraversati dalle spade dei sicari. Gracco non era stato ancora attaccato, come se quei maledetti intendessero riservarlo per il finale, come fosse la portata pi ghiotta di un pasto. Il fetore proveniente dalla Cloaca Maxima avvertiva che erano molto vicini al cuore di Roma, al quale per era impossibile arrivare. Cinque di quei maledetti bloccavano loro il cammino e altri cinque li stavano raggiungendo da dietro, anche se il loro effetto sorpresa si era gi esaurito. Due degli uomini del tribuno si scagliarono contro i sicari che impedivano il passo e altri due si lanciarono contro quelli che volevano sorprenderli di spalle. Gli ex legionari erano soldati esperti, abili nel colpire senza dare scampo al nemico. Due degli attaccanti davanti vennero immediatamente abbattuti, poi due di quelli alle loro spalle. Gracco si un al gruppo in avanguardia. Le spade sbattevano tra loro generando un rumore assordante nella notte di Roma. Le ombre dei combattenti si allungavano a dismisura, delineate dalle fiamme delle torce che si consumavano al suolo.
D'un tratto l'ex legionario alla destra di Gracco lanci un grido inequivocabile. Il difensore cadde al suolo e il tribuno sospese la lotta contro l'avversario che aveva davanti per attaccare chi aveva appena ammazzato uno dei suoi. Ma l'altro nemico gli fu addosso. Un altro ex legionario allora s'interpose e ricevette il colpo al posto suo, cadendo ferito a morte. Gracco fu addosso all'avversario a destra, fer quello di fronte e par il colpo di quello a sinistra. I suoi uomini, compagni leali, avevano dato la vita per lui e adesso il tribuno combatteva pieno di odio. Uno dei nemici feriti si contorceva a terra, mentre l'altro riusc ad alzarsi e a darsi alla fuga nascondendosi tra le ombre della notte.
Mentre gli ultimi attaccanti fuggivano, Tiberio Sempronio Gracco si volt e vide che due dei suoi uomini erano ancora vivi, anche se sudati e ricoperti di sangue.
A quanto pare gli Scipioni hanno gi cominciato a saldare i conti disse uno dei due continuando a brandire la spada come per assicurarsi che non ci fossero altri nemici da abbattere, mentre il sangue suo e del nemico gli scivolava lungo le braccia.
Gracco annu. A terra restava un sicario ferito. Il tribuno si avvicin all'uomo che si contorceva per il dolore. Lo afferr per i capelli e tir con forza per fargli alzare il mento. Voleva vedere bene in faccia almeno uno di quegli uomini che avevano osato attentare alla vita di un tribuno della plebe.
Chi ti manda, maledetto? Per tutti gli di, dimmi chi ti manda o ti ammazzo all'istante! grid tirandogli talmente forte i capelli da farlo urlare.
Scipione... Aaah! Ci manda l'Africano! rispose il soldato ferito tra i gemiti di dolore.
Gracco lasci di colpo i capelli del sicario facendogli sbattere la testa contro il suolo. Un altro gemito. Stava per prenderlo a calci, ma riacquist un contegno degno della sua carica. Non si trovava pi in mezzo a un campo di battaglia, o almeno non ancora. Erano a Roma. Doveva agire secondo la legge. La legge era l'unica cosa che avevano per sopravvivere a quella notte infame. Senza di essa, nulla pi li avrebbe distinti gli uni dagli altri.
Uno dei suoi uomini cominci a perquisire i cadaveri dei sicari. Si ud un tintinnio di monete che rotolavano a terra. L'ex legionario si avvicin allora a Gracco con il palmo aperto. L'altro accost la torcia per fare luce. Davanti agli occhi dei tre uomini apparve l'effigie dorata del re Antioco, scolpita sopra una dozzina di monete d'oro che risplendevano con irritante potenza.
Sono talenti dell'Asia disse il soldato che aveva raccolto le monete. Talenti come quelli che Antioco aveva pagato agli Scipioni dopo Magnesia. Tutto coincideva.
I soldati rispettarono il silenzio di Gracco. Erano uomini fedeli al tribuno, per anche a loro doleva che un grande eroe di Roma si rivoltasse in questo modo contro la citt dopo aver combattuto tanto per essa. Era triste constatare in cosa si era convertito il leggendario Africanus.
Tutto quadra, tribuno disse uno dei sopravvissuti all'attacco.
Era cos.
S, cos si chiude il circolo. Publio Cornelio Scipione, alla fine, ha attaccato Roma. Tutto quadra, certamente conferm Gracco.
E ripresero a camminare lentamente verso il Clivus Victoriae. La mente del tribuno per ribolliva. Era tutto cos chiaro, perfetto, da essere sospetto. All'improvviso si rese conto di una cosa strana. Era stato un attacco feroce, violento, e lui non aveva nemmeno un graffio. Quattro dei suoi erano rimasti uccisi e due feriti; e all'inizio gli attaccanti non si erano nemmeno diretti a lui. Era pur vero che i suoi uomini lo avevano difeso a costo della vita, per... E poi c'erano le monete. Di quali altre prove aveva bisogno? Eppure sapeva che Scipione non era tipo da esitare quando voleva eliminare un nemico, e nella campagna in Asia gli aveva affidato le missioni pi rischiose con l'obiettivo di provocare la sua morte. Per fortuna gli di si erano dimostrati magnanimi nei suoi confronti e avevano voluto salvarlo. E ora, quella notte, tutto era cambiato. Era Scipione ad aver cambiato idea? No, qualcosa non quadrava. C'erano le monete, certo, ma i talenti d'Asia circolavano in tutta Roma e potevano provenire da chiunque. Molti soldati avevano portato delle monete dall'Asia. Inoltre, se Scipione avesse deciso di ucciderlo a Roma, si sarebbe trattato di una vendetta talmente personale che non avrebbe incaricato dei sicari ma l'avrebbe affrontato di persona, guardandolo in faccia. Publio Cornelio Scipione poteva avere molti difetti ma non era uomo da pagare altri per fare il lavoro sporco. No, non era il suo stile.
Tiberio Sempronio Gracco si ferm un istante. Annu lentamente. Qualcosa, nel fondo della sua mente, un ricordo, lo fece trasalire. Inspir a fondo. La Cloaca Maxima, con il suo fetore, copriva un altro odore, pi debole, che pure c'era. S, c'era.
Che cos'era quell'odore?
I suoi uomini si guardarono tra loro senza capire il senso della domanda. Gracco comprese che non potevano aiutarlo. Si volt e torn sui suoi passi, verso i cadaveri che avevano lasciato a terra. Erano ancora l, tra le ombre del grande Circo Massimo. L'odore e il ricordo crescevano nella sua mente. C'era sempre stato, per tutto il tempo, nella voragine di quella lotta, il messaggio contenuto in quell'odore, il segreto di quell'attacco.
Gracco s'inginocchi accanto al primo dei cadaveri che incontr. Si chin sul petto del sicario morto e inspir profondamente. Porri. Quel maledetto odore era puzza di porri.
Si rialz lentamente. Le monete potevano arrivare da molti posti, ma quell'odore inconfondibile rendeva tale anche la loro provenienza. Nessuno, in quella citt, accumulava tanti porri come Marco Porcio Catone. In quel momento ricord la frase di un'opera di Plauto: Altera manu fert lapidem, panem ostentat altera [Tiene in pugno una pietra e ti offre con l'altra mano un boccone di pane]1. Gracco fece ruotare il collo da una parte all'altra per tentare di allentare la tensione che gli irrigidiva i muscoli. Prov a frenare i pensieri. Avrebbe preferito non giungere a conclusioni affrettate.
I suoi uomini lo osservavano a distanza, confusi, erano nervosi, ma Gracco sapeva che non ci sarebbero stati altri attacchi quella notte, per lo meno non da parte degli Scipioni. No. Catone, con quello stratagemma, aveva voluto assicurarsi che lui restasse dalla sua parte in Senato, ma lui cominciava a essere stanco. Erano troppe le cose da digerire: non gli piaceva essere preso per un imbecille, n che lo manipolassero, n che fingessero un attacco a un tribuno della plebe facendo in modo che sembrasse opera di un altro, quando invece era stato organizzato dallo stesso censore di Roma. No, Gracco era stanco di quella situazione, di trovarsi in mezzo alla rivalit tra Scipione e Catone. Forse era arrivato il momento di aprire una terza via per Roma. Scipione poteva essere un pericolo, ma il modo con cui Catone agiva contro il leggendario vincitore di Annibale rappresentava un pericolo altrettanto grave, sia per Roma che per lo stesso Gracco.
Il tribuno torn dai suoi uomini che lo attendevano con la spada in mano, ancora tesi, attenti alle ombre della notte. Pass loro davanti e poi, insieme, ripresero il cammino verso casa. Gracco meditava su certe decisioni che avrebbero dovuto cambiare il corso della storia. Doveva riflettervi con estrema attenzione. Sapeva che quella notte si stava muovendo sul filo del rasoio e che, se si fosse sbagliato, qualcuno avrebbe brandito quello stesso rasoio per tagliare non solo il suo collo, ma anche quello di Roma.
1. PLAUTO, Aulularia, 195.

42. GLI DI EGIZI, GLI DI ROMANI.
Alessandria
Aprile del 184 a.C.

Il vecchio medico egizio usc dalla piccola stanza in cui si trovava Khepri. Il volto dell'anziano non lasciava dubbi, tanto che le sue parole suonarono inutilmente crudeli per Netikerty.
Non si pu fare altro che pregare gli di.
Netikerty, accucciata accanto al fuoco del camino, si asciugava le lacrime con la manica della tunica. Il medico continuava a parlare da una sedia. Era come se volesse spiegarsi quando nessuno gli aveva chiesto spiegazioni.
Non lo capisco. La ferita  stata perfettamente ripulita. Un taglio profondo ma che si  cicatrizzato bene. Eppure la febbre non si abbassa. Non  normale.  come se una parte del suo corpo fosse guarita e un'altra no. Non lo capisco.
Netikerty fiss lo sguardo sulle fiamme del camino. Da giorni pregava Horus e Osiris, Bes e tutti gli altri di egizi, implorando con tutte le sue forze che restituissero la salute al suo unico figlio, l'unico bene che le restava, l'unico bene che possedeva, l'unica cosa che dava un senso a quell'esistenza confusa, vissuta in mezzo alle guerre degli uomini. E adesso si sarebbero presi anche lui, il suo sangue, che stava guarendo solo in parte, non abbastanza. Sangue del suo sangue, ma anche sangue romano che gli scorreva nelle vene.  come se una parte del suo corpo fosse guarita e un'altra no. Suo figlio era per met egizio e per met romano.
Netikerty si alz di scatto come una giumenta gelosa e, rapida come una saetta, spalanc la porta e scomparve nel buio della notte. Nella stanza rimasero solo il medico e la sorella della madre del malato, che guardava l'anziano come per scusarsi di quel comportamento.
 molto spaventata la giustific.
Il medico assent. Rispettava il dolore dei familiari dei suoi pazienti. Ognuno reagiva in modi diversi. Normalmente una madre restava al capezzale del figlio fino all'ultimo istante, per non era la prima volta che vedeva una madre fuggire. Aveva assistito a cos tanto dolore nella sua vita da non essere in grado di giudicare nessuno, quindi si limit a un commento pratico.
Torner allo spuntar del giorno. Sarebbe il caso che qualcuno vegliasse il malato tentando di abbassargli la febbre con panni umidi.
La sorella di Netikerty rispose che se ne sarebbe occupata lei. Era comunque stupita del fatto che sua sorella, di indole tanto coraggiosa, fosse fuggita nel mezzo della notte lasciando il figlio ferito e privandolo delle sue cure. Non riusciva a capirla, ma del resto ben poche volte aveva compreso le azioni della sorella, anche se poi si erano sempre rivelate azzeccate. Probabilmente quella notte era distrutta dal dolore. In ogni caso non la biasimava, ne era solo rattristata. Accompagn il medico alla porta, la richiuse e si sistem accanto a Khepri.
In quella notte nuvolosa, senza stelle, Netikerty vagava per le strade di Alessandria. Era primavera e la frescura stava facendo bene alla sua mente accaldata e tramortita. Non poteva perdere Khepri, non poteva perdere il suo unico figlio. Non aveva altro che lui. Nient'altro. Camminava velocemente, quasi correndo, attraversando le strade senza nemmeno guardare ai lati, per fortuna poco trafficate di carri a quell'ora della notte, senza luci, senza luna, senza nient'altro che il dolore e la preoccupazione. Nessuno la molest, il cielo minacciava tormenta, e perfino i delinquenti si nascondevano per timore di essere sorpresi da tuoni e fulmini.
Netikerty arriv cos a casa di Cassio senza problemi nonostante l'orario, senza che nessuno attentasse alla sua vita, una vita che senza suo figlio non avrebbe avuto pi alcun senso. Buss alla porta, gli schiavi aprirono e, riconoscendo la donna che il padrone aveva gi ricevuto altre volte e alla quale forniva regolarmente denaro, la lasciarono passare. L'accompagnarono nell'atrio dove la fecero attendere mentre l'atriense si addentrava nella casa per chiamare il suo padrone.
In quel momento scoppi la bufera e il ventre colmo delle nubi scaravent brutalmente il suo contenuto su una Alessandria che tentava di dormire, ignara dei tuoni e dei fulmini che cominciavano a susseguirsi.
Cassio si present nell'atrio per ricevere, ancora una volta, quella donna che sempre lo sorprendeva con le sue apparizioni inaspettate. Stava per rivolgerle la parola quando, proprio l, nell'atrio, nel mezzo di una pioggia torrenziale che stava inondando tutto, la vide inginocchiata di fronte al piccolo altare degli di romani che lui aveva fatto costruire davanti a una delle pareti del patio. Cassio ud la voce di quella donna, completamente bagnata, imperturbabile alla pioggia e al vento che si stavano scatenando sulla citt, che parlava un linguaggio incomprensibile, mormorando parole in demotico, ma con cadenze e sillabe che si ripetevano rendendo chiaro che si trattava di una lunga e profonda orazione. Cassio comprese che quella notte la donna non era venuta per chiedere denaro o inviare una lettera.
Preparate teli e una coperta ordin all'atriense. Quando avr terminato dovr asciugarsi o morir di freddo. E rest l, a osservarla, ammirandola mentre sotto quella pioggia implacabile continuava a pregare degli di che non erano nemmeno i suoi.

43. UN MESSAGGIO DIFFICILE DA RIFERIRE.
Roma
16 aprile del 184 a.C.
Seconda vigilia.

La luce del giorno non era ancora spuntata. C'era ancora tempo prima dell'alba. Plauto guardava da un lato all'altro della strada. Il Clivus Victoriae era deserto. In fondo s'intravedeva un gruppo di soldati delle legiones urbanae appostati di fronte alla casa di Tiberio Sempronio Gracco, tribuno del popolo. Roma era immersa in una strana calma. Era stata una notte carica di tensione e poteva convertirsi in una mattina sanguinaria. Dopo l'arresto e l'incarcerazione di Lucio Cornelio Scipione le strade si erano fatte molto pi pericolose.
Uno dei triumviri che il tribuno gli aveva inviato per scortarlo dalla sua casa sull'Aventino lo incit a non fermarsi.
Per Ercole, il tribuno vuole vederti subito. Non possiamo farlo attendere.
Plauto riprese immediatamente la marcia. Da tempo ormai non avvertiva pi la paura. Nei suoi sessantacinque anni di vita aveva conosciuto la guerra, la fame e la schiavit. Per aveva anche goduto di certe comodit e lussi dopo il successo ottenuto con le sue opere. Non era spaventato, piuttosto preoccupato. Considerava se stesso un essere debole, piegato dagli anni; in vecchiaia non trovava pi energie per il coraggio e l'eroismo. Sicuramente, e questo lo tormentava, in quella stagione della sua esistenza non avrebbe osato intercedere per Nevio come aveva fatto in passato. Ora, ogni giorno, qualunque cosa gli costava sforzo, perfino scrivere, anche se continuava a comporre nuove opere che lo mantenevano in contatto con la vita, la vita da scrittore, da attore, con il palcoscenico, per allo stesso tempo distante dalla vita politica, dalle nuove guerre, dalla costante lotta per la conquista del potere.
Era rimasto sorpreso alla notizia dell'incarcerazione di Lucio Cornelio Scipione. Le accuse di Catone contro gli Scipioni erano aumentate negli ultimi anni ed erano note a tutti. Plauto non provava indignazione, tutto ci non lo riguardava; piuttosto provava pena. Scipione, Publio Cornelio Scipione, in passato lo aveva aiutato, in ben due occasioni. Non gli faceva certo piacere che Catone avesse condannato il fratello di colui che si era dimostrato magnanimo nei suoi confronti, ma cosa poteva farci? Del resto, che cos'era lui in confronto all'immenso potere delle famiglie senatoriali di Roma? Solo un modesto scrittore, una formica, un essere insignificante, un torrente di parole che intratteneva Roma, senza soldati n legioni, n appoggi politici.
Anche nelle sue opere aveva ormai ridimensionato le critiche contro il Senato, ridotto i dialoghi, aumentato i cantica. Non aveva pi intenzione d'indispettire i patrizi, men che meno Catone. Un giorno, ne era sicuro, quell'uomo avrebbe proibito perfino il teatro, anche se ci lo avrebbe reso impopolare tra i Romani. Plauto sperava di essere gi morto quando fosse giunto quel momento.
A ogni modo, nel mezzo di quei folli avvenimenti, il tribuno della plebe, Tiberio Sempronio Gracco, aveva inviato una pattuglia di triumviri per buttarlo gi dal letto e condurlo alla sua domus nel Clivus Victoriae.
Le porte della casa si spalancarono e i legionari che le proteggevano si spostarono di lato per lasciar passare Plauto. I triumviri restarono fuori. Quando le porte si richiusero di colpo, si trov solo in un piccolo vestibolo. Uno schiavo usc da una porta laterale e gli indic l'atrio che s'intravedeva in fondo. L, seduto su una cathedra, c'era il tribuno del popolo.
Tiberio Sempronio Gracco non si alz, n gli offr da bere. Tutti sapevano che era un uomo che odiava perdere tempo, sia in battaglia che in politica.
Ti ho fatto chiamare perch ho bisogno che tu riferisca un messaggio da parte mia.
Plauto avanz un poco fino a rimanere a quattro passi di distanza da Gracco.
Un messaggio? domand confuso. Sono sicuro che il tribuno pu trovare persone pi agili e veloci per riferire messaggi. Lo dico con rispetto, le mie ossa non sono pi quelle di una volta e io non sono mai stato un granch come soldato...
Il tribuno sollev una mano e Plauto tacque. Sapeva quando era il momento di ascoltare.
Non  cos facile, Tito Maccio Plauto. Questo messaggio deve essere riferito dove io non sono il benvenuto, dove nessuno che rechi un mio messaggio lo sarebbe. A te, invece, apriranno le porte. Una volta dentro dirai ci che ora ti spiegher.
Plauto assent, anche se non riusciva a capire del tutto, quindi domand: A chi devo riferire il messaggio?.
A Publio Cornelio Scipione fu la risposta diretta.
Plauto rimase in silenzio, immobile, riflettendo. Era chiaro: il tribuno della plebe voleva comunicare con il suo nemico politico, poich era noto che Gracco fosse sempre stato dalla parte di Catone e contro gli Scipioni. Ed era logico che n Gracco n alcun inviato del tribuno sarebbe stato accolto nella casa di Scipione, specialmente dopo l'arresto di Lucio Cornelio e le risse avvenute per le strade di Roma tra gli alleati degli Scipioni e i legionari comandati dal Senato. Il tempo delle parole sembrava essere finito.
Non appena pronuncer il tuo nome cominci Plauto Publio Cornelio mi caccer da casa sua.
Gracco sorrise.
 probabile. Non ho detto che sar un compito facile. Per prima dovresti ascoltare il messaggio che vorrei gli riferissi.
Plauto inchin la testa in segno di accettazione, e il tribuno inizi a parlare.
Gracco fu chiaro e preciso, e con le giuste parole espose un messaggio in parte umiliante per gli Scipioni, in parte carico di speranza. Un messaggio complesso. Un messaggio difficile da riferire, pericoloso da esporre, delicato da spiegare.
Lo scrittore ascolt attento e in silenzio. Non interruppe mai il tribuno e parl solo quando questi ebbe terminato.
Publio Cornelio non accetter mai i termini della tua proposta, tribuno.
Tiberio Sempronio Gracco si alz lentamente dalla propria cathedra e avanz verso Plauto.
Non ti ho fatto venire per conoscere la tua opinione. Tu sei solo un mezzo, non colui che decide. So gi che la mia  una proposta complicata. Se fosse stata semplice avrei inviato un qualunque legionario al mio comando, o un triumviro, o un altro tribuno. Tito Maccio Plauto, non voglio che tu riferisca semplicemente il messaggio a Scipione: voglio che tu lo convinca che accettare il patto che io gli propongo  la miglior cosa da fare. Sei uno scrittore, secondo molti il migliore di tutta Roma. Nessuno  pi abile di te con le parole. So che sar difficile persuadere Publio Cornelio Scipione, ma so anche che se esiste qualcuno che pu riuscirci, quello sei tu, Tito... Maccio... Plauto.
Lo scrittore fece un passo indietro e abbass lo sguardo.
Suppongo di non poter rifiutare il compito.
Supponi bene rispose Gracco, ma subito cambi il tono di voce e, pi conciliante, riprendendo posto a sedere, tent di coinvolgere emotivamente l'interlocutore nella missione che lo aspettava. Pensaci bene, pensa bene a quello che propongo.  la scelta migliore per porre fine a quello che sta succedendo a Roma. Qualunque altra opzione condurrebbe alla guerra civile, alla morte, al terrore; e naturalmente le opere teatrali cesserebbero per molto tempo, forse per sempre. Tutti siamo schierati da una parte o dall'altra. E non ci sar alcuna piet per la parte sconfitta. So che nella tua vita hai conosciuto il dolore e la sofferenza, ma non hai ancora visto il peggio. Il sangue tinger di rosso la Cloaca Maxima e il fango delle sponde del Tevere si riempir di cadaveri in decomposizione. Ma siamo ancora in tempo per fermare tutto questo. Catone sta portando Publio Cornelio Scipione al limite. Per questo ha ordinato di imprigionare suo fratello. Sapeva che la reazione di Publio Cornelio sarebbe stata violenta. Il mio patto  l'unica possibilit per uscirne. In pi di un'occasione quest'uomo ti ha aiutato; non credi che riferirgli il mio messaggio sarebbe un modo per rendergli il favore? Pensaci, Tito Maccio Plauto. Per Ercole e per tutti gli di, pensaci attentamente. Per il bene di Roma, per il bene di tutti, per il tuo, pensaci attentamente e decidi. Se non hai intenzione di recarti a casa sua per convincerlo, allora  meglio che tu non vada. Se dietro le tue parole non ci sar la tua stessa convinzione, sar impossibile persuadere Scipione. Tito Maccio Plauto, guardami negli occhi e dimmi che non credi che il mio patto sia la soluzione migliore. Se me lo dirai, ti lascer andare. I triumviri ti scorteranno fino a casa, per poi, appena sarai dentro, spranga bene porta e finestre e tappati le orecchie perch la carneficina sta per cominciare.
Plauto sollev lo sguardo da terra e lo fiss sul tribuno. Sapeva della veemenza con cui Gracco difendeva le proprie idee e quella notte comprese che lui era uno dei pochi uomini capaci di alzarsi in Senato e farsi udire da tutti, anche con opinioni contrarie a quelle di Publio Cornelio o di...
Sei davvero sicuro di poter rispettare la tua parte del patto? gli domand.
Posso farlo.
Anche andando contro Catone? insistette Plauto.
Contro lo stesso Catone, se necessario. Se Publio Cornelio Scipione accetter il mio patto avr la forza, l'energia e gli appoggi sufficienti perch il Senato approvi il mio piano. Anche se Catone dovesse opporsi, sono sicuro che vincerei la votazione, quest'ultima maledetta votazione. La vincer, Plauto, giuro su tutti gli di che la vincer.
Plauto strinse forte le labbra. Era chiaro che l'arresto di Lucio Cornelio Catone stava spingendo gli Scipioni alla lotta armata che sarebbe potuta sfociare in una guerra civile. Gracco aveva ragione, la guerra era sempre la cosa peggiore. Qualunque altra opzione sarebbe stata migliore.
D'accordo, riferir il tuo messaggio disse ormai convinto, e vide che Gracco rilassava i muscoli.
Bene rispose il tribuno, e senza nemmeno offrire un bicchiere d'acqua al suo interlocutore si alz e usc dall'atrio scortato da alcuni legionari.
Plauto non se la prese per la sua inospitalit. Quell'uomo stava cercando la maniera di evitare il peggiore dei disastri. Non c'era tempo per le gentilezze. Gracco doveva organizzare tutto il necessario per fare la sua parte nel patto proposto, sempre che Scipione lo accettasse, cosa che Plauto riteneva assai improbabile.
Lo schiavo che lo aveva ricevuto torn per accompagnarlo alla porta principale. In pochi minuti si ritrov nel Clivus Victoriae. I triumviri che lo scortavano si fecero di lato. Tutti, lui incluso, si appoggiarono al muro di una casa per lasciar passare vari manipoli delle legiones urbanae che, in direzione nord-ovest, marciavano verso il Foro. Chi li aveva richiamati? Catone, Gracco... gli Scipioni? Non appena le truppe lasciarono libera la strada, i triumviri ripresero il cammino verso sud, di ritorno all'Aventino, ma Plauto li ferm.
No disse con tono fermo. Andiamo verso il Foro. Alla domus di Publio Cornelio Scipione.
I triumviri restarono di sasso. Era il giorno peggiore per recarsi in quella casa, ma avevano ricevuto l'ordine di scortare quell'uomo ovunque avesse deciso di andare.
Alla casa di Scipione, ho detto.
E, senza attendere risposta, Plauto si diresse verso il Foro. I triumviri deglutirono e lo seguirono. Se fosse successo qualcosa a quell'uomo il tribuno in persona avrebbe strappato loro le viscere. Cos aveva detto. E il tribuno era un uomo di parola. Nervosi e maledicendo la loro sorte, seguirono dunque quel pazzo che li stava conducendo a morte certa.
Tito Maccio Plauto camminava convinto di ci che doveva fare. Gracco aveva ragione, lo aveva persuaso, e ogni momento che passava era sempre pi sicuro che quella sarebbe stata la scelta pi giusta per evitare la guerra civile a Roma. Aveva deciso cosa dire, quali parole usare, per il dubbio lo opprimeva: sarebbero bastate le sue parole a convincere l'uomo pi potente del mondo? Avrebbe avuto bisogno di un alleato, ma chi? Non c'era uomo capace di piegare la volont di Scipione, n sul campo di battaglia n a Roma. A ogni passo Plauto si rendeva sempre pi conto che le sue parole non sarebbero state sufficienti. Poi, improvvisamente, la sua mente ebbe un lampo: certo, aveva bisogno di un alleato, ma questi non poteva essere un uomo.

44. UN PATTO DI SANGUE.
Roma
16 aprile del 184 a.C.
Tertia vigilia.

Plauto e i triumviri si diressero verso il nord della citt passando per il Clivus Victoriae. Dopo aver attraversato la Via Sacra svoltarono a sinistra ma, all'altezza del Tempio di Castore che s'innalzava proprio sulla confluenza tra la Via Sacra e il Vicus Tuscus e davanti alla residenza degli Scipioni, trovarono la strada bloccata. Un centinaio di uomini in corazza e cotte di maglia e armati di gladii impedivano il passaggio. Tra loro c'erano vecchi soldati che dovevano aver recuperato le antiche armi ossidate da bauli dimenticati nelle loro umili case nei dintorni di Roma o sulle sponde del Tevere; e cos pure giovani risoluti, con armi lucenti che denotavano la condizione di figli di patrizi; infine, erano presenti anche ufficiali veterani che avevano combattuto in innumerevoli battaglie. Nessuno di loro aveva un'espressione amichevole sul volto. Alla luce delle torce, in quella notte cos carica di tensione, gli sguardi di quei soldati erano gelidi, decisi: erano pronti a sfoderare le spade e a lanciarsi alla prima provocazione.
I triumviri che accompagnavano Plauto rallentarono il passo. Sapevano che non sarebbe stato facile avvicinarsi alla casa del generale dei generali, ma nemmeno si aspettavano un tale dispiegamento di forze.
Questi vengono per il generale Scipione! Per Ercole, vengono per l'Africanus! grid una voce tra i soldati che bloccavano la strada.
I triumviri arrestarono di colpo la marcia.
Fermi tutti! Per Giove! Che nessuno si muova o ci uccideranno tutti! grid Plauto.
Quelli gli obbedirono come se si trattasse dell'ordine di un generale. Plauto allora prese una delle torce dalle mani di un triumviro e avanz lentamente verso il nutrito gruppo di soldati appostati vicino al Tempio di Castore. Si ud l'inconfondibile suono delle spade sguainate. La guerra non si dimentica. Plauto l'aveva vissuta in passato e ne riconosceva ogni rumore, ogni sguardo, ogni rapido movimento del nemico. Lo scrittore sapeva di avere poco tempo prima che uno di quegli esaltati provasse a trafiggerlo. E avrebbe centrato il bersaglio. Erano molti i veterani esperti in quel gruppo.
Sono Tito Maccio Plauto! Sono un amico di Scipione! Sono un amico dell'Africanus! Questi uomini mi accompagnano, non vengono per il generale!
Tra i soldati si diffuse un mormorio crescente. Emerse allora, tra di essi, la figura di un ufficiale di alto rango. Plauto riconobbe immediatamente Gaio Lelio ma si stup della freddezza con cui lo ricevette. L'espressione preoccupata di Lelio faceva intendere che la situazione era molto pi grave di quanto avesse immaginato.
Lasciate passare quell'uomo! grid Lelio, e spinse vari uomini perch obbedissero e si facessero rapidamente da parte, poi si rivolse allo scrittore. Puoi passare, ma spero che tu abbia un buon motivo per venire qui proprio questa notte; poich questa notte ci sta portando tutti dritti all'inferno!
Plauto si fece avanti lentamente. Un altro veterano gli si avvicin, gli tolse di mano la torcia e lo perquis in cerca di un'eventuale daga che potesse attentare alla vita del generale.
Non ha armi disse, e si allontan.
I triumviri restarono a una trentina di passi di distanza senza sapere bene cosa fare. Lelio chiar loro le idee.
E voi, miserabili, allontanatevi da qui pi in fretta possibile, prima che ordini ai miei uomini di trafiggervi o tagliarvi la testa; e dite al vostro padrone che non un solo triumviro o legionario delle legiones urbanae avr salva la vita se oser farsi vedere tra il Tempio di Giano e il Tempio di Castore!
La domus di Scipione s'innalzava proprio in mezzo ai due templi. Il messaggio era chiaro. I triumviri se ne andarono correndo; un gruppo non si ferm finch non fu davanti alla residenza di Tiberio Sempronio Gracco, l'altro continu a correre per raggiungere le legiones urbanae che, a quanto si diceva, si stavano armando a sud della citt, tra la Porta Capena e l'Acquedotto Appio. Intanto a nord, presso il Campo Marzio, si stava raggruppando l'altra legione della citt. Gli uomini di Scipione avevano preso il controllo del centro, e nessun legionario voleva arrischiarsi ad attraversare una delle strade controllate dai veterani dell'Africanus. Che quel maledetto autore di commedie se la vedesse da solo.
Tutto questo  una follia, Gaio Lelio stava dicendo intanto Plauto.
 una guerra, scrittore. Se il fratello del generale non sar liberato prima dell'alba, il nuovo giorno si tinger di sangue. Non  il momento per una rappresentazione teatrale afferm Lelio, poi aggiunse: Perch sei venuto?.
Devo parlare con il generale. Ho un messaggio per lui.
Da parte di chi? domand Lelio guardando intanto il fondo della strada, alle spalle di Plauto, assicurandosi che non ci fossero legionari in vista.
Questo riguarda solo me e il generale.
E va bene. La vita  tua replic Lelio senza smettere di tenere d'occhio la strada. Il generale  completamente fuori di s. Non  in vena di segreti. Stai attento. Entra, e che gli di ti proteggano. Non ho nulla contro di te, ma credo che tu abbia sbagliato a venire qui questa notte. Questo non  pi luogo per scrittori o per parole. E port la mano all'impugnatura della spada. Questa  tutto ci che ci resta, l'unica cosa che quel miserabile di Catone intende, e con questa noi forniremo spiegazioni questa notte.
Plauto attravers lo stretto passaggio apertogli dai soldati fedeli a Scipione, che lo richiusero non appena lui li ebbe oltrepassati. No, non sarebbe stato facile per i legionari della citt passare di l, senza evitare scontri e spargimento di sangue, molto sangue. E quella sarebbe stata molto probabilmente una notte di sangue.
Lasci il Tempio di Castore con gli uomini appostati a met della strada, attravers il Vicus Tuscus e si ferm davanti alla domus di Publio Cornelio Scipione, princeps senatus, l'uomo pi potente di Roma e quello con pi nemici, il pi grande generale di Roma e il cui fratello Roma stessa aveva arrestato e incarcerato nelle prigioni scavate accanto alla Curia Hostilia. A ogni lato della porta erano posizionati una dozzina di uomini. Ventiquattro guardie. Non era un numero a caso. Era un modo per chiarire come stavano le cose: un console aveva diritto a dodici guardie, ma un dittatore era protetto da ventiquattro lictores. Publio Cornelio Scipione era stato console, ora non lo era pi, e mai era stato dittatore, per quei ventiquattro soldati, anche se non portavano i fasces dei lictores, rappresentavano un avvertimento di ci che si stava generando. Tra quegli uomini, Plauto riconobbe un ufficiale veterano delle campagne in Africa e in Asia, Marco, un proximus lictor, uomo fedelissimo a Scipione, come lo era Lelio, uno dei pochi ai quali era permesso entrare nella casa del generale dei generali in quella notte di ronde.
Anche Marco riconobbe lo scrittore. Il veterano ricordava la rappresentazione del suo Miles Gloriosus nel teatro di Siracusa. La ricordava con nostalgia. Quello era stato un bel periodo. Non come ora, mentre Roma tradiva l'uomo che l'aveva resa cos potente.
Non  una notte adatta alle visite, per tutti gli di disse Marco, con fermezza ma sereno, senza alzare la voce.
Porto un messaggio. Lelio mi conosce e mi ha lasciato passare.
Anch'io ti conosco... Si port una mano al mento. Dici che Lelio ti ha lasciato passare... questo  evidente. E sei ancora vivo. Il che non  poco. Ci fu qualche istante di silenzio. Aspetta qui.
Marco and verso la porta.
Di' al princeps senatus che vengo a riferire un messaggio importante. Digli che  un messaggio che riguarda suo fratello aggiunse Plauto.
Marco si ferm e si volt di nuovo verso lo scrittore con uno sguardo tra il perplesso e l'ammirato. Quell'uomo non era solo un teatrante. Quell'uomo aveva avuto il coraggio di attraversare Roma in una notte nella quale si stava scatenando una guerra civile per riferire un messaggio che poteva rivelarsi determinante. Marco pens di chiedere, come gi aveva fatto Lelio, chi fosse il latore del messaggio, ma poi ci ripens. Assent un paio di volte e scomparve dietro la porta.
Intorno a s Plauto avvertiva lo sguardo meravigliato e incuriosito dei soldati che proteggevano la residenza degli Scipioni. Tutti avrebbero voluto sapere, ma nessuno os aprir bocca.
La porta si apr e Marco riapparve con il volto serio.
Passa, e che gli di ti proteggano. Che gli di proteggano tutti noi, questa notte.
Plauto entr in quella vecchia casa che conosceva bene. L, ventotto anni prima, si era presentato Casca, il suo vecchio protettore, il quale, scettico ma speranzoso, aveva deciso di incontrare un allora molto giovane edile di Roma per proporgli una serie di opere teatrali tra le quali l'Asinaria, la prima opera di Plauto. Casca era tornato da quella casa con lo sguardo pieno di gioia nell'annunciare all'allora sconosciuto Plauto che il giovane edile, Publio Cornelio Scipione, aveva accettato di far rappresentare alcune sue opere. Da quel giorno lo scrittore non aveva mai smesso di pensare a Scipione con riconoscenza, nonostante le divergenze che avrebbe poi avuto con lui e gli altri patrizi, secondo Plauto sempre colpevoli di approfittare della guerra per arricchirsi. Forse Scipione lo aveva fatto meno di altri, per...
Uno schiavo venne a riceverlo nel vestibolo e Plauto dovette sospendere quel tuffo nel passato. Non era il momento per i ricordi, ma una notte che poteva cambiare per sempre il futuro che si stava forgiando sulla forza indomita dell'odio. E lui aveva bisogno di qualcosa di potente come l'odio per persuadere qualcuno di ancor pi indomito come Publio Cornelio Scipione. Ma chi o cosa poteva gareggiare con la forza dell'odio?
Nell'atrio della casa, Plauto trov il cuore del clan. Al centro, seduto su un solido solium, con il volto serio e le occhiaie per le lunghe ore senza sonno e piene di preoccupazioni, c'era Publio Cornelio, che ascoltava i suggerimenti di tutti su come risolvere il problema principale: far uscire Lucio Cornelio dal carcere prima che cominciassero gli scontri. Vicino a lui si trovava Emilia Terzia, sua moglie, seduta su una sella alla sua destra; e, un poco pi in l, in piedi, suo figlio Publio. Alla sua sinistra, e dietro di lui, su delle piccole sellae, le due figlie, Cornelia Maggiore, che era venuta insieme al marito Nasica, e Cornelia Minore. In piedi, ai lati del generale, c'erano Publio Cornelio Nasica, Lucio Emilio Paolo, fratello di Emilia, Domizio Enobarbo, generale veterano della campagna in Asia, e alcuni altri ufficiali che Plauto non riconobbe ma che senz'altro avevano fatto parte della campagna in Africa.
Se li attaccassimo assassinerebbero Lucio prima che attraversiamo il Foro stava dicendo Publio Cornelio Nasica nervosamente.
Per qualcosa dovremo pur fare! ribatt Lucio Emilio. Non possiamo permettere che Catone imprigioni uno Scipione, un ex console vittorioso, senza nemmeno rispondere alla provocazione.
Si tratta di questo, intervenne Domizio Enobarbo di una provocazione. Sarebbe meglio aspettare.
Plauto not che Publio Cornelio, seduto al centro di quella discussione, restava in silenzio, ascoltando senza intervenire. I loro sguardi si incrociarono. Lo scrittore allora cammin fino a trovarsi di fronte al generale. Publio Cornelio apr la bocca e tutti tacquero immediatamente. Si rivolse al nuovo arrivato.
Mi hanno detto che porti un messaggio che riguarda mio fratello.
 cos, princeps senatus.
Parla allora, e vieni subito al punto. Non abbiamo tempo da perdere. Ti ascolto.
Plauto si guard intorno. Tutti tacevano e lo osservavano con aria dubbiosa, curiosi di sapere quale messaggio che riguardasse il fratello del generale quello scrittore avesse da riferire.
Porto... porto... Nel cominciare a parlare Plauto avvert che gli mancava il coraggio, proprio come gli accadeva un tempo durante le sue prime rappresentazioni in teatro, ma, come allora, non c'era altra scelta che portare avanti l'impegno che si era assunto: doveva trasmettere il suo messaggio e, cosa ancor pi importante, convincere l'uomo pi potente di Roma ad accettare la proposta. Porto un messaggio che riguarda la possibile liberazione di Lucio Cornelio Scipione disse infine con decisione.
Un mormorio si diffuse nell'atrio. Plauto non si sentiva a suo agio; aveva esordito male. Sapeva che alle orecchie di quegli ufficiali quello suonava come un piano per attaccare a sorpresa il carcere di Roma e liberare con la forza l'ex console arrestato, e non era quella l'idea.
Ho un patto da proporre... chi mi manda s'impegna a liberare Lucio Cornelio Scipione immediatamente, in cambio di alcune condizioni...
Chi ti manda? chiese Publio interrompendolo.
Plauto temeva quella domanda, ma non poteva che rispondere.
Mi manda Tiberio Sempronio Gracco, tribuno della plebe.
Dal mormorio si pass di nuovo al totale silenzio. Publio, che si era sporto in avanti per formulare la domanda, torn ad appoggiarsi allo schienale del solium. La sua espressione non presagiva nulla di buono, ma per lo meno non grid.
Gracco  un amico di Catone, e un amico di Catone non pu proporre nulla agli Scipioni.  stato Gracco a ordinare l'incarcerazione di Lucio.
Plauto riflett un istante prima di continuare. Guard a entrambi i lati del generale: sua moglie, Emilia Terzia, cos come il figlio del generale mantenevano lo sguardo fisso su di lui, ma era chiaro che non sarebbe stato facile per loro intervenire in quella conversazione.
Gracco s'impegna a liberare Lucio Cornelio Scipione se le condizioni saranno rispettate ripet Plauto.
Quali condizioni? domand Publio impassibile, senza muovere un muscolo.
Plauto deglut. Sapeva che non sarebbe stato semplice enumerare tutte e tre le condizioni.
Sono tre. Per prima cosa, che si rispetti il pagamento alle arche dello Stato che  stato richiesto a Lucio in relazione alla campagna in Asia. In secondo luogo... in secondo luogo...
Parla dunque, per Ercole! esclam Publio, pur senza muovere un muscolo del corpo.
In secondo luogo, il generale dovr esiliarsi da Roma...
All'improvviso decine di imprecazioni contro Catone, Gracco e pure contro il messaggero vennero lanciate dalle bocche di Lucio Emilio, Enobarbo e dal resto degli ufficiali presenti. I figli e la moglie del generale tacevano.
Plauto alz la voce per farsi udire sopra la raffica di insulti che si susseguivano come una scarica di lance mortali nel mezzo di una battaglia.  l'unico modo... insisto, l'unico modo, secondo Gracco, con cui il tribuno della plebe pu convincere il Senato a votare per la liberazione di Lucio Cornelio! Pagando il denaro si soddisfer la richiesta che gli alleati di Catone reclamano da anni, e se il generale si esiliasse la teoria della cospirazione, la teoria secondo la quale Publio Cornelio Scipione vorrebbe conquistare il potere assoluto di Roma, non avrebbe pi ragione di sussistere! Con queste due condizioni sarebbe possibile far approvare dal Senato la mozione di liberazione e far uscire il fratello del generale senza spargimenti di sangue! L'exsilium sarebbe un exsilium iustum, senza la privazione della cittadinanza o della patria potestas, e la perdita del connubium e del iustum matrimonium sarebbe compensata mantenendo la affectio maritales dello ius gentium! La vita del generale continuerebbe a essere la stessa, solo fuori da Roma, in un luogo che lui stesso sceglierebbe!
Plauto tacque. Aveva detto quello che doveva dire. Per lo meno la prima parte. Gli insulti continuarono e in mezzo a quel gridare si sfoder qualche spada minacciosa. Lo scrittore rest fermo, guardando il generale che, senza muoversi, lo osservava a sua volta con attenzione. Cap che l'Africano stava riflettendo, ma non aveva idea di quali sarebbero state le conclusioni e si sentiva alquanto nervoso. Non temeva tanto le spade, nessuno avrebbe osato versare una sola goccia di sangue in quella casa senza l'ordine del generale, quanto l'opinione di Scipione riguardo alla proposta.
Publio guardava Plauto incuriosito. Perch quello scrittore aveva accettato di trasmettere quel messaggio? Perch rischiare di diventare, come stava effettivamente accadendo, il bersaglio dell'ira di tutti i suoi alleati? Perch?
Publio Cornelio Scipione si alz lentamente dal suo solium. Le grida si attenuarono, per le spade, pur abbassate, non vennero rinfoderate. Tutti non vedevano l'ora di trafiggere le carni di quel traditore non appena il generale avesse dato l'ordine.
Perch? domand Publio. Plauto lo guard confuso. Il generale si spieg mentre cominciava ad avanzare lentamente verso di lui. Perch sei venuto a trasmettermi questo messaggio? Perch hai accettato questo compito? Ti hanno obbligato? Temi la guerra per le strade di Roma? Per tutti gli di, Plauto! Perch hai voluto metterti in questa situazione? Spiegami, dammi una ragione per non farti ammazzare qui e subito da uno dei miei uomini, poich mi hai appena chiesto di esiliarmi da Roma, dalla mia citt, dalla mia patria, a me, per tutti gli di, per Giove Ottimo Massimo, al princeps senatus di Roma, e me lo hai chiesto qui, nella mia casa, di fronte a mia moglie e ai miei figli. Dimmi, Plauto, perch sei qui? Chi ti ha spinto a farlo?
Plauto decise di essere estremamente sincero.
In passato tu mi hai aiutato: sei stato il primo a commissionare le mie opere, e poi hai interceduto per liberare un mio amico dal carcere.  giusto che, nonostante le nostre rispettive differenze di opinione, io ora ti aiuti.
E pensi di avermi aiutato trasmettendomi questo messaggio? grid Publio con disprezzo, camminando intorno a lui.
Plauto, invece, restava fermo, immobile nel centro dell'atrio, girando solo la testa per seguire il generale.
Sembra una follia, ma  il modo migliore per ottenere la liberazione di Lucio Cornelio ed evitare spargimenti di sangue, che sappiamo come cominceranno ma non dove porteranno.
Resta ancora una terza condizione, a quanto hai detto disse Publio senza cessare di camminare intorno allo scrittore. Hai detto che Gracco impone tre condizioni. Qual  la terza?
Plauto abbass lo sguardo e trattenne il respiro per qualche secondo. Non aveva scelta. Doveva trasmettere l'ultima parte del messaggio.
Il tribuno esige un ostaggio, che resti a Roma per rassicurare il Senato che le due prime condizioni saranno rispettate; l'ostaggio sar trattato con rispetto, mai incarcerato o maltrattato. Ci assicurer al Senato che i pagamenti saranno onorati e che il princeps senatus non far ritorno a Roma finch avr vita.
E che non torni nemmeno morto rispose Publio scoppiando in una strana risata. Se scegliessi l'esilio a vita, non tornerei mai pi in questa citt, n vivo n morto. Un ostaggio. Un ostaggio! E chi dovrebbe essere? Mio figlio, forse? Come abbiamo fatto noi con i sovrani che abbiamo sottomesso nelle lontane regioni del mondo? Suppongo che sia questo che il tribuno della plebe chiede, dato che mi si accusa sempre di voler diventare re.  questo ci che vuole Tiberio Sempronio Gracco? Che consegni mio figlio? E che altro? Devo prostrarmi pubblicamente davanti a Catone e afferrarmi alle sue gambe supplicando clemenza?  incluso anche questo nelle condizioni di quello che tu osi ritenere un patto?
Plauto ignor il sarcasmo e spieg la terza condizione di Gracco.
No, la terza condizione prevede che tu conceda tua figlia minore in sposa al tribuno della plebe. Ci baster per convincere il Senato che gli Scipioni rispetteranno il resto dell'accordo.
Publio Cornelio Scipione rimase senza parole. Non se lo sarebbe mai immaginato: avrebbe quasi preferito consegnare il suo unico figlio maschio piuttosto che la figlia minore. Anche se ormai lei gli rivolgeva a malapena la parola, anche se non riuscivano pi a intendersi, anche se lei continuava a rifiutarsi di seguire i suoi consigli, di accettare i pretendenti che lui le proponeva in matrimonio, nonostante tutto, Cornelia Minore era la sua bambina, l'unica tra i suoi figli ad assomigliargli, l'unica che aveva ereditato il suo coraggio, la sua intelligenza, la sua resistenza; e ora gli chiedevano di concederla all'ultimo uomo al mondo col quale avrebbe voluto vederla sposata.
Questa  una richiesta impossibile rispose implacabile.
Plauto comprese che fin l tutto sarebbe stato possibile, ma che Gracco aveva sbagliato a porre quell'ultima condizione. Ma ormai lo scrittore aveva esaurito le proprie risorse, ed era arrivato il momento di cercare degli alleati. Sollev lo sguardo e lo diresse su Emilia Terzia. Solo una donna sarebbe stata in grado d'intercedere, a quel punto. Solo una donna avrebbe potuto piegare la volont di Scipione. Quella era stata la sua idea, ma Plauto, nel vedere il viso addolorato di Emilia, cap che perfino la moglie di Scipione non aveva la possibilit di intervenire in quella situazione. Il suo piano stava fallendo. Non c'era pi nulla che potesse fare. E tuttavia aver avuto quell'intuizione cos chiara, precisa, nitida, che una donna potesse riuscire a convincere il generale dei generali, non poteva evitare di aggiungere stupore alla propria desolazione. Eppure ormai non c'era pi alcuna possibilit. Roma sarebbe scoppiata quella stessa notte, e il sangue di centinaia, migliaia di cittadini, liberti, schiavi, stranieri, soldati, civili, patrizi e plebei, ricchi e miserabili, si sarebbe versato in ogni angolo della citt, mescolandosi al fetore della morte, sorella fedele del dolore.
Poi, a un tratto, si ud una voce femminile, giovane, serena e armoniosa, che spazz via di colpo quel terribile scenario.
Se il mio matrimonio con il tribuno Sempronio Gracco contribuir a liberare mio zio e a evitare a Roma una guerra civile, allora accetto questo matrimonio.
Publio si era voltato di scatto verso la figlia, che si era alzata e aveva parlato con la serenit e la determinazione che la contraddistinguevano. Il generale stava per intervenire per rifiutare una simile possibilit, ma in quel momento Emilia Terzia, animata dal coraggio della ragazza, si alz a sua volta e si decise a parlare. Plauto cap che la sua intuizione non era stata erronea, solo inesatta: sarebbero servite due donne, non una, per persuadere il generale. Forse c'era ancora una speranza.
Sembra tutto una follia,  vero, ma se Cornelia  disposta ad accettare questo matrimonio per favorire la famiglia, facilitare la liberazione di Lucio e preservare la pace, mia figlia pu contare sul mio appoggio. E torn a sedersi.
Cornelia invece, sempre diffidente, perennemente caparbia, rimase in piedi, guardando con intensit il padre negli occhi. Publio Cornelio Scipione si avvicin piano alla figlia scuotendo la testa.
Questo non succeder mai. Mai. Mai con Tiberio Sempronio Gracco. Potrei permettere qualunque altra cosa, ma non questa, e men che meno sotto la costrizione e il ricatto della scarcerazione di mio fratello.
Scese un silenzio sepolcrale durante il quale nessuno os aprire bocca.
Circondato dagli sguardi di tutti, Publio ricord a un tratto le parole di Annibale a Efeso, parole che sul momento, quando le aveva udite, gli erano parse prive di senso: Amministrare con giustizia il denaro degli altri  facile, se uno lo vuole;  pi difficile fare lo stesso con il proprio, di denaro. Per cinquecento talenti. Per cinquecento maledetti talenti.
Cornelia avrebbe voluto ribattere ma le mancava l'aria. Le costava perfino respirare. Era confusa. Si era offerta pensando al bene della sua famiglia, al bene di tutti prima che al suo, e si era offerta con la speranza di evitare una brutale carneficina dove in tanti sarebbero morti, molti dei quali erano l presenti; per, allo stesso tempo, avvertiva delle strane sensazioni. Aveva parlato con Gracco quella stessa notte ed era convinta di non aver ottenuto nulla, poi era arrivato quello scrittore con il messaggio con cui Gracco la chiedeva in moglie per suggellare una pace tra le famiglie. Cornelia si sentiva frastornata e l'offuscamento della sua mente le impediva di discutere con suo padre come avrebbe fatto in qualunque altro momento. Le mancarono le forze e torn a sedersi, abbassando lo sguardo a terra mentre suo padre continuava a guardarla scuotendo la testa, ripetendo che quel matrimonio non avrebbe mai avuto luogo.
Poi fu la voce di Publio figlio a risuonare in quell'atrio ormai colmo di tensione e nervosismo.
Padre, io sono tuo figlio, porto il tuo nome, possiedo il tuo sangue. So che non sei mai stato orgoglioso di me e non mi vergogno a riconoscere la verit qui, davanti a tutti, in questa notte che potrebbe essere l'ultima per tutti noi.  una notte per la verit, che non lascia spazio alla menzogna. Il patto offerto da Gracco  deprecabile, umiliante. Ma non c' altra scelta che questa, o la pace o la guerra, una guerra nella quale moriremo tutti. Ci superano in numero, venti a uno, non abbiamo speranza. So che mi ritieni un codardo, per stanotte non m'importa ci che pensi di me. Lo ritengo assai meno importante rispetto a ci che ci giocheremo nelle prossime ore.  ingiusto che mio zio rimanga in carcere,  ingiusto che si ordini il tuo esilio, come  ingiusto che si costringa mia sorella a sposare quel maledetto tribuno della plebe, per si tratta di accettare queste condizioni o combattere contro un nemico impossibile da sconfiggere. Qualunque cosa tu deciderai di fare, noi ti seguiremo, verso la morte o la vittoria, padre, ti seguiremo, noi tutti lo faremo. Pensa quello che vuoi di me, gi da tempo non m'importa pi, so che non sar mai all'altezza delle tue aspettative; ora l'unica cosa importante  che rifletti bene, padre, rifletti bene su ci che vuoi fare, perch la vita di tutti noi  nelle tue mani. Se sei convinto che possiamo vincere, allora non esitare a lanciarci in combattimento; se ritieni che sia giusto per noi morire combattendo, allora non prolungare questa inutile attesa; per, se credi che la miglior sconfitta per Catone e i suoi sia la sopravvivenza della nostra famiglia, allora accetta le condizioni che Gracco propone. Cornelia ha dimostrato di essere pronta a fare la sua parte. Se tu ti esilierai, padre, noi ti seguiremo, e se deciderai di lottare, lotteremo insieme a te. Mi stai guardando come si guarda un codardo, per voglio dirti una cosa: non ti chiedo di seguire i miei consigli, bens le tue idee. Hai sempre pensato che Cornelia Minore fosse la pi coraggiosa tra tutti i tuoi figli, e la pi intelligente; no, non dire nulla, padre, lo so da sempre, da quando eravamo bambini.  sempre stato cos. Non nutro alcun rancore nei confronti della mia sorella pi piccola. Non  una questione da affrontare ora, ma ho sempre ritenuto Cornelia, seppur ribelle e testarda, coraggiosa e intelligente, proprio come te. Quindi non fare caso a questo codardo di tuo figlio, ma ascolta la tua valorosa figlia, che vuole accettare il patto. Scegli ci che vuoi. Tutti noi moriremo con te o continueremo a vivere nel modo che tu sceglierai. Non ho altro da dire. La notte sta passando, padre, non c' pi tempo. Credo che siamo gi all'ultima vigilia della notte. Le legiones urbanae entreranno nel Foro all'alba. Fa' quello che ritieni pi giusto.
L, nell'atrio della grande domus degli Scipioni, Publio Cornelio padre rest in silenzio, riprese posto sul solium e, circondato da tutti, senza che alcuno osasse pronunciarsi, cominci a riflettere guardando a terra, lo sguardo fisso, mentre cominciava ad avvertire un sudore freddo e dei brividi che conosceva bene. La febbre dell'Hispania stava tornando. Si sentiva stanco, perso, sconfitto. Morte o vittoria. Questo gli aveva appena detto suo figlio. Per una volta, per la prima volta, aveva parlato bene. Morte o vittoria. Non c'era una terza via. La morte o l'umiliazione assoluta mascherata da pace. Era troppo da sopportare. Troppo alto il prezzo per la pace. Non si trattava nemmeno di scegliere tra la morte e la vittoria, ma tra la morte e il disonore, se avesse consegnato sua figlia all'ultimo uomo col quale voleva vederla sposata. La vittoria sarebbe stata impossibile. In quanto generale se ne rendeva conto. Qualunque altra opzione gli appariva intollerabile, insostenibile, insopportabile. Ma non c'era altra scelta. Era obbligato a decidere. Quanto avrebbe preferito trovarsi di fronte a una carica di ottanta elefanti, in una nube di polvere, tra il barrito delle bestie, la paura dei legionari, l'incertezza della guerra. Qualunque cosa sarebbe stata preferibile a quella solitudine da cui si sentiva schiacciato, obbligato a decidere il destino della sua vita, della sua famiglia, di Roma.

45. LA NOTTE PI LUNGA.
Roma
16 aprile del 184 a.C.
Quarta vigilia.

Le pattuglie dell'una e dell'altra fazione continuavano a incrociarsi nella notte. In assenza di ordini di attacco da parte dei loro capi, Catone e Gracco da una parte, Scipione dall'altra, i soldati dei due schieramenti tentavano di evitarsi, tuttavia in certi casi risultava impossibile scampare allo scontro. Talvolta bastava un forte grido, un'occhiataccia, e decine di gladii venivano sguainati, le spade brandite, gli insulti e le urla si espandevano; poi le ombre si allontanavano lasciando dietro di loro una lunga scia di sangue, mentre i vincitori restavano in mezzo alla strada, senza respiro, ad attendere l'alba.
Lelio si trovava in una di queste pattuglie, nella parte sud del Foro, controllando che nessuno entrasse nel Vicus Tuscus, quando, improvvisamente, uno dei suoi uomini grid a squarciagola.
 lui!  lui!
Gaio Lelio gli ordin di calmarsi e spiegarsi.
 l, con una trentina di triumviri, vicino al Tempio di Vesta!  il maledetto primus pilus che ha incarcerato il fratello del generale!
In un istante Gaio Lelio si dimentic di tutto e di tutti. All'interno della sua grande domus, Scipione doveva ancora decidere cosa fare, se lanciarsi contro le legiones urbanae, e quasi certamente morire combattendo, o cedere e scendere a patti con Gracco. Non era quindi ancora giunto alcun ordine, era ancora notte, ma Gaio Lelio si trovava adesso a guardare l'ufficiale che aveva disprezzato Publio e arrestato suo fratello.
Crasso camminava pavoneggiandosi, arrogante come un leone, pieno di s come un gallo, neanche fosse un dio sceso su una terra popolata da esseri inferiori. Era stato lui a incarcerare Lucio Cornelio Scipione, sfidando e umiliando lo stesso Publio Cornelio, il grande Africanus, e ora assaporava la ricompensa che gli sarebbe presto arrivata da Catone e dagli altri senatori per aver eseguito degli ordini che altri si sarebbero rifiutati di eseguire, ma che lui aveva portato fino alle estreme conseguenze. Intorno, tutti lo guardavano, chi con ammirazione chi con timore, comunque con rispetto verso colui che aveva tenuto testa all'Africano a pochi metri dal carcere. Scipione gli aveva ordinato di lasciare libero il fratello e lui si era negato. Scipione aveva detto: Ho cinquecento cavalieri che non permetteranno che entri nel carcere con mio fratello. E lui aveva risposto: Se non ci lascerai passare, se non ti ritirerai fino alla Porta Fontus, giustizier il prigioniero qui, subito. E Scipione si era ritirato. Ora tutti lo ammiravano. Era talmente gonfio di superbia da non accorgersi dei nemici e commise un errore imperdonabile: sottovalut l'avversario. Era convinto che gli Scipioni si sarebbero arresi all'alba. Li superavano di venti a uno. Non avrebbero mai osato attaccarli. Mai. Per non aveva considerato Gaio Lelio.
Crasso nemmeno si accorse del centinaio di veterani di Hispania e Africa che si scagliarono, al comando dell'ex console, verso il Tempio di Vesta. Fu un'azione rapidissima, di una precisione chirurgica. Il sangue versato non oltrepass la Fonte di Giuturna, e quando i triumviri ricevettero i rinforzi dalla Via Nova e dal Tempio di Venere era ormai troppo tardi. Trovarono solamente trenta cadaveri tra i triumviri e sette feriti tra i veterani di Scipione, che vennero immediatamente giustiziati.
Uno dei legionari s'inginocchi di fronte a uno dei cadaveri e chiam il suo superiore. Il centurione al comando accorse immediatamente.
Che succede? chiese l'ufficiale.
Il legionario indic il corpo mentre parlava.
A questo manca la testa.
Nel frattempo, Gaio Lelio camminava tra i veterani di Scipione esibendo la testa di Crasso. Non era chiaro se significasse il principio o la fine di un incubo, per l'animo di Lelio si era riempito di soddisfazione dopo aver strappato la testa a quel miserabile.

46. MEMORIE DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS (Libro VI)

Accettai per evitare la morte di tutta la mia famiglia. Questo  quello che ripetevo a me stesso e che preferisco credere ancora oggi, quando voglio ingannarmi, perch, anche se fu la decisione pi sensata, in realt la mia volont, in quel momento, mi avrebbe portato ad agire in modo differente.
Ora voglio spiegarmi.
Comunicai a Gracco, attraverso Plauto, che accettavo le sue condizioni, che avremmo soddisfatto il pagamento della campagna in Asia che il Senato reclamava, che avrei abbandonato Roma per sempre, che avrei ceduto mia figlia in matrimonio, tutto ci in cambio della libert di mio fratello; ma gli dissi anche che se avessi anche solo udito che mia figlia veniva maltrattata in qualunque modo, sarei tornato per strappargli le viscere con le mie stesse mani. Non credo che Plauto abbia riferito le mie testuali parole, o forse s, in ogni caso il patto venne suggellato.
Publio Cornelio Scipione, l'uomo pi potente del mondo, era caduto, tradito dalla stessa Roma per la quale aveva tanto combattuto. Per, nel fondo della mia anima, sapevo, e non ne vado orgoglioso (si deve considerare quanto la rabbia e l'odio possano rendere meschini gli uomini), che nemmeno con quel patto l'ingenuo Tiberio Sempronio Gracco avrebbe potuto sconfiggere in Senato il pi temibile dei politici romani: Marco Porcio Catone. Stavo accettando un patto inutile. Catone avrebbe sconfitto Gracco nella votazione, e le legiones urbanae avrebbero attaccato i miei uomini. E allora saremmo stati costretti a difenderci come potevamo, fino alla fine.

47. LA VOTAZIONE FINALE.
Roma
16 aprile del 184 a.C.
Hora prima.

Sotto l'insistenza di Gracco, il praetor urbanus accett di convocare urgentemente il Senato. Il pretore era favorevole alle condanne promosse da Catone, ma, allo stesso tempo, come molti altri senatori, spaventato dalla violenta reazione di Publio Cornelio Scipione che, con cinquecento veterani armati nel pomerium, poteva scatenare una tale carneficina come non se n'erano pi viste a Roma dai tempi della monarchia. C'erano gi state decine di morti per vari scontri scoppiati al Foro, dov'era anche stato ucciso il primus pilus, e altri combattimenti erano avvenuti presso le strade vicine alle porte Carmenta e Fontus, dove un centinaio di veterani di Scipione aveva tentato di entrare in citt. Per fortuna non si era ancora arrivati a una vera e propria guerra civile. Il peggio poteva ancora essere evitato. Per il rischio era alto. Molto alto.
L'edificio della Curia era completamente circondato da legionari, al punto da arrivare ad assomigliare pi al praetorium di una campagna militare che al luogo in cui si riunivano i patres conscripti. I soldati avevano lasciato aperti dei passaggi dal Comitium e dal Foro per facilitare l'arrivo dei senatori convocati dal pretore.
Tutti gli alleati di Catone, con Lucio Porcio, Spurino e Quinto Petilio in testa, si precipitarono alla convocazione. Catone non la riteneva necessaria, ma essendo stata richiesta da Gracco non poteva permettersi il lusso di non assistervi. Spurino era preoccupato, ma il censore, convinto che i sicari avessero svolto il lavoro secondo i piani, pur senza averne avuto conferma, credeva che Gracco intendesse esigere ora misure ancor pi severe contro gli Scipioni; forse perfino ordinare l'arresto dello stesso Publio Cornelio Scipione con l'accusa di aver interferito nell'incarcerazione del fratello. Se cos fosse stato, Catone si sarebbe assicurato che il tribuno della plebe ricevesse il pieno appoggio dell'intero Senato.
Ci che infastidiva il censore era vedere cos tanta preoccupazione sui volti dei senatori. Appariva chiaro che per la maggior parte erano dei deboli, che si spaventavano al primo problema. Che importava che l'Africano avesse un piccolo reggimento armato? Se Publio Cornelio avesse scelto la violenza sarebbe stato immediatamente schiacciato dalle legiones urbanae e, con un po' di fortuna, nel caos della battaglia, si sarebbe potuta massacrare tutta la sua famiglia e Roma sarebbe stata finalmente libera da quella stirpe, dal terribile pericolo sempre latente nelle profondit della citt. Sarebbe stato un castigo esemplare, e sarebbe passato molto tempo prima che qualcun altro osasse seguire le orme di Scipione, di pavoneggiarsi in pubblico come unico grande salvatore di Roma. S, lo scontro armato, un paio di giorni di lotta al massimo, sarebbe stata la scelta migliore per salvaguardare la Repubblica. S, l'incontro con i sicari aveva sicuramente convinto Gracco ad aprire una breccia in quella direzione.
Tiberio Sempronio Gracco attendeva al centro della Curia, seduto su una modesta sella. Come aveva temuto, tutti i seguaci di Catone erano presenti, ma c'erano anche abbastanza senatori indipendenti; tuttavia del gruppo dei patres conscripti che solitamente appoggiavano gli Scipioni si erano presentati ben pochi, e nessuno di rilevante. Naturalmente mancavano Publio Cornelio, rimasto chiuso nella propria casa in attesa del risultato della votazione, e Gaio Lelio, Silano e Lucio Emilio Paolo, che probabilmente erano rimasti al fianco del loro capo. Cos sarebbe stato difficile convincere il Senato, ma doveva tentare. Gracco continuava a ripeterselo. Doveva tentare, anche se con ogni probabilit avrebbe fallito, ma per lo meno la sua coscienza sarebbe stata pulita quando nelle strade di Roma il sangue avesse cominciato a scorrere.
Il presidente, seduto alle sue spalle, pronunci le parole di rito che aprirono la sessione del Senato e Gracco ud il proprio nome. Era il suo turno di parlare. Si alz lentamente. Era la prima volta che si trovava ad affrontare Catone in Senato. Era la prima volta che si trovava ad affrontare qualcuno che non fosse uno degli Scipioni o non facesse parte della loro cerchia.
Si guard intorno. Gli occhi di tutti lo osservavano carichi di curiosit, alcuni cercando un raggio di speranza in quella grigia alba. Nello sguardo della maggior parte dei presenti si presagiva il timore della guerra civile. Ci diede a Gracco maggior fiducia. Inspir lentamente. In passato la dea Fortuna si era dimostrata generosa con lui, eppure, nonostante tutto quello che aveva passato negli ultimi anni, quella mattina lo attendeva la sfida pi difficile della sua vita. Tanti, a partire dagli stessi Catone, Spurino, Lucio Porcio e i loro alleati, lo avrebbero accusato di tradimento, ma non importava. L'essenziale era altro.
Grazie a tutti per essere qui giunti in questa fredda mattina cominci solennemente, riferendosi al fatto che, nonostante fosse aprile, il sole aveva deciso di rimanere nascosto finch Roma non avesse deciso cosa fare di se stessa. Patres conscripti, abbiamo applicato le leggi della citt e queste sono state compiute, per ora Roma si trova costretta a una dura scelta, e noi abbiamo la possibilit di decidere il suo futuro destino. Abbiamo due opzioni: la morte o il patto. Da una parte il sangue, tanto dei nemici dello Stato quanto dei suoi difensori per le strade di Roma, dall'altra una soluzione grazie alla quale nessuno dovr morire e i nemici di Roma non potranno pi attentare contro la Repubblica.
Non mi piace sussurr Spurino all'orecchio di Catone, sulla cui fronte si era gi formata una profonda ruga.
Il censore sollev una mano per allontanare dalla propria guancia il volto sciupato dagli anni di Spurino. Voleva sentire bene ci che stava dicendo Gracco. Non riusciva a capire dove volesse andare a parare. Non poteva credere che dopo l'attacco dei sicari intendesse proporre un patto.
Certamente lo Stato non pu permettere continu Gracco che i consoli che saranno eletti in futuro possano agire secondo i loro interessi, senza rendere conto delle loro azioni. Lucio Cornelio Scipione  stato giudicato con questa accusa e dichiarato colpevole da un tribunale straordinario, e quindi incarcerato. Tuttavia, in realt, cosa ci guadagniamo? In realt, patres conscripti, ditemi, chi  che il Senato teme davvero? Chi  che Roma teme davvero? E fece una breve pausa per lasciar riflettere i senatori. Nessuno si pronunci, ma Gracco sapeva che tutti avevano in mente un solo nome. Noi tutti temiamo un unico uomo: Publio Cornelio Scipione, conosciuto come Africanus, il senatore pi veterano, colui al quale  stato concesso il titolo di princeps senatus.  lui che temiamo,  lui che potrebbe trasformare la Repubblica in un'ingiusta monarchia. Questo, e nient'altro,  il motivo del nostro astio, o della giusta convinzione, se cos preferite chiamarla, con cui il Senato ha condotto la causa contro suo fratello Lucio Cornelio Scipione, colui che abbiamo incarcerato proprio con lo scopo di inviare un chiaro messaggio all'Africanus.  cos. E vedo che alcuni di voi annuiscono. Io sto solo esprimendo con semplici parole ci che sta accadendo. Ma non solo: come era prevedibile, Publio Cornelio Scipione ha reagito violentemente all'imprigionamento di suo fratello. Siamo sinceri: a nessuno di noi farebbe piacere che un familiare fosse incarcerato, meno ancora se fossimo convinti che il processo non sia stato imparziale. Si tratta di un sentimento inevitabile che tutti potremmo condividere. Pur tuttavia, patres conscripti, da questa giustificabile condivisione al reagire violentemente per tentare di impedire con la forza che i triumviri eseguano gli ordini ricevuti, fino a introdurre in citt cinquecento veterani armati e pronti a combattere, c' un'enorme differenza, ed  questa differenza a definire l'orgoglio e la superbia di Publio Cornelio Scipione.
Spurino si rilass sul suo sedile tirando un sospiro di sollievo, Catone invece si mantenne dritto, con la fronte corrugata, un poco pi tranquillo ma ancora in allerta. La maggior parte dei senatori, a parte il piccolo gruppo che appoggiava Scipione, assentiva con convinzione.
Gracco continu il suo discorso. S, non esiterei un istante a definire Publio Cornelio Scipione un superbo orgoglioso e vanitoso, perch sono le sue stesse azioni a dimostrarlo. Nessuno pu credersi al di sopra dello Stato. Se non  d'accordo con la decisione del tribunale straordinario, che venga qui a difendere le sue opinioni. Lui, invece,  tornato a Roma circondato da soldati disposti a tirar fuori con la forza il fratello dal carcere. Detto in un altro modo:  tornato a Roma disposto a far valere le sue ragioni con le armi, e non con gli argomenti a suo favore. Grazie agli di che ci proteggono e alla prevenzione fornitaci da coloro che ci governano... e lanci una breve occhiata a Catone che ricambi con un lieve cenno della testa ...le legiones urbanae, opportunamente disposte in vari punti della citt, hanno potuto mantenere l'ordine pubblico. E fece un'altra breve pausa. Per il momento. E tacque nuovamente per alcuni istanti. S, colleghi senatori, io insisto: per il momento, perch Publio Cornelio Scipione non tarder molto a ordinare ai suoi uomini armati di aprirsi il passo verso il Tullianum e liberare il fratello. Sicuramente non ci riusciranno, ma quelli sono uomini rudi, coraggiosi, che gi in passato hanno dimostrato la loro abilit nel combattimento, e scontrandosi con i legionari, pi inesperti, il sangue che si verser sar molto. Quegli uomini, capitanati da uno dei migliori generali che Roma abbia mai avuto, causeranno un danno irreparabile e altrettanta sofferenza, ma che noi potremmo evitare. Io mi chiedo, in qualit di tribuno della plebe, una plebe che, non dimentichiamolo, ammira quest'uomo che si  ribellato all'autorit di Roma, io mi sento in dovere di chiedermi, anche se Publio Cornelio Scipione ha perso la ragione ed  disposto a combattere invece che a dibattere, io mi sento in dovere di chiedermi: esiste un'altra opzione a tutto ci? Tacque di nuovo e cominci a camminare lentamente al centro della grande sala.
Alcuni senatori vicini a Catone scuotevano la testa in segno di diniego, ma Gracco si sorprese nel constatare che molti, la maggior parte, evitavano tanto di negare quanto di assentire. Era riuscito a seminare il dubbio. Molti di quei senatori volevano evitare uno spargimento di sangue. Era soprattutto Catone a desiderare la carneficina. Doveva puntare su questo, doveva riuscire a spiegarsi nel migliore dei modi.
Un raggio di sole entr dall'ampia vetrata della porta del Senato illuminando il centro della sala. Restava poco tempo. Tra poco Scipione avrebbe lanciato l'ordine di attacco. Non poteva permettersi di prolungare il suo discorso.
Io, patres conscripti, ho un'altra opzione. E vide che tutti si sporgevano in avanti per ascoltare meglio. Io, patres conscripti, sono arrivato a stringere un patto con Publio Cornelio Scipione, un patto che eviter la guerra civile e che, allo stesso tempo, sbaraglier per sempre la pericolosa influenza politica di Publio Cornelio a Roma.
Ma che sta dicendo questo maledetto traditore, per Castore e Polluce? grid Spurino alzandosi in piedi. Non si pu negoziare con Scipione! Per tutti gli di, tu stesso lo hai appena detto!
Gracco non arretr e riprese il suo discorso alzando al massimo la voce per farsi udire sopra lo schiamazzo che si stava generando intorno alla figura di Catone, che intanto lo squadrava con occhi inviperiti.
Publio Cornelio Scipione sceglier l'exsilium! Un esilio permanente, fuori da Roma! precis Gracco, e tutte le voci tacquero immediatamente, mentre i senatori spalancavano la bocca per la sorpresa e sbattevano le palpebre. S, riprese rapidamente Publio Cornelio Scipione si esilier da Roma, si ritirer nel Sud, nella sua villa di Liternum, con la condizione di non mettere mai pi piede nella capitale. Sar un exsilium iustum che, di conseguenza, non lo priver del tutto dei suoi diritti privati e della sua cittadinanza, ma che gli impedir di tornare a Roma e soprattutto di influire sulla vita pubblica della citt. In questo modo si porr per sempre fine al timore che Publio Cornelio possa, con l'appoggio del popolo, essere nominato console o dittatore a vita o perfino, come  stato paventato in varie occasioni, re di Roma. No. Il pericolo per lo Stato rappresentato da Publio Cornelio Scipione sar scongiurato per sempre. Oggi stesso, entro mezzogiorno, se questa sessione accetter questa opzione e la votazione avr luogo subito, oggi stesso, ripeto, entro mezzogiorno, alla hora sexta, Publio Cornelio Scipione partir da Roma con tutti i suoi veterani per non tornarvi mai pi, senza scontri, senza spargimenti di sangue, senza violenza. Questo  un ottimo patto per Roma.
Marco Porcio Catone, incapace di trattenersi oltre, si alz dal proprio posto.
E si pu sapere, caro Gracco, questo che tu chiami patto quanto coster a Roma? Quanto denaro dovremo pagare a Scipione per la sua, chiamiamola cos, generosit? O dovremmo credere che Publio Cornelio Scipione sia disposto a lasciare Roma senza nulla in cambio? E apr le braccia guardando gli altri senatori per provocarli e fare in modo che molti di loro cominciassero a insistere a voce alta chiedendo cosa avrebbe voluto Scipione in cambio.
Gracco, prima che altri avessero il tempo di intervenire, replic con sorprendente rapidit.
La libert di suo fratello. Questa  la parte del patto che il Senato deve rispettare: se libereremo suo fratello, Publio Cornelio si esilier per sempre da Roma.
Questo  un ricatto! rispose Catone raggiungendo il centro dell'aula per confrontarsi apertamente con Gracco.
Il tribuno del popolo, pur vedendo che il censore di Roma avanzava, rest al suo posto, ma mantenne lo sguardo fisso sulle mani di Catone; finch le avesse tenute bene in vista, Gracco non sarebbe indietreggiato, ma se le avesse nascoste, anche solo per un istante, sotto la toga, allora si sarebbe spostato. Aveva gi visto abbastanza daghe la notte prima e non voleva incontrarne un'altra quella mattina.
Il censore di Roma pu chiamare questo patto come vuole, ma questo  un patto che evita spargimenti di sangue e che non lascia impuniti la vanit e l'orgoglio di Publio Cornelio, di suo fratello e di tutta la sua famiglia. La malversazione dei fondi della campagna in Asia, il suo comportamento intollerabile negli ultimi giorni, la sua arroganza nel passato iudicium populi, tutto ci comporterebbe gi di per s il castigo dell'esilio permanente; inoltre gli Scipioni dovranno pagare un risarcimento allo Stato perch colpevoli di appropriazione indebita di denaro pubblico. Qualunque console sa che la colpa di malversazione in una campagna o per aver sfidato l'autorit di Roma comporta, come minimo, l'esilio obbligatorio e, naturalmente, la restituzione del denaro rubato. Questo  un buon messaggio per le future generazioni e, non mi stancher di ripeterlo, un patto che ci permette di evitare oggi morti non necessarie. Per tutti gli di, Roma deve combattere presso i suoi confini, non dentro le sue mura!
Catone guard verso le panche senatoriali. Molti assentivano, e, perfino i suoi, abbassavano lo sguardo spaventati non appena lui fissava i suoi gelidi occhi su di loro. Il censore di Roma cap che i senatori, deboli, dubbiosi, codardi, sarebbero stati disposti a scendere a patti con Scipione come da proposta di Gracco. Vigliacchi. Tutti vigliacchi e miserabili. Tutti.
Da parte sua, anche il tribuno si rese conto, pur con una certa perplessit, che il suo piano stava ricevendo consenso tra i patres conscripti. Essendo non pochi i senatori dubbiosi, Gracco aveva pensato di ricordare che quel tipo di esilio era simile alla pena di ostracismo che si praticava in alcune citt greche quando un cittadino godeva di eccessiva popolarit ed esisteva il pericolo che s'imponesse sui cittadini; ma poi aveva cambiato idea, prevedendo che Catone avrebbe approfittato del fatto che si trattava di un'usanza greca, e quindi straniera, per svalutarla e considerarla contraria alle tradizioni di Roma. No, meglio parlare solo dell'exsilium, contemplato dall'ordinamento giuridico romano.
Tuttavia Marco Porcio Catone non era disposto a darsi per vinto. Si rendeva conto che alla maggior parte dei senatori quel patto poteva stare bene, ma nell'accordo c'era un aspetto chiave, che venisse rispettato da entrambe le parti, e per ottenere questo ci volevano delle garanzie. Era a quello che doveva puntare per demolire la proposta di Gracco.
Vedo, patres conscripti di Roma, che, contrariamente a quello che io consiglierei, vi state mostrando disposti ad accettare un patto alquanto insolito, per voglio domandare a Tiberio Sempronio Gracco, dato che ora  il mio turno per fare domande... E il suo tono ironico mise immediatamente in guardia Gracco. Voglio domandare: se noi, se il Senato, oggi dar l'ordine di liberare Lucio Cornelio Scipione, come possiamo essere sicuri che suo fratello rispetter la sua parte del patto? Gracco stava per rispondere quando Catone sollev la mano destra e prosegu con un'altra domanda: E soprattutto, anche supponendo che Publio Cornelio lasci Roma questa stessa mattina portando con s la sua famiglia, come possiamo essere certi che questo tuo nuovo amico, tra qualche giorno, non decida di mettersi a capo di un esercito di veterani provenienti da tutte le sue passate compagne per mettere Roma sotto assedio e costringerci ad arrenderci prendendoci per fame o con la violenza delle sue armi? So che, mossi dalla bont che risiede nel cuore di tutti voi senatori di Roma, vi siete lasciati commuovere dalle parole di Gracco e che tutti volete evitare pi morti possibili tra i cittadini romani, per vi chiedo: non  meglio sacrificare ora alcuni uomini delle legiones urbanae e i cinquecento veterani di Scipione piuttosto che diventare tutti vittime di una guerra civile su larga scala nella quale l'intera Roma verr assediata e perfino molti di voi, che ora avete intenzione di patteggiare, diventerete cibo per gli avvoltoi? E improvvisamente, come mosso da un impulso irrefrenabile, Catone si scagli contro Gracco per assestargli il colpo finale, non con una daga, come aveva temuto il tribuno, ma con la sua migliore arma: le parole pungenti e avvelenate che sempre riuscivano a piegare i suoi avversari politici. O forse questo patto include qualche ostaggio della famiglia degli Scipioni?
Senza attendere alcuna risposta e convinto che non ce ne potessero essere, Catone s'incammin, tra le acclamazioni dei suoi fedeli, verso il proprio posto a sedere, assaporando, come molte altre volte, il dolce sapore della vittoria politica.
Quando per la voce di Gracco gli rispose inaspettatamente, non pot che voltarsi di nuovo verso il tribuno.
Non sono sicuro che si tratti di un vero e proprio ostaggio precis Gracco per questo patto include che Publio Cornelio Scipione conceda in matrimonio la sua figlia minore a un senatore qui presente. E io stesso mi sono proposto di essere quel senatore. Tutti voi sapete che Publio Cornelio mi considera uno dei suoi maggiori nemici politici, e io non ho ceduto su questo. Senza il matrimonio non ci sar la liberazione di suo fratello, anche se lui accettasse l'exsilium. Il patto include tre condizioni che lui dovr rispettare: il risarcimento alle arche dello Stato, l'esilio e la consegna della figlia minore. Da parte nostra, noi dovremo soddisfare una sola condizione, ovvero la liberazione del fratello. Scipione non attaccher mai Roma, non far mai nulla per mettere in pericolo la vita di sua figlia. Tutti noi sappiamo quanto il generale adori Cornelia Minore. Del resto, anch'io avevo altri piani per il mio futuro, ma se questo aiuter Roma, sono disposto a sposare la figlia di Scipione, liberare suo fratello ed essere testimone dell'abbandono di Roma da parte di Publio Cornelio. E tutto ci senza spargimenti di sangue, n ora n in futuro. In una cosa siamo d'accordo, il censore di Roma e io: nel patto deve essere incluso un ostaggio della famiglia Scipione, e cos sar. Poi, prima che Catone potesse reagire, si rivolse al presidente del Senato a voce alta, potente, autoritaria. Esigo una votazione per la mia proposta. Voglio che il Senato decida se combattere fino alla morte contro Scipione o guardarlo partire verso l'esilio lasciando qui la figlia minore per rispettare una delle condizioni del patto. Ed esigo questa votazione immediatamente.
Il presidente non poteva rifiutare la richiesta del tribuno. Guard Catone, ma, per la prima volta in vita sua, parve che l'anziano senatore fosse rimasto senza parole.
Tiberio Sempronio Gracco, tribuno di Roma, vinse quella votazione, per pochi voti ma la vinse. Marco Porcio Catone rest seduto sulla panca della Curia Hostilia con lo sguardo perso nel vuoto e le labbra talmente serrate da mutare la propria bocca in una linea bianca senza sangue n colore. Nessuno dei suoi os pronunciarsi, non uno si avvicin a lui per sussurrargli una parola di sostegno. Uscirono tutti in silenzio, uno dopo l'altro: per primi gli alleati di Scipione, poi Gracco, circondato da decine di senatori ammirati per come era riuscito a sconfiggere il censore del Senato di Roma, e, infine, anche i seguaci di Catone abbandonarono la sala. Per ultimo, usc il presidente.
Marco Porcio Catone rest solo, seduto nella penombra della Curia. Ce l'aveva quasi fatta, era quasi riuscito a ottenere la completa vittoria sugli Scipioni. In quello stesso momento, le legiones urbanae avrebbero potuto fare il loro lavoro, il sangue degli Scipioni si sarebbe sparso per le strade di Roma, e tutto sarebbe terminato per sempre. E invece no. Era stato sconfitto. Sconfitto nella maniera peggiore, la pi vile, oscena e umiliante.
Catone chiuse gli occhi e scosse la testa furioso, senza poter gridare l'agonia della propria rabbia; la ingoi, masticandola insieme all'odio e alla vergogna. Era stato sconfitto da Cornelia Minore. Era stato sconfitto, in Senato, da una maledetta donna.

LIBRO terzo.

IL CREPUSCOLO DEI GENERALI
Anno 184 a.C.
(anno 570 dalla fondazione di Roma)
Etiam si omnibus tecum viventibus silentium livor indixerit,
venient qui sine offensa, sine gratia iudicent.
[Anche se l'invidia avr imposto a tutti i tuoi contemporanei il silenzio su di te, verranno i posteri a giudicarti con animo sereno, senza avversioni n simpatie.]1
SENECA, Lettere a Lucilio, 79, 17
1. SENECA, Lettere a Lucilio, traduzione di G. Monti.

48. MEMORIE DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS (Libro VII)

Qui, nel Sud, il tempo sembra essersi fermato. Non c' nulla da fare. La malattia mi consuma ogni giorno di pi. Sono costretto ad assistere allo scorrere dei giorni da un letto. Il rapporto con Emilia  finito per sempre. Portare anche Aret in esilio non ha aiutato, per mi sento debole e non voglio rinunciare ai pochi piaceri che ancora mi restano. Non ho nemmeno potuto fare molto per ristabilire il rapporto con i miei figli. Cornelia Maggiore viene regolarmente a trovarmi e si dimostra affettuosa, la ringrazio tanto per questo,  una delle poche consolazioni che possiedo; per mio figlio continua a essere distante, e io non riesco a trovare le parole adeguate per distruggere questo muro che ci separa sin dalla campagna in Asia, da troppo tempo. Il dolore pi grande  procurato dal fatto che la piccola Cornelia, per salvare non solo la mia vita, che sarebbe stata la cosa meno importante, ma quella di tutta la famiglia,  stata costretta a rimanere a Roma, ostaggio di un patto che aborro, sposata con un uomo che non ho fatto altro che tentare di distruggere, invano.
S,  possibile che io abbia commesso degli errori, che sia stato troppo superbo, per adesso sto pagando tutte le colpe e dispongo di fin troppo tempo per torturarmi con le conseguenze dei miei sbagli. Dopo la battaglia di Zama avevo pensato che il mio futuro sarebbe stato felice. La vita  misteriosa, gli di capricciosi, e noi incostanti. Tutto si pu perdere con piccole azioni che si vanno accumulando fino a trasformarsi in montagne che ci bloccano e ci intrappolano come ragnatele fatte di fallimenti. Cos mi sento, in questo interminabile esilio.
Talvolta, quando la febbre arriva potente e sento la morte avvicinarsi, mi sento felice. Non ha senso vivere cos. Solamente il fatto di aver deciso di scrivere queste memorie ha dato un significato ai miei ultimi giorni. Perci mi affanno a terminare diligentemente il compito che mi sono prefissato. Resta poco da raccontare, ma  importante.
L'esilio ha portato un grande vantaggio, inaspettato ma positivo: come si  soliti dire,  proprio in mezzo alla penuria che si svelano i veri amici. Perfino dove tutto pareva perduto, pu germinare un seme di speranza. L'esilio  cominciato nel modo pi terribile. Ho accelerato la mia partenza da Roma non appena mio fratello  stato liberato, non solo per rispettare le poche ore di tempo che mi avevano concesso, ma soprattutto per non dover essere testimone del matrimonio forzato tra la piccola Cornelia e Gracco. Ho abbandonato la citt per la quale ho combattuto per tutta la vita. Ma non avrei potuto resistere l, vittima del peggior tradimento che Roma abbia mai inflitto a uno dei suoi generali.

49. UNA DOMANDA FURTIVA.
Roma, domus degli Scipioni
16 aprile del 184 a.C.
Hora sexta.

Aret non riusciva a mettere ordine nei suoi pensieri. Entro il tramonto avrebbe lasciato Roma. Il suo padrone doveva partire per l'esilio, in una casa che possedeva nel Sud. Avevano vissuto giorni pieni di paura, e il terrore che Aret aveva visto sul volto di chi la circondava le aveva ricordato quello dei cittadini di Sidone quando le truppe del re Antioco avevano assediato la citt. Poi tutto ci, cos com'era arrivato, era improvvisamente scomparso. Roma era un luogo strano, dove dal nulla potevano crearsi situazione orribili che altrettanto rapidamente potevano dissolversi. A Roma lei aveva trovato una certa pace e l'apprezzamento di un padrone che la trattava bene, almeno finch non era intervenuta la padrona. Ora tutto era pi difficile. Lei era stata con molti uomini infedeli alle loro mogli ma non si era mai trovata a dover convivere sotto lo stesso tetto con colei che veniva tradita. Aret si era sforzata di restare discreta, per negli ultimi tempi la situazione era divenuta troppo complicata. Il padrone continuava a recarsi nella sua stanza per giacere con lei, per, da quando la signora l'aveva obbligata a convincerlo a non recarsi in Senato, lui non le parlava pi come prima. Qualcosa tra loro si era spezzato, e pareva essere irrecuperabile. A peggiorare le cose, il padrone si era di nuovo ammalato. Le febbri che lo avevano colto in Asia erano tornate. Un dubbio continuava a tormentare Aret: se il padrone fosse morto, che ne sarebbe stato di lei?
Alla notizia dell'esilio, aveva sperato che la lasciassero a Roma, al servizio dei membri della famiglia che sarebbero rimasti l. Sarebbe stato il modo migliore per separarsi dal suo nervoso padrone e dalla sua gelosa moglie. Aret comprendeva il rancore della signora nei suoi confronti e non poteva biasimarla, per il problema restava: Emilia non la voleva e ci rendeva la sua situazione penosa. Ogni speranza era svanita presto. Il padrone era stato molto chiaro. Era entrato nella sua stanza anche se non avevano fatto l'amore. Lui era molto debole. Avevano solo parlato.
Aret, sai che dobbiamo lasciare Roma, non  vero? aveva domandato.
S, mio signore.
Il generale aveva cominciato a osservare la camera, le pareti nude, senza decorazioni, la piccola finestra dalla quale filtrava la luce della luna, il letto che per tante notti aveva condiviso con lei.
Ho organizzato tutto perch tu venga con noi aveva continuato. A Emilia non far piacere, per, almeno in questa casa, comando io. Poi aveva proseguito guardando fuori dalla finestra, come se stesse parlando da solo. A Roma non ho pi alcun potere, per all'interno della mia famiglia s.  tutto ci che mi rimane, quindi verrai con noi. Lasceremo questa Roma che non mi apprezza pi. Partiremo prima del tramonto. Non voglio passare nemmeno un'altra notte in questa citt ingrata. Preparati.
S, mio signore aveva risposto Aret.
Il padrone si era alzato e senza nemmeno guardarla era uscito dalla stanza. Non era pi arrabbiato con lei. Ma non era nemmeno pi quello di una volta, dei primi tempi, quando sarebbe restato a condividere con lei le proprie preoccupazioni.
Aret era rimasta nella stanza, sola con i suoi pensieri. Il giorno seguente si sarebbero celebrate le nozze della figlia minore del padrone, la giovane Cornelia, e lui avrebbe lasciato la citt, obbligato dalle leggi, dicevano. Aret non riusciva a capire i comportamenti di quel popolo che, nonostante le sue tradizioni, era capace di influire sul mondo intero. Forse per questo erano tanto potenti, perch tanto differenti da tutti, ma anche cos infelici... Aret non comprendeva come fosse possibile che quella gente, con l'immenso potere che possedeva, soffrisse tanto.
Si gir sul letto e si raggomitol con gli occhi fissi alla parete. Smise di pensare alla politica di Roma. La sua mente torn ai problemi immediati. Le sembrava strano che la padrona non avesse approfittato dell'occasione per lasciarla a Roma. Non le riusciva di addormentarsi. Com'era successo in passato, temeva che la signora entrasse nella sua stanza e la costringesse a trovare un pretesto per restare a Roma; ma ci sarebbe stato assurdo, lei era una schiava e non poteva decidere delle proprie azioni.
In quel momento ud uno scricchiolio che riconobbe subito. Qualcuno stava aprendo lentamente la porta della sua stanza. Aret spalanc gli occhi ma non si mosse. Poteva essere il padrone che aveva deciso di tornare, oppure la padrona, o qualcuno inviato da lei per... ucciderla? Si volt di scatto spinta dal puro istinto di sopravvivenza. Davanti a lei, seduta sulla piccola sella della stanza, s'intravedeva la figura di una donna romana. Aret pens immediatamente che la padrona fosse entrata per parlarle, per poi si accorse che si trattava di una donna pi giovane.
Sono Cornelia disse la figlia del padrone con una voce debole, gentile ma nervosa.
Aret si sollev lentamente fino a rimanere seduta sul letto, guardando la giovane che si sarebbe sposata l'indomani. Avrebbe avuto una casa tutta sua, un uomo che si sarebbe preso cura di lei e decine di schiavi al suo servizio, eppure appariva preoccupata, quasi spaventata. Aret non riusciva proprio a capirli, i Romani, e tantomeno le loro donne.
Dal momento che la figlia del padrone taceva, si sent in dovere di parlare. Senza muoversi dal letto, coperta dalla sua tunica bianca, chiese a bassa voce: Che posso fare, come posso aiutare?.
Aret cap di aver formulato la domanda giusta. La giovane si alz, chiuse bene la porta della stanza, si avvicin al letto e si sedette sull'altra estremit.
Mio padre verr oggi?
Inizialmente Aret non cap il senso di quella domanda, per poi si rese conto che la ragazza temeva che qualcuno potesse entrare e disturbarle.
No, non credo rispose.  gi stato qui, e sembrava stanco. Ha detto che partiremo tra qualche ora. Dev'essere molto occupato. O forse vuole riposare prima del viaggio.
Cornelia annu. Per pareva restia a continuare. Finalmente, cominci a spiegarsi.
Domani mi sposer. Andr a vivere in un'altra casa, con un uomo. Poi tacque di nuovo.
In Aret si fece largo la speranza che la giovane fosse venuta a reclamare i suoi servizi. Era l'unica persona alla quale il padrone non avrebbe negato una tale richiesta. Sapeva che aveva una predilezione per la figlia minore, tutti lo sapevano. Anche se i due non si parlavano da mesi, era la sua preferita, perfino pi del figlio maschio. Per, quando la giovane continu, si rese conto che la Romana non aveva mai avuto intenzione di avanzare una simile richiesta a suo padre. Era ben altro ci che era venuta a chiedere.
Io non sono mai stata con un uomo disse Cornelia, e Aret cap immediatamente. Non sono mai stata con nessun uomo ripet, come se fosse necessario convincerla. Ma  importante che io sappia come soddisfare l'uomo che sposer;  importante per me quanto per la mia famiglia, e anche per Roma. Il mio matrimonio, Aret, dovr funzionare, oppure... E tacque di nuovo. Spost lo sguardo da una parte all'altra della stanza, e infine alla finestra.
Aret si rese conto di quanto si assomigliassero padre e figlia, anche se nei tratti la giovane aveva ereditato, per sua fortuna, le fattezze gentili e morbide della signora, una donna che in passato, come tutti assicuravano, era stata molto bella.
Sapendo di muoversi in un territorio conosciuto, si decise a parlare.
La giovane padrona  una donna molto bella. Quando si  cos belle non  importante sapere cosa fare. Come il resto degli schiavi, lei sapeva bene che era Sempronio Gracco il futuro marito di Cornelia. Gli uomini dell'et di colui che sar il marito della giovane signora solitamente sono sufficientemente informati.
Cornelia scosse la testa.
No, il sufficiente non basta. Devo fare in modo che il mio futuro sposo mi ami. Non riuscirei a vivere con qualcuno che non mi ama; questo matrimonio  un patto politico e io temo di restare infelice per il resto della mia vita.
Aret corrug la fronte. Osserv la giovane padrona che piangeva in silenzio guardando a terra, senza emettere alcun suono. Sulle sue guance arrossate scivolavano lacrime mute. Era qualcosa a cui non aveva mai assistito. La ragazza si stava torturando ma non voleva mostrarlo. Aret aveva sentito dire che quel matrimonio era la soluzione a tutti i problemi della citt, e ora si rendeva conto che quella giovane era stata sacrificata per un bene superiore, ma non sapeva esattamente di cosa si trattasse. Prov un'immensa compassione per lei. Nessuna delle due poteva decidere della propria vita.
Si avvicin un poco a Cornelia e le domand gentilmente, con l'affetto di una sorella maggiore: Perch non ti rivolgi alla padrona, tua madre? Lei ama molto le sue figlie. Sono sicura che sapr consigliarti bene.
Mia madre mi ha gi detto tutto quello che poteva, ma della prima notte di nozze non vuole parlare. Mi ha dato la tua stessa risposta: che mio marito sapr cosa fare. Per anch'io voglio sapere cosa fare, ci che piace agli uomini, ci che non gli piace, come comportarmi. Cornelia continu a parlare a voce bassa, ma rapidamente, come se fosse irritata, esasperata dal silenzio dietro cui tutti si nascondevano riguardo alla sua prima notte di nozze.
Aret le si fece ancor pi vicina. Pur esitando, formul la domanda chiave.
Tu ami colui che sar il tuo futuro marito? Perch, se lo ami, con la tua dolcezza e il tuo affetto tutto sar pi facile. Se invece non lo ami, allora  un'altra questione.
Cornelia fu sul punto di rispondere, ma improvvisamente si rese conto che non sapeva cosa dire, che non conosceva i propri sentimenti. Aret seppe leggere l'espressione sul volto della sua giovane padrona.
Non lo sai. Non fa niente continu parlando dolcemente per tranquillizzare Cornelia. Ho visto molti casi come questo. Talvolta funziona, talvolta no. Io non posso saperlo. Non sono un'indovina, per se ci che vuoi sapere  come dare piacere a un uomo, su questo posso consigliarti.
Cornelia tir un sospiro di sollievo. Non capiva cosa provasse per Gracco, per sapeva che il suo dovere era soddisfarlo. Se avesse almeno saputo come riuscirci, compiere il suo dovere sarebbe stato pi semplice. Sapeva gi come doveva comportarsi pubblicamente e durante le nozze, ma ci che voleva imparare era come comportarsi in privato.
Aret si avvicin ancor di pi a lei, fino a che le due giovani restarono a un solo palmo di distanza. Parlando lentamente, cominci a descrivere cose di cui Cornelia aveva udito solo qualche dettaglio passando tra i pi malfamati vicoli di Roma. Aret parl con lei per almeno un'ora e Cornelia ascolt con occhi e orecchie ben aperti. Davanti a lei si stava aprendo un mondo sconosciuto che la terrorizzava, ma, allo stesso tempo, inevitabilmente l'attraeva.

50. LA PARTENZA.
Roma
16 aprile del 184 a.C.
Hora octava.

Publio Cornelio Scipione usc dalla sua casa e s'incammin a piedi, accompagnato dal fratello Lucio, il figlio Publio, il genero Nasica, il cognato Lucio Emilio Paolo e i suoi fedeli compagni Lelio, Silano e Marco. Tutti insieme abbandonarono la grande domus degli Scipioni nel centro di Roma e si diressero verso la parte nord della citt per entrare nel Foro. Li seguivano due lettighe, trasportate da schiavi, una per Emilia Terzia e l'altra per Cornelia Maggiore. Tutto il nucleo del clan degli Scipioni lasciava Roma verso l'esilio imposto dal Senato. Dietro di loro, decine di schiavi e schiave portavano ogni sorta di bagaglio: dalle armi, corazze e scudi, fino a paioli, mestoli, anfore, piccoli mobili come sellae, comodini e lampade a olio. Presso la Porta Capena che dava accesso alla Via Appia, a sud di Roma, li attendevano una dozzina di carri, pronti a condurli tutti nel Sud dell'Italia, alla residenza campestre a Liternum. Publio Cornelio preferiva esibire una scena umile, e altrettanto umiliante, per mostrare a tutti che lasciava Roma senza portare con s nulla che non fossero i beni personali. Alle sue spalle lasciava una Roma perplessa e confusa, con un popolo che assisteva muto al passaggio di quella comitiva.
Eccoli l, gli Scipioni, la famiglia pi potente di Roma, a piedi, che attraversava il Foro in direzione est, abbandonando una residenza semivuota e la loro figlia minore, in piedi sull'uscio della porta, accompagnata da un paio di schiave e dall'atriense Laerte, rimasto con lei per scortarla alle nozze, in attesa di una celebrazione che non sarebbe stata caratterizzata dai riti tradizionali, poich la famiglia si stava esiliando dalla citt. Sarebbero state delle nozze fuori dall'ordinario.
Cornelia Minore stava l, sull'uscio della sua casa, con l'animo colmo di timore ma con un portamento e una dignit che stupirono perfino Tiberio Sempronio Gracco, tribuno della plebe, che ora tutti ammiravano per aver fatto in modo che Roma sopravvivesse a una delle notti pi terribili che la citt avrebbe ricordato, comparabile a quando Annibale circondava le sue mura. Gracco aveva saputo sconfiggere in Senato l'imbattibile Marco Porcio Catone, aveva obbligato Scipione all'esilio ed evitato uno scontro mortale tra le due fazioni politiche avversarie della citt che sarebbe di sicuro sfociato in una cruenta guerra civile dalle conseguenze imprevedibili.
Tiberio Sempronio Gracco si ferm di fronte alla porta della grande domus degli Scipioni. Era circondato da familiari, amici e decine di curiosi. Provava un sentimento di compassione nei confronti della giovane che lo attendeva sulla porta. L'avevano vestita, sua madre o le schiave, con una tunica recta e, sulla testa, aveva una coroncina di fiori, di mirto, verbena e arancio. Sulla tunica portava uno scialle color crema, dello stesso colore dei sandali, e intorno al collo la stessa collana che sua madre Emilia aveva indossato il giorno delle nozze con suo padre, anche se Gracco non poteva saperlo, lui che riusciva solo a pensare, nonostante il clima di tensione che circondava quel gruppo, che quel giorno Cornelia Minore era la pi bella donna che avesse mai visto.
Nel frattempo Publio Cornelio Scipione si allontanava dal cuore della citt. Discese per la Via Nova, quindi per la Via Sacra, per poi voltare verso sud, tra le colline del Palatino e il Monte Celio. La folla si radunava ai lati di ogni strada che man mano percorreva. Non provenivano n acclamazioni n insulti, n imprecazioni agli di n lamenti. Nulla. Solo un pesante silenzio che dimostrava che la plebe non sapeva pi cosa pensare. Quello era Publio Cornelio Scipione, il generale dei generali, colui che li aveva salvati da Annibale in ripetute occasioni, l'uomo pi potente di Roma, del mondo intero, colui che a quanto si diceva voleva divenire re, ma che ora, a piedi, accompagnato da familiari e amici, con i suoi schiavi a scortarlo, abbandonava Roma. No, il popolo non sapeva cosa pensare, ma Publio pat un dolore inimmaginabile nel constatare che nessuno osava opporsi a un tale oltraggio verso la sua persona. Lui si dirigeva verso l'esilio a vita, mentre il popolo, confuso, debole, fiacco, lo abbandonava alla sua sorte. No, non voleva pi vivere in quella Roma. Quella non era pi la Roma dei suoi antenati, non era pi la Roma per la quale aveva combattuto. La citt si era convertita nella Roma di Catone, o di Gracco, o di altri assolutamente inferiori a lui ma che manovravano i fili dello Stato. Lottava contro l'impulso di ribellarsi a tutto e a tutti e di riconquistare il potere con la forza, ma lo soffocava sul nascere: non avrebbe avuto senso combattere per governare chi non lo voleva. E sua figlia era stata presa come ostaggio, per rispettare un patto umiliante. Inoltre si sentiva debole quanto non mai. Le febbri stavano tornando, avvertiva i brividi in tutto il corpo. Meglio cos, pens. Meglio cos. Una morte precoce avrebbe alleviato la tortura della lenta attesa dell'ultimo viaggio.
Giunsero alla Porta Capena, e tutti i familiari salirono sui carri insieme agli amici, tranne Gaio Lelio, che si era fermato a controllare che tutto procedesse secondo i piani durante le nozze di Cornelia. Publio Cornelio Scipione, invece, non sal su alcun carro. Lui no. Si rifiut, nonostante le suppliche della moglie e le insistenze degli amici. Si rifiut categoricamente e si limit ad avviarsi solo, a piedi, di fronte a tutti, con la stessa fermezza di quando, tempo prima, comandava le lunghe marce delle legioni. Cos, solo, apparentemente sereno ma ferito nel profondo, dignitoso eppure sconfitto, Publio Cornelio Scipione cominci a camminare per la Via Appia, con la consapevolezza che mai avrebbe calpestato nuovamente quelle pietre, sulle quali lasciava cadere tutto il peso del suo fallimento e della sua immensa tristezza. Disse addio a Roma, a una intera vita. Senza saluti n acclamazioni di alcun tipo, come un trionfo al contrario, una lunga parata accompagnata dal silenzio, una comitiva senza destino, una sentenza inclemente.
Publio si ferm un istante e si volt verso le mura di Roma. Migliaia di persone si erano raggruppate intorno alla Porta Capena: mercanti, veterani, commercianti, liberti, schiavi, patrizi, senatori, perfino il praetor urbanus e il praetor peregrinus erano l, a osservare in silenzio il pi importante dei cittadini che si allontanava. Publio li guard tutti e a loro rivolse le sue ultime parole.
Un giorno mi rimpiangerete! Un giorno, domani o tra mille anni, proprio da qui, da queste mura, oppure ai confini del mondo, l dove si decide il destino di Roma, un giorno, circondati da nemici che vi faranno tremare di terrore, mi rimpiangerete e mi invocherete, ma io non sar pi con voi, n col corpo n con lo spirito! La mia anima vi avr abbandonato e non avrete nessuno che accorrer in vostro soccorso! Che cosa farete allora? Ditemi, che cosa farete? Parl con convinzione e potenza, e le sue parole giunsero fino alle mura, dove la gente si era affollata.
Nessuno per gli rispose, nessuno si pronunci, le parole di Scipione risuonarono tra le imponenti mura che circondavano la citt; e il popolo si volt nell'udire quello strano eco, molti pensarono che quelle mura, un giorno, non sarebbero state sufficienti a difenderli dal nemico, molti pensarono di rispondergli, di chiedergli perdono, di tentare di fermare il generale esiliato, ma quando volsero di nuovo lo sguardo verso la Via Appia, Publio Cornelio Scipione era scomparso. E l restava il pi grande vuoto che una civilt avrebbe mai provato.

51. LA PRIMA NOTTE DI NOZZE DI CORNELIA MINORE.
Roma
17 aprile del 184 a.C.
Prima vigilia.

Cornelia indossava ancora gli ornamenti delle nozze, con i capelli intrecciati e il velo color arancio che le copriva il volto. I due sposi erano rimasti soli all'interno della stanza nuziale. Tiberio Sempronio Gracco si sedette su una piccola sella che si trovava in un angolo della stanza. La giovane Cornelia, nervosa, pur riuscendo a tenere sotto controllo il proprio turbamento, rest in piedi, di fronte a quel letto che guard per un breve istante, per poi rivolgere lo sguardo a terra e attendere.
Gracco si sentiva stanco. Era stata una cerimonia lunga, com'era d'obbligo per le famiglie importanti che si univano in matrimonio. Nonostante l'assenza degli Scipioni, non aveva voluto privarsi degli sfarzi consoni all'occasione. Era il suo modo di riaffermare il potere di fronte al Senato, e di fronte a Catone. La pomposa festa aveva un secondo fine. C'erano cibo e vino in abbondanza, per lui, nonostante avesse ecceduto, non si era ubriacato. Eppure il banchetto lo aveva lasciato intontito. Ora, di fronte a lui, c'era una giovane patrizia terrorizzata. Forzarla non l'avrebbe n divertito n rilassato, dopo un tale festa in compagnia di tutti gli amici. La ragazza... bastava guardarla: l, in piedi, dritta, immobile, con il suo vestito da sposa, ignara di quel che doveva fare. Nemmeno tutto il rancore che serbava verso il padre sarebbe bastato a scaricare su di lei la propria ansia di rivalsa. Gli bastava averla l, ora era sua moglie.
Gracco ramment la campagna in Asia, la rischiosa negoziazione con Filippo, le ferite ricevute dai terribili catafratti seleucidi; e poi le lunghe sessioni in Senato, gli intrighi di Catone, i sicari nella notte.
Mi  costato molto, giovane Cornelia, mi  costato molto averti. Tuo padre me la fece pagare per qualcosa che nemmeno mi permisi di fare: corteggiarti. Per lo meno adesso il motivo della sua ira si  concretizzato. Adesso sei mia moglie.
Cornelia non sapeva cosa dire n cosa fare. Aveva pensato che non ci sarebbe nemmeno stato tempo, n motivo, di parlare, una volta entrati nella stanza nuziale. Improvvisamente quell'uomo, suo marito, un uomo che in passato si era comportato bene con lei, menzionava il torto subito da suo padre, da Scipione. La ragazza aveva nutrito affetto verso quell'uomo, e passione, poi delusione, si era prostata ai suoi piedi, lo aveva insultato, disprezzato. Non era mai accaduto nulla di concreto tra loro, eppure, allo stesso tempo, lei aveva nutrito una miriade di sentimenti nei suoi confronti. Cornelia cerc una via d'uscita da quel silenzio, ma senza trovarla. Sperava che il marito prendesse l'iniziativa e la finisse con quella esasperante attesa. Abituata ad avere il controllo di se stessa, in quel momento si sentiva persa di fronte a qualcuno al quale doveva rispetto senza nemmeno sapere se anche lui ricambiava lo stesso riguardo.
Sei sempre stata tanto loquace, ogni volta che ci siamo incontrati, e ora che siamo soli, e potresti parlare in tutta libert, hai deciso di tacere. Gracco la osserv dalla testa ai piedi. Era bella, e sotto le vesti s'intravedeva il suo corpo. Aveva desiderio di scoprirla, ma avvertiva l'immenso imbarazzo della ragazza. Hai paura? Cornelia mantenne il silenzio. Lui sospir e si alz. So che hai accettato di sposarmi per liberare tuo zio. La dignit con cui hai affrontato la situazione ti onora. Possederti sarebbe molto piacevole, ma sono stanco e non voglio esaurire le poche forze che mi rimangono per lottare contro una giovane patrizia frastornata e spaventata. Ci sono luoghi a Roma dove potrei trovare lo stesso piacere senza per avere davanti quegli occhi spaventati che mi fissano. Non voglio costringerti, Cornelia. Le nozze erano necessarie per assicurarci che tuo padre rispettasse la sua parte dell'accordo. Non preoccuparti, non voglio forzarti. Ho sempre pensato che conversare con te fosse molto interessante, ma naturalmente ora le circostanze e la tua paura non lo permettono. Non t'incolpo per questo. Non so come reagirei io al tuo posto, sposata con uno dei maggiori nemici politici di tuo padre, come tu stessa mi hai definito.  chiaro che tra noi c' un abisso, e il nostro matrimonio pu celarlo solo pubblicamente. Riposa tranquilla. Non aspettarmi sveglia. Si avvi, apr la porta e fece un passo fuori, quando la voce di Cornelia lo fece arrestare di colpo, catturandolo come le sirene che incantarono Ulisse.
Sono giovane, inesperta e ho paura, per sono tua moglie, Tiberio Sempronio Gracco. Non importa se ti ho sposato perch le nostre famiglie si odiano e questo era l'unico modo per evitare che tutta Roma si convertisse in un mare di sangue e sofferenza. Tutto ci fa ormai parte del passato, e credo che tra me e mio marito l'unica maniera d'intendersi sia dimenticare il passato, concentrarsi solamente sul presente e sul futuro.
Gracco si volt verso di lei per ascoltarla ma non richiuse la porta. Cornelia continu a parlare. Si era tolta il velo e i suoi bellissimi occhi scuri si muovevano agitati guardando a terra, le pareti e a tratti lui.
Ho paura perch non sono mai stata con un uomo prima d'ora, come del resto ci si aspetta da una patrizia prima del matrimonio, per ora sono qui, e non m'importa il motivo delle nozze, solo di fare ci che mi spetta. S, ti ho sempre considerato un nemico di mio padre e della mia famiglia, per tu sai, Tiberio Sempronio Gracco, che ho anche saputo vedere in te un uomo giusto e attento verso i suoi simili, verso il popolo e verso Roma. Quando ho accettato questo matrimonio l'ho fatto,  vero, pensando soprattutto alla liberazione di mio zio e per evitare un bagno di sangue, ma anche con la speranza che l'uomo che avrei sposato, nonostante fosse un avversario della mia famiglia, potesse essere capace di atti valorosi, e questo mi ha aiutato a sopportare la situazione. Ti ho insultato in passato, ma ti ho anche implorato in ginocchio. E adesso sono qui, sola con te, in questa stanza, e ho paura a causa della mia inesperienza, per se mio marito cercher in altri luoghi di Roma il piacere che desidera, ci non sar perch sua moglie non intende compiere fino alla fine l'obbligo che il matrimonio comporta. Sono tua moglie, accetto tutte le conseguenze, e far quello che desideri per soddisfarti. Solo che... solo che... non so da dove cominciare.
Qualunque altra giovane al posto suo sarebbe scoppiata in lacrime, ma Cornelia Minore, figlia di Publio Cornelio, non lo fece. Trattenne le lacrime tra i singhiozzi soffocati e rimase l, in piedi, ferma, a guardare suo marito che chiudeva lentamente la porta, confuso ma anche curioso e affascinato.
Cornelia ricord le ultime parole di Aret: Non  tanto importante ci che ti ho raccontato, tu dimostrati sempre timorosa, impaurita e inesperta. Non c' nulla che gonfi di pi l'ego di un uomo che il credere di saperne pi di una donna, quando si tratta di amare. Dopo poco tempo, tu imparerai molto pi di lui, ma fai in modo che lui non se ne accorga mai.
Vedo che hai ritrovato le parole cominci Gracco. Mi fa piacere. Le nostre conversazioni sono sempre state interessanti, e anche questa lo . Sei quindi disposta a tutto per soddisfarmi?
A tutto disse lei, a bassa voce, senza nascondere la paura che provava. Non era difficile comportarsi come le aveva consigliato Aret. Non aveva bisogno di fingere.
Disposta a essere mia moglie in privato come in pubblico?
Disposta, mio signore. Disposta ripet lei con un poco pi di coraggio ma sempre nervosa.
Lo appureremo.
Cornelia gli piaceva, lo commuovevano il coraggio che dimostrava, la sua ingenua sincerit ora che era rimasta sola, senza pi la famiglia vicino, che l'aveva sempre protetta, tranne un giorno, il giorno del Foro Boario. Allo stesso tempo, a Gracco ancora dolevano le ferite di Magnesia, ancora ricordava gli stratagemmi che il padre della giovane aveva usato in Grecia e poi in Asia per condurlo alla morte, e non poteva evitare di provare ancora l'immenso rancore che era stato costretto a reprimere per anni. Era pur vero che in Senato, l'ultima volta e contro Catone, aveva difeso la dignit del suo nemico, perch al di l dell'avversit personale era convinto che nessuno pi di Scipione avesse reso Roma potente. L'esilio era stata una scelta prudente, che lo stesso incriminato aveva accettato, che riduceva al minimo il pericolo per lo Stato ed evitava ulteriori scontri, il carcere, le esecuzioni e una lunga serie di tragedie per Roma.
Tuttavia ora, nell'intimit di quella stanza, davanti a lui c'era la figlia di quell'uomo che gli aveva causato tanto danno, che lo aveva condotto a un passo dalla morte in almeno due occasioni; lei era l, ed era sua, e poteva fare con lei ci che desiderava mentre la rabbia del passato resuscitava, ed era tanto viva, tanto presente, che Gracco, per la prima volta in vita sua, si spavent di se stesso.
Si avvicin lentamente alla giovane, e lei, ferma, in piedi, a testa alta, lo guard con un misto di paura, nervosismo, speranza, senza tentare in alcun modo di proteggersi. E il cuore di Gracco fu travolto da un turbine di sentimenti, perch quella giovane lo aveva stupito fin dal loro primo incontro, quando era solo una bambina, e poi, successivamente, quando lo aveva attratto con la sua forza e la sua bellezza e quando era stata capace di sfuggire alla vigilanza del potente Scipione per mettersi in contatto con lui nonostante le fosse stato proibito.
Che cosa avrebbe fatto con quella giovane, con quella giovane patrizia, con sua moglie, mentre il cammino freddo e spietato della vendetta s'intrecciava con quello incerto della passione?
Tiberio Sempronio Gracco si ferm vicino a Cornelia e le parl con una voce che nemmeno lui riconobbe, grave e profonda, come la voce di un ugure che preannuncia il futuro.
Spogliati.
E Cornelia, con una goffaggine naturale che sembrava quella simulata dalla pi esperta meretrice di Roma, tent di sciogliere il nodus herculeus che teneva legato il suo vestito senza riuscirvi. Fece per chiedere al marito di aiutarla, ma lui aveva sfoderato la spada e la brandiva verso il suo ventre piatto, dove lo stomaco si era ristretto nel vedere quell'uomo che le si avvicinava con quell'enorme spada. Cornelia chiuse gli occhi e pens a suo padre, a suo zio, a Roma, a tutti coloro che aveva salvato e preg gli di perch quell'uomo non la uccidesse, che la ferisse soltanto, con una ferita che si potesse nascondere, perch altrimenti suo padre sarebbe tornato a Roma e avrebbe ammazzato chiunque avesse incontrato.
Gracco fece scivolare la punta del gladio sotto il nodo del vestito, sollev agilmente la spada, e il nodo salt all'istante, lasciando scoperte le spalle della patrizia. La giovane, sorpresa, ma interpretando rapidamente l'azione del marito, rest dapprima immobile, poi incroci le braccia sul petto e infine fece scivolare il vestito dalle spalle finch non cadde al suolo, mostrando una figura coperta solo dalla tunica intima che suo marito non esit ad abbassare per lasciare finalmente scoperto il corpo giovane e attraente della moglie, ora completamente nuda, indifesa, di fronte all'uomo che suo padre odiava.
Tiberio Sempronio Gracco rinfoder lentamente la spada e port le mani sul petto di Cornelia. Le strinse con forza i seni avvertendo i tremori della giovane mentre i suoi capezzoli s'indurivano al centro dei palmi delle sue mani. Gracco guardava gli occhi di sua moglie, della vittima della sua follia, ma la ragazza li teneva ben chiusi. Senza cessare di stringerle i seni, ma evitando di farle del male, il tribuno di Roma spinse la giovane verso il letto e lei, arresa, si distese.
Fecero l'amore per ore, e quando all'alba Cornelia si svegli e scopr il proprio corpo nudo avvolto nelle lenzuola leggermente sporche di sangue, non prov n paura n dolore n desiderio di scappare. Al contrario, si avvicin a suo marito e gli appoggi la testa sul petto forte e robusto, l dove le molte cicatrici di guerra si incrociavano tra loro, e cominci a leccarle, come un leone che si lecca una zampa ferita. Gracco apr gli occhi e appoggi il braccio sulla schiena liscia e morbida di sua moglie. Cos passarono alcuni minuti, finch l'uomo, sorpreso da se stesso, di nuovo eccitato, distese la moglie sulla schiena e torn a possederla, con la medesima combinazione di furia e delicatezza della notte prima, e che, da quel giorno, si sarebbe convertita nella forma abituale con cui i due avrebbero continuato a congiungere sentimenti e circostanze, in mezzo all'inquietudine di Roma, diretti verso una storia che entrambi avrebbero intuito eccessivamente complicata, pericolosa, e che avrebbero affrontato solo restando vicini.

52. IL RITIRO DELL'EROE.
Liternum, Campania
Maggio del 184 a.C.

Presto giunse a Liternum la notizia di come si erano svolte le nozze della piccola Cornelia. Nell'atrio della villa degli Scipioni in Campania, Emilia ascoltava piena d'interesse la descrizione che Gaio Lelio si sforzava di trasmetterle. Si trattava in realt di una narrazione alquanto limitata degli eventi, con pochi dettagli, da parte di un soldato che non poteva soddisfare la curiosit femminile di una madre che voleva sapere tutto del vestito nuziale della figlia, quante volte avesse sorriso, pianto o chiuso gli occhi, che cercava commenti su come fossero vestite le donne della famiglia di Gracco, che voleva sapere come si fosse comportato il marito con la giovane sposa, se fossero stati rispettati tutti i riti. Ma il resoconto di Lelio poteva soddisfare solo le imbarazzate orecchie di Publio Cornelio Scipione, che desiderava conoscere non pi del minimo necessario. A Publio bastava sapere che sua figlia non fosse stata maltrattata, umiliata o disprezzata in pubblico. Oltre a ci, a meno che sua figlia non gli avesse scritto accusando esplicitamente il marito, Publio non voleva sapere altro. Per sua moglie, invece, il racconto di Lelio mancava della forza descrittiva che una madre desidererebbe riguardo a un evento tanto importante nella vita della propria figlia.
A Emilia restava la consolazione di poter ricevere una rappresentazione pi completa del matrimonio attraverso le lettere che Cornelia, diretta protagonista e testimone, le avrebbe scritto nei prossimi giorni.
Suppongo che le mie parole non bastino a descrivere adeguatamente un matrimonio si scus Lelio notando la delusione sul volto di Emilia. Sono pi bravo a narrare le battaglie che le celebrazioni, o forse nemmeno quelle. Ormai non servo neanche pi ad abbattere nemici in una guerra.
Gaio Lelio, ex console di Roma, replic Emilia abbozzando un sorriso gentile di fronte alla confessione del senatore veterano tu servi molto di pi che a questo. La nostra famiglia non sarebbe riuscita a ottenere tutto quello che ha ottenuto senza l'appoggio costante e leale di un amico fedele quale tu sei stato.
Lelio abbass la testa, grato per quel complimento.
E che mi dici riguardo alle battaglie? intervenne Scipione, avido di notizie e desideroso di condurre una conversazione il cui tema non fosse Roma, non perch non fosse interessato alle nozze della figlia, ma perch voleva evitare, per quanto possibile, di ricordare la sua umiliante condizione di esiliato, e il matrimonio di Cornelia era la prova pi tangibile del terribile patto che lo aveva obbligato ad abbandonare per sempre la citt del Tevere. Il nostro caro Lelio ha avuto modo di sapere di qualche battaglia interessante che ha avuto luogo recentemente? Qui le notizie giungono raramente e spesso penso che gli amici a Roma temano di mettere per iscritto fatti rilevanti.
Allora non hai saputo dell'ultima vittoria di Annibale?
Publio si raddrizz sul suo solium. Lelio si sent orgoglioso di aver attirato la sua attenzione. Da quando era arrivato per fargli visita, Publio era quasi sempre rimasto disteso sulla propria poltrona, distratto, mezzo addormentato, avvolto dal calore di quel pomeriggio di primavera.
Notizie su Annibale. Questo s che  interessante. Scipione parl con una luce negli occhi che Lelio riconobbe subito: ecco che in lui riconosceva il guerriero che era. Un'altra vittoria di Annibale. Dove? Quando? Come? L'ultima notizia che ci era giunta... e guard Emilia che, a differenza del marito, era pi abile a fingersi interessata alle conversazioni di cui in realt non le importava molto ...riferiva che Annibale si era rifugiato in Bitinia.
Una vittoria navale contro Pergamo annunci Lelio.
Navale? Publio torn ad appoggiarsi allo schienale del solium.  impossibile. Il re Prusia non dispone di una flotta con cui poter combattere in mare, men che meno contro la flotta del re Eumene.
Lo scetticismo di Publio rese Lelio ancor pi felice. Aveva qualcosa d'interessante da raccontare. Perfino lui, che si sentiva sempre inadeguato con le parole, riusc a riassumere adeguatamente la battaglia tra la debole flotta di Bitinia e la poderosa armata di Pergamo.
Serpenti? domand incredulo Publio, con una certa soddisfazione nel constatare che il suo antico nemico era riuscito a ottenere una vittoria nonostante i mezzi insufficienti e l'inferiorit numerica. Serpenti! E si colp la coscia con il palmo della mano, proprio sopra la cicatrice della ferita che lo stesso Annibale gli aveva inferto a Zama, generando un forte schiocco che fece trasalire Emilia. Per tutti gli di, ha lanciato serpenti velenosi alle barche nemiche! E dopo un'altra pacca sulla gamba scoppi in una interminabile risata che contagi anche sua moglie e lo stesso Lelio. Ah, ah, ah, serpenti...! I tre continuarono a ridere per qualche minuto. Serpenti...! ripet pi e pi volte Scipione tra i singulti.
Lelio concluse il suo racconto spiegando che era giunta un'ambasciata del re di Pergamo per descrivere l'accaduto e come Catone avesse riacceso la paura nei confronti di Annibale in tutti i senatori, insistendo sul fatto che se il generale cartaginese era stato capace di sconfiggere la potente flotta di Pergamo con un pugno di serpenti, cosa sarebbe successo se fosse riuscito a riunire un esercito tra i vari Stati dell'Asia Minore? Cos Catone, ancora una volta, aveva proposto che il re Prusia consegnasse Annibale a Roma.
Publio guard Lelio in silenzio, senza fare commenti.
Terminarono la cena e Publio condivise quel tempo con Emilia e Lelio con maggior partecipazione del solito, abituatosi ormai a digiunare quasi ogni sera, immerso in uno stato di malinconia e tristezza. Bevve perfino un po' di mulsum, per si ritir presto, congedandosi affettuosamente dal suo vecchio e fedele amico, e posando, per un istante, la mano sulla spalla della moglie.
Emilia fece per appoggiare a sua volta la mano su quella del marito, ma ormai Publio aveva gi ritirato la sua e si allontanava dall'atrio, attraversando il tablinum per dirigersi lungo lo stretto corridoio che conduceva alla parte posteriore della casa, dove i due sposi avevano la loro stanza da letto, anche se probabilmente lei non lo avrebbe trovato l.
Emilia sospir, Lelio guard dall'altro lato, ed entrambi, tuttavia, non poterono evitare di sorridere ricordando come Publio aveva ripetuto quella parola che tanto li aveva divertiti.
Serpenti! Serpenti! Serpenti!
Emilia si volt verso Lelio e gli confess a bassa voce: Non lo vedevo pi ridere tanto dai tempi di Siracusa.
Lelio annu e ripens all'ultima volta che aveva visto l'amico felice, e anche lui dovette tornare a una cena a Siracusa, durante la quale tutti gli ufficiali avevano finito per ridere a crepapelle davanti a un umiliato Catone. Quanto erano cambiate le cose!

53. L'ULTIMA UDIENZA DI PRUSIA.
Nicomedia, regno di Bitinia, Asia minore
Maggio del 184 a.C.

Annibale attese pazientemente il proprio turno. Poche settimane dopo la vittoria su Pergamo, il re Prusia di Bitinia lo aveva ricevuto senza che nemmeno ci fosse bisogno di chiedere udienza. Poi, dopo un paio di mesi, Annibale aveva invece dovuto sollecitare un permesso per rivedere il sovrano, e questi si era fatto attendere per vari giorni. Successivamente, c'erano volute settimane per incontrarlo di nuovo. Ora, dopo due anni da quella battaglia, era gi da un mese e mezzo che il re di Bitinia non aveva tempo per riceverlo; Annibale stava gi pensando che non lo avrebbe mai pi rivisto, quando era giunto un messaggero del re per comunicargli che il grande re Prusia di Bitinia, cos come il soldato lo aveva nominato, lo attendeva per un'udienza.
Annibale entr solo nel palazzo del re. I pochi veterani che ancora lo accompagnavano erano rimasti a proteggere la casa convertita in fortezza vicino al Propontide. Per vari minuti il re lo ignor completamente, poi finalmente Prusia lasci perdere i documenti che i suoi consiglieri gli stavano mostrando e decise di sollevare lo sguardo e dedicare un momento di attenzione ad Annibale.
Sono un re con un regno da governare, Annibale, e non ho molto tempo da perdere. Per i miei consiglieri dicono che hai insistito molto per ottenere un incontro. Ti ascolto, dunque, per non divagare.
Annibale non fece caso alla superbia di quel sovrano che non contava niente nel mondo e pass direttamente al tema che lo interessava: la sicurezza della Bitinia, che significava la sicurezza per se stesso. Il fatto che il re lo tenesse cos poco in considerazione gli rendeva il compito alquanto difficile.
Dovremmo attaccare Pergamo via terra. Adesso che non se l'aspettano, mentre stanno ricostruendo la flotta.  il momento giusto, re Prusia. La miglior difesa  sempre attaccare per primi il nemico, violentemente e a sorpresa. In questo modo intimoriremmo Eumene abbastanza da convincerlo della pericolosit del tuo regno, cos che otterresti per esso la pace e la sicurezza per molto tempo ancora.
Prusia sospir e scroll la testa.
Non disponiamo di sufficienti forze per combattere contro Pergamo.
Pergamo lo interruppe Annibale ha altri fronti aperti. I Seleucidi non si arrendono, ed Eumene deve proteggere gi troppi confini. Convincilo con un attacco a sorpresa che  meglio per lui guardarsi le spalle mentre lotta contro Seleuco per impossessarsi dei resti dell'impero di Antioco. Fallo e otterrai una protezione per la tua terra. Se non intervieni, prima o poi Roma gli invier rinforzi che si scaglieranno contro di te.
Roma rispose il re, irritato per essere stato interrotto, Roma ha troppi problemi interni da affrontare per occuparsi dell'Asia.
Quest'ultima affermazione del sovrano lasci Annibale di stucco. Prusia si compiacque di possedere delle informazioni che il suo interlocutore ignorava. Godeva sapendo che Annibale non sapeva nulla dell'esilio del generale romano.
Roma  troppo occupata con le proprie controversie interne. Oggi stesso sono stato informato che si stava per scatenare una guerra civile tra le sue strade. Scipione, il generale che ti ha sconfitto,  stato esiliato dalla sua citt. Proprio come te. In questo siete uguali. Due generali sconfitti ed esiliati, ognuno dal proprio Senato. E scoppi in una sonora risata alla quale rapidamente si unirono tutti i consiglieri e i sudditi l presenti, in attesa di essere ricevuti dal monarca dell'Asia Minore del Nord.
Annibale cerc di ignorare il disprezzo con cui il re lo stava trattando. Sapeva intendere anche ci che Prusia taceva. Non c'era bisogno di parole per certe cose. S'inchin di fronte al re e, tra le risate di coloro che lo denigravano, nonostante avesse loro regalato un'inaudita vittoria su Pergamo, usc dal salone del trono. Le porte si richiusero alle sue spalle, e lui s'incammin lungo il corridoio di pietra che conduceva all'uscita del palazzo del re. Nell'avvicinarsi all'uscio, avvert che un'ombra si muoveva dietro di lui. Annibale port d'istinto una mano all'impugnatura della spada, ma era stato disarmato prima di entrare a palazzo. Si volt di scatto, pronto a lottare a mani nude se fosse stato necessario, ma si trov di fronte l'ufficiale dell'esercito di Bitinia che aveva combattuto con lui e Maarbale durante la battaglia navale contro Pergamo. L'ufficiale non aveva sfoderato la spada e si limitava a guardarlo serio.
Fa' attenzione, generale disse il Bitinio, e se ne and, senza aggiungere altro.
Annibale comprese di aver appena ricevuto un avvertimento da qualcuno che lo rispettava, forse l'unico in quel luogo ai confini di un mondo che si stava avviando verso l'autodistruzione.
Quell'avviso conferm le sue intuizioni. Eumene di Pergamo non aveva ancora attaccato perch aspettava gli aiuti provenienti da Roma. E Roma aveva appena esiliato Scipione. Ci significava che la Roma disposta a negoziare non esisteva pi. Ben presto Roma avrebbe attaccato Cartagine, l'avrebbe distrutta, e avrebbe cominciato a cercarlo in ogni parte del mondo per eliminarlo definitivamente. Una Roma senza Scipione era una Roma implacabile e crudele, che avrebbe tiranneggiato tutti gli altri popoli, e non c'era nulla da fare per evitarlo. Se Prusia aveva ottenuto quell'informazione era perch erano giunti messaggeri segreti da Roma che reclamavano al re di Bitinia la testa di Annibale.
Il generale cartaginese avanz per le strade della citt di Nicomedia, riflettendo se nel mondo potesse ancora esistere un luogo sicuro dove potersi rifugiare e prepararsi a combattere nuovamente contro Roma. Non aveva pi moglie n amici, n citt, n patria. Non gli restava altro che il combattimento per mantenere viva la fiamma della sua anima.

54. LE MEMORIE DI SCIPIONE.
Liternum
Settembre del 184 a.C.

Il tempo trascorreva con l'interminabile lentezza che solo un esiliato pu patire. I giorni erano ripetitivi, noiosi. Emilia si dimostrava distante, fredda, o almeno cos la sentiva Publio, pur comprendendo che l'allontanamento da Roma, da suo fratello e dal resto della famiglia era un fardello pesante da sopportare. Le notti con Aret erano l'unica cosa in grado di spezzare la monotonia di quel triste e lento trascorrere delle ore, senza senso n direzione. Publio non sapeva nemmeno pi se fosse la freddezza di Emilia a spingerlo a trascorrere sempre pi notti con Aret o se fosse il maggior tempo passato con la schiava ad aumentare la distanza tra lui e la moglie.
L'estate era ormai finita e Publio sedeva sotto un albero di fico, nel giardino murato della propria villa. Era il suo posto preferito, dove lasciava passare semplicemente il tempo. L'atriense Laerte, che li aveva raggiunti dopo le nozze di Cornelia, aveva portato dell'acqua calda con erbe, che Publio sorseggiava lentamente. Aveva voluto Laerte con s per la sua forza in qualit di scorta, per il suo passato da guerriero, per, con il trasferimento alla villa in Campania, lo schiavo si era dimostrato anche un abile tuttofare. Laerte aveva confermato la sua destrezza gestendo impeccabilmente la tenuta, acquistando dell'ottimo bestiame e ottenendo il massimo profitto dall'ultimo raccolto di cereali, uva e olio. Publio rammentava di aver udito il guerriero spartano raccontare di quando lavorava in una fattoria, o forse ne era stato il proprietario, nella sua terra, prima di arruolarsi per le guerre in Grecia condotte da Nabide. Inoltre, Publio aveva notato che un'insolita allegria caratterizzava Laerte da quando si erano trasferiti a Liternum; probabilmente allo schiavo quel luogo ricordava la sua vita precedente alla sconfitta di Sparta subita da Roma. Ma doveva esserci anche un altro motivo, di cui Publio avvertiva l'esistenza ma ignorava di cosa esattamente si trattasse.
S, Publio vedeva passare i giorni con la lentezza propria dell'esilio. Si trattava di una tortura costante, dietro la quale percepiva il sorriso lontano di Marco Porcio Catone, giorno dopo giorno. Quello, soprattutto, gli rivoltava lo stomaco causandogli perennemente una sorta di nausea. Quello gli toccava sopportare, in cambio della liberazione del fratello. Tuttavia Publio nutriva ancora il dubbio se non sarebbe stato meglio affrontare la lotta armata e sconfiggere Catone una volta per tutte. Quel miserabile censore di Roma non faceva che distruggere tutto ci che avesse a che vedere con il ricordo delle sue imprese passate. Catone aveva deciso non solo di esiliarlo, ma anche di cancellarlo completamente dalla storia, lui e tutta la sua famiglia. Non passava giorno senza che da Roma giungessero notizie penose. Per questo, da una settimana, aveva informato sua moglie di non voler pi ricevere informazioni sulla politica di Roma; non voleva pi saperne del Senato, n dei suoi tribuni della plebe, n delle province governate da uno Stato che ora deplorava. Gli interessava solo sapere come stavano i suoi figli, i suoi familiari, o eventualmente cosa stavano combinando i vecchi guerrieri come Annibale, anche lui condannato a un esilio simile, tradito dalla sua stessa citt.
Era curioso che dopo aver combattuto tante battaglie e aver patito tanto dolore per causa sua, ora fosse proprio il generale cartaginese la persona alla quale si sentiva pi vicino. E, chiss perch, intuiva che ad Annibale, in quel momento della propria vita, non sarebbe dispiaciuto questo riguardo nei suoi confronti. O, per lo meno, a Publio piaceva pensarla in questo modo.
Scipione si sentiva impotente. Era come essere morto pur restando in vita. Era come non esistere pur conservando l'obbligo di alzarsi ogni mattina, mangiare, bere, parlare, ascoltare. Come essere stato giustiziato pur rimanendo in piedi, condannato a rivedersi sulla forca, giorno dopo giorno; come morire lentamente, ogni notte di pi, senza mai giungere a esalare l'ultimo respiro. Gi da qualche settimana Publio Cornelio Scipione stava valutando l'idea del suicidio.
Il vento leggero soffiava intorno alla villa di Liternum, muovendo le fronde di quel centenario albero di fico, trasmettendo un tenue senso di pace allo spirito tormentato di colui che un tempo era stato il pi grande generale di Roma, l'uomo pi potente del mondo. Una smorfia di tristezza e desolazione si dipinse sul volto di Publio. Non possedeva pi legioni da comandare n un Senato al quale rivolgersi, nemmeno l'affetto di sua moglie, e sapeva che le carezze di Aret, per quanto amorevoli, erano frutto di un obbligo e non dell'ammirazione o di un amore sincero. Quella era la vita che gli restava, e non valeva la pena di viverla.
Fu in quel momento, in quell'indolente pomeriggio di settembre, con la speranza che stava per abbandonare il suo animo, che d'improvviso lo colse un'idea, l'unica che avrebbe potuto dare un senso ai giorni, ai mesi, agli anni, a ci che gli restava da vivere: raccontare la propria vita passata, la realt dei fatti, quella vita che lui aveva governato non per gli altri ma per se stesso, decidendo il proprio destino. S, narrare la storia della guerra contro Annibale dal suo punto di vista, spiegare le battaglie in Italia, la campagna in Hispania, la conquista di Carthago Nova, le battaglie di Baecula e Ilipa, il castigo inflitto a Iliturgis e Castulo, i dibattiti in Senato per ottenere il permesso di invadere l'Africa; spiegare i motivi della sua avversit a Quinto Fabio Massimo, e poi la sua interminabile disputa con Marco Porcio Catone; raccontare della Sicilia, dell'addestramento delle legioni V e VI, narrare il suo incontro con le famose legioni maledette, il loro riscatto, condividendo ora la stessa miseria che essere patirono in esilio, ma esaltando il fatto che solo grazie a loro lui era riuscito a sbarcare in Africa e a cambiare il mondo, e allo stesso tempo a restituire a ognuno di quei legionari l'orgoglio di sentirsi non tanto Romani ma uomini liberi. Quanto comprendeva, ora, la disperazione di quei soldati esiliati e disprezzati da Roma!
S, avrebbe raccontato tutto, del suo attacco a Locri, le battaglie in Africa, le negoziazioni con Siface e con Massinissa; la strategia utilizzata per attaccare l'esercito di Giscone e Siface durante quell'incredibile battaglia notturna, la terribile battaglia di Zama, dove perirono tanti ottimi ufficiali, molti dei suoi migliori amici; e poi il trionfo a Roma, il riconoscimento pubblico, la vita in una citt che per anni lo aveva considerato un eroe, quasi un dio, prima di umiliarlo e tradirlo, obbligandolo all'esilio perenne.
Avrebbe narrato di come Annibale si era alleato al re Antioco, di come lui, Publio, anche se malato, aveva aiutato il fratello ad affrontare la violenta battaglia di Magnesia; avrebbe descritto tutto, la carica dei catafratti, le manovre delle legioni, punto per punto, con chiarezza, precisione, cos da lasciare ai posteri il proprio punto di vista sui fatti, e non solo il resoconto di un Senato corrotto, quello di Marco Porcio Catone.
No, lui, Publio Cornelio Scipione, che era sempre stato attivo, un incessante combattente, non poteva passare la fine dei suoi giorni senza affrontare quell'ultima sfida, la pi importante: scrivere la storia che realmente era accaduta.
Publio si alz di scatto e lanci un forte urlo. Dall'interno della casa usc di corsa uno schiavo per servire il suo padrone.
Portami uno stilus, schedae e l'atramentum! Svelto, per Giove Ottimo Massimo, svelto! Ho bisogno di un papiro e di china per scrivere! E di tempo, ho bisogno di tempo! Poi Publio scoppi in una fragorosa risata. Tempo, continu a bassa voce il tempo  la sola cosa di cui dispongo in abbondanza, grazie a te, miserabile Catone. Non dubitare, sapr usarlo nel migliore dei modi. Il mondo dovr sapere ci che  successo realmente e come mi sono ridotto per colpa tua.
Lo schiavo, credendo che il padrone fosse impazzito, corse come il vento e gli port tutto ci che aveva richiesto, consapevole del fatto che un padrone pazzo e insoddisfatto fosse la cosa peggiore che uno schiavo potesse incontrare. Publio ricevette entusiasta il papiro e la china. Prese una delle schedae e la spieg con cura sopra il tavolo, su cui aveva appoggiato l'ormai dimenticata tazza di erbe bollite. Raccolse lo stilus, lo intinse lentamente e con attenzione nell'atramentum e cominci a scrivere le sue memorie.
Cominci in latino. Poi si ferm. Scosse la testa. Tracci una riga sulle parole che aveva scritto e ricominci. In greco. Pens che se voleva che la sua testimonianza venisse letta e ricordata da molti doveva scrivere in greco. Sarebbe stata l'ultima decisione mossa dal disprezzo verso Catone.
Per, da dove iniziare? Appoggi lo stilo. Aveva cominciato il testo in latino presentandosi con il proprio nome. No. Chi avrebbe letto avrebbe dovuto comprendere fin dal principio che quelli non erano i ricordi di un uomo qualunque, o che per lo meno non lo era stato per lungo tempo.
Publio Cornelio Scipione riprese in mano lo stilo avvicinandolo lentamente al papiro e, con estrema delicatezza, come fosse una madre che cuce un indumento per il suo bambino, cominci ad accarezzare la superficie di quel foglio bianco.
???at?tat?? ??, p??d?t?tat?? d? ???? ??e????
[Sono stato l'uomo pi potente del mondo, ma anche quello pi tradito.]1
La maledizione di Siface si  compiuta. C' stato un momento in cui mi sarebbe stato impossibile immaginare la mia fine. L'orgoglio e le adulazioni annebbiano la ragione. Poi...
1. La sezione tra parentesi traduce il testo greco, originale di Rubn Montas.

55. LA BASILICA PORCIA.
Roma
Ottobre del 184 a.C.

Catone si present nel piazzale predisposto per la costruzione poco prima dell'alba. Si trattava di un ampio terreno accanto alla Curia Hostilia, sul lato occidentale. Il censore di Roma, grazie al suo oro, aveva acquistato varie case private e botteghe nel cuore di Roma, tra la Curia e il Vicus Lautumiarum che scendeva da nord a sud in direzione del Foro. Proprio in quel punto, dove Catone aveva investito gran parte della sua fortuna personale accumulata durante la campagna in Asia e la sua partecipazione alla battaglia delle Termopili, si sarebbe innalzata pochi mesi dopo una nuova basilica, che avrebbe portato il nome della sua gens: la basilica Porcia. Un luogo dove si sarebbe amministrata la giustizia secondo la dottrina pi tradizionale e scrupolosa, seguendo le tradizioni degli antenati di Roma. La sua posizione, tra l'edificio dove si riuniva il Senato e le lugubri prigioni di Roma, non era stata scelta a caso. Il censore di Roma voleva che a tutti, inclusi i senatori, fosse ben chiaro che a pochi passi dalla Curia si sarebbe gestita la legge, una legge che poteva condurre chiunque al carcere. Il caso di Scipione rappresentava un ammonimento, per Catone voleva anche lasciare la sua impronta permanente nel cuore della citt. Quella basilica avrebbe vigilato, anche dopo la sua morte, sul perfetto accordo tra Roma e le leggi che l'avevano mantenuta tanto potente e cos a lungo. S, aveva investito quasi la sua intera fortuna in quell'impegno, ma la tenuta, con i suoi raccolti e il bestiame, rendeva abbastanza per vivere discretamente, anche senza dover partecipare ad altre campagne militari. E lui voleva lasciare una traccia a Roma, una traccia indelebile: quella magnifica costruzione, della quale ora esistevano solo le fondamenta, sarebbe stata la sua grande opera, il suo lascito ai posteri. Grazie a essa, lui sarebbe stato ricordato per sempre.
Marco Porcio Catone passeggi tra gli operai che si affannavano a impilare le migliaia di mattoni appena cotti e giunti dai forni di Roma per innalzare il nuovo grande edificio della citt. Roma stava cambiando, s. E stava cambiando in meglio. La Repubblica era sopravvissuta alle insidie degli Scipioni, e perfino a quelle del debole e idealista Tiberio Sempronio Gracco. Catone voleva dimostrare a tutti che era lui ad averla avuta vinta.
Con grande soddisfazione not che alcune decine di senatori che attraversavano il Comitium in direzione del Senato deviavano leggermente la rotta per avvicinarsi ai lavori della nuova basilica, meravigliandosi per le sue dimensioni. Catone lesse nei loro volti l'ammirazione e allo stesso tempo la perplessit di fronte a quella costruzione.
Credevate forse che una votazione perduta sarebbe bastata a mettermi fuori gioco? biascic tra i denti, colmo di orgoglio. Roma sta vivendo una rinascita. Scipione  in esilio, anche se dovrebbe essere morto, ma  comunque condannato all'esilio a vita; e io controller, da questa basilica, ogni suo movimento, che resti in esilio, che il nome degli Scipioni cada nell'oblio, che i senatori di Roma si adeguino alle leggi scritte della citt. Io vigiler su tutto e tutti.
E si allontan dal gruppo di senatori per continuare la sua passeggiata, fino a che il sole non divenne accecante nel cielo, tra le lunghe ombre di quel nuovo mondo.

56. LA RICHIESTA DI CORNELIA.
Roma
Novembre del 184 a.C.

Cornelia Minore camminava nervosa per l'atrio della grande domus che Tiberio Sempronio Gracco possedeva nel Clive Victoriae, nel centro di Roma. La giovane sposa aveva appena ricevuto un messaggio urgente da parte di sua madre e da ore meditava su come parlarne al marito.
Cara Cornelia Minore,
tuo padre diventa sempre pi debole. Lui, come al solito, si rifiuta di riconoscerlo, ma ogni giorno le sue passeggiate nel bosco vicino si fanno pi brevi e dorme sempre di pi. Ha frequenti accessi di febbre che lo costringono a letto durante il giorno, e le giornate in cui si sente bene sono sempre pi rare. Temo che a breve ci lascer per recarsi nell'Averno, dove mi auguro che gli di sappiano riconoscere i suoi meriti e lui non patisca pi la slealt di Roma. So che ora devi obbedire a tuo marito, e se, come mi aspetto, lui non ti lascer venire, lo capir; ma se tu riuscissi a farci visita, anche solo per pochi giorni, sono convinta che la tua presenza potrebbe infondergli nuova forza con cui combattere questa maledetta malattia che lo consuma gi da tanti anni. Fai quello che puoi. Ora il tuo primo dovere  compiacere tuo marito e rispettare il patto del Senato. Qualunque cosa farai, io l'accetter. Che gli di ti proteggano da ogni male.
Emilia Terzia
La tavoletta con il messaggio era rimasta sul tavolino al centro dell'atrio, accanto all'impluvium. Quello era il luogo preferito di Cornelia, dove poteva leggere con tranquillit durante i pomeriggi nei quali il marito si recava a far visita ai senatori della citt. Ora fissava quella tavoletta da una distanza di vari passi, mordendosi il labbro.
Proprio in quel momento si apr la porta del vestibolo che dava accesso al Clive Victoriae e la voce potente di Gracco risuon tra le pareti dell'atrio. Rientrava contento. Probabilmente aveva ottenuto altri appoggi per la sua candidatura al consolato. Dopo il tribunato della plebe e la gran fama ottenuta grazie al suo intervento nella disputa tra Catone e suo padre, Gracco godeva ora di un crescente prestigio che gli aveva acceso la speranza di essere eletto console di Roma; ci nonostante, con il pericolo rappresentato da Catone, seppur allontanato dal Senato dopo la sua intromissione finale nel processo contro Publio Cornelio, Gracco si stava sforzando di ottenere appoggi da entrambe le fazioni, sia da chi continuava a spalleggiare il maledetto Catone sia da chi era stato fino a poco tempo prima alleato della famiglia degli Scipioni. Di fatto, il matrimonio con lei, che gli amici degli Scipioni vedevano trattata con dignit e riguardo, aveva fornito a Gracco nuovi appoggi tra i seguaci del generale esiliato.
Cornelia si gir dall'altra parte nel tentativo di celare la preoccupazione. Gracco, mentre si lavava le mani in una bacinella sostenuta dall'atriense della casa, comprese immediatamente che c'era un problema. Tra loro due si era creato fin da subito un rapporto intenso, non solo sul piano sessuale ma anche su quello spirituale, che li portava a condividere onestamente ogni ansia o inquietudine.
C' qualcosa che ti preoccupa.
Cornelia assent ma tacque. Suo marito fece un gesto e l'atriense scomparve immediatamente.
Notando la tavoletta sul tavolino accanto all'impluvium, Gracco si sedette sul solium dove era solito riposare e si rivolse alla moglie. Hai ricevuto notizie dalla tua famiglia?
S.
Si tratta di tuo padre? Cornelia per taceva, e Gracco, seppur dispiaciuto, si sent costretto a ricordarle ci che non poteva essere cambiato in alcun modo. Sai che non pu fare ritorno a Roma.  assolutamente impossibile.
Cornelia, con sollievo del marito, assent ancora.
Non si tratta di questo disse, e attese un istante prima di terminare la frase.  molto malato e vorrei fargli visita.
Tiberio Sempronio Gracco si alz e cominci a camminare per l'atrio dando le spalle alla moglie che, trepidante, attendeva una risposta. Gracco stringeva le labbra mentre rifletteva. Si ferm di fronte all'altare degli di Lari e Penati della casa. Gli parve il posto appropriato per prendere una decisione riguardante la famiglia. Cornelia faceva ora parte della sua famiglia e, allo stesso tempo, faceva parte del patto che lui stesso aveva concordato tra il Senato e Scipione. Catone, nonostante fosse impegnato nella costruzione di quell'enorme basilica, non cessava di fomentare l'odio contro gli Scipioni, mentre i sempre volubili senatori di Roma si tranquillizzavano solo alla vista delle frequenti passeggiate di Gracco per la citt, accompagnato dalla giovane moglie, figlia di quel possibile nuovo re di Roma che, esiliato e lontano dalla figlia resa ostaggio, mai pi si sarebbe ribellato. In fondo tutti loro, e soprattutto i seguaci di Catone, consideravano Cornelia nient'altro che una prigioniera di Roma, una salvaguardia contro qualunque tentativo di Scipione di ritornare nella citt e rimpossessarsi della sua posizione in Senato in qualit di princeps senatus, cosa che, come sempre insisteva Catone, avrebbe rappresentato il primo passo verso una dittatura a vita. Tra il popolo, Publio Cornelio Scipione, l'Africanus, colui che aveva sconfitto Annibale, godeva ancora di notevoli consensi. Lasciare partire Cornelia, permetterle di far visita al padre, poteva rappresentare un pericolo per il complesso equilibrio tra le due fazioni che Gracco aveva ottenuto evitando che uno dei due schieramenti, quello di Scipione o di Catone, prendesse il sopravvento su Roma. No, non era una buona idea che Cornelia lasciasse la citt, anche se suo padre era gravemente malato. D'altra parte, negarle il diritto di rivedere un padre in fin di vita lo riempiva di dolore, soprattutto perch la giovane aveva finora adempiuto impeccabilmente ai propri obblighi matrimoniali. Cornelia si era dimostrata discreta in pubblico e inaspettatamente passionale in privato. No, non avrebbe voluto negarle ci che chiedeva, e tuttavia sapeva che era rischioso, non solo per lui e le sue aspirazioni politiche, ma per la stessa Roma.
 realmente grave? domand senza voltarsi a guardarla.
Questo  ci che mia madre ha scritto, e lei non esagera mai. Cornelia si avvicin al tavolino e prese la tavoletta tra le mani. Prendi. Se vuoi, puoi leggere la lettera. E allung il braccio per offrirla al marito ma senza avvicinarsi, rispettando la distanza che gli serviva per riflettere.
Non c' bisogno che la legga. Mi fido del tuo giudizio. Tu conosci tua madre, io no, e solo tu puoi interpretare adeguatamente le sue parole. E tacque di nuovo. Poi inspir profondamente.
Cornelia, alle sue spalle, comprendeva che il marito si dibatteva in una decisione alquanto complicata, ma grad il fatto che per lo meno stesse vagliando le possibilit. Aveva temuto una secca e definitiva risposta negativa, che l'avrebbe ferita. Data quell'esitazione, tent di facilitargli la decisione riferendogli ci su cui aveva riflettuto.
Ho pensato cominci a bassa voce, esitante, che potrei partire di notte. Potrei lasciare la citt senza essere vista e ritornare dopo pochi giorni. Potrei cavalcare, in modo da accelerare il viaggio. Potresti dire che sono malata, e ritornerei sempre di notte. Potrei fare visita a mio padre senza che nessuno a Roma lo scopra.
Gracco si volt verso di lei e sorrise di fronte a quell'assoluta ingenuit.
E tu credi davvero che a Roma si possa fare qualcosa senza che Catone lo venga a sapere?
Cornelia abbass lo sguardo. Lei lo aveva creduto possibile, ma evidentemente il marito era di altra opinione.
Cornelia spieg lui con tono conciliante, Catone possiede spie in ogni angolo della citt, e soprattutto nella via in cui viviamo. Se si aprissero le porte di questa domus nel mezzo della notte, e una lettiga o un cavallo o una quadriga uscissero dalla mia casa, Catone lo saprebbe in meno di un'ora, e ti garantisco che tu saresti seguita fin quando non si scoprisse la tua identit. No, ci che suggerisci non  una possibilit. Si riavvicin al solium e si sedette di nuovo senza smettere di guardarla. Lei manteneva gli occhi fissi a terra. Gracco sapeva che stava soffrendo, ma anche che avrebbe accettato ogni sua decisione. Riprese a parlare. No, Cornelia, se mia moglie dovr uscire dalla mia casa per far visita al padre gravemente malato lo far alla luce del sole, e io sar il primo a informare il Senato. Sei la figlia dell'ammirato e temuto Publio Cornelio Scipione, ma anche la moglie di Tiberio Sempronio Gracco, e io ti concedo il permesso di vedere tuo padre. Partirai domani all'alba, non appena spunter il sole. Mentre i mercati di Roma si affollano di commercianti e compratori, attraverserai il tumulto di Roma e uscirai dalla Porta Capena. Io, nel frattempo, mi recher al Foro, incontrer i miei colleghi e li informer che ti ho permesso di far visita a tuo padre. Per, Cornelia, disse alzando la voce e poi attendendo che lei sollevasse lo sguardo per guardarla direttamente negli occhi non avrai pi di una settimana. Domani  giorno di mercato. Il prossimo giorno di mercato rientrerai dalla stessa porta dalla quale sei uscita e farai ritorno a casa, sempre in pieno giorno, in modo che tutti possano vederti. Io intanto far in modo che le insinuazioni o le accuse di Catone sbiadiscano prima del tuo ritorno. Se tu non ritornerai, a Roma ricomparir il fantasma della guerra civile e senza di te io non sar pi in grado di fare nulla per fermarlo, mi capisci?
Torner tra una settimana rispose Cornelia con gli occhi spalancati, confusa ma con la voglia di abbracciare il marito per timorosa di farlo, nel caso che qualche schiavo fosse comparso all'improvviso.
So che lo farai conferm Gracco con sicurezza. Adesso non mi dispiacerebbe mangiare qualcosa. Ho una fame da lupi.
Certamente. E la giovane corse verso la cucina per impartire gli ordini agli schiavi. Voleva che suo marito ricevesse un'ottima cena, degna della sua importanza e, soprattutto, della sua incredibile generosit. Cornelia era ancora troppo giovane per comprendere quanta influenza pu avere una donna cos bella su un uomo innamorato.
Tiberio Sempronio Gracco rest solo nell'atrio. Sospir profondamente. Sapeva che cosa avrebbe fatto Catone durante quella lunga settimana.
In cucina, dopo aver impartito precise istruzioni, Cornelia si sedette su una delle piccole sellae utilizzate dagli schiavi. La nausea e la debolezza erano arrivate di colpo. Nessuno degli schiavi os domandarle nulla. Pensarono tutti che la signora volesse controllare la preparazione dei piatti, quindi si affannarono a tagliare la verdura, a spennare il pollo, ad accendere il camino. Cornelia fu felice del fatto che nessuno di loro avesse notato nulla. Per un attimo aveva pensato di riferire al marito anche l'altra grande notizia, relativa al suo stato, ma poi aveva temuto che per questo lui le avrebbe negato di viaggiare, quindi aveva taciuto. Si sentiva gi meglio.
Senza dire nulla usc dalla cucina. Sarebbe passata prima dalla camera da letto, per rinfrescarsi il viso e la nuca con acqua fresca. Un gesto che sempre alleviava qualunque fastidio, secondo sua madre. Avrebbe approfittato di quella visita per consultarla riguardo al parto. Non poteva evitarlo. Anche se nutriva un poco di timore nel dover fare quella rivelazione alla famiglia.

57. L'ULTIMO POMERIGGIO A TEATRO.
Liternum
Dicembre del 184 a.C.

Con il freddo le febbri tornarono. Publio avvertiva il proprio corpo deteriorarsi giorno dopo giorno. Una settimana la passava disteso a letto, la seguente raggiungeva a fatica l'atrio di casa. Le passeggiate nel bosco cessarono del tutto, e lui ne sentiva la mancanza, come di tante altre cose. Cominci perfino a provare nostalgia del caos di Roma, la stessa Roma che lo aveva disprezzato. Gli mancava soprattutto il teatro, i lunghi pomeriggi passati a godersi le rappresentazioni comiche o tragiche, gli attori sul palcoscenico, e, pi di tutto, gli mancavano le opere di Plauto. Plauto. Chiss che ne era stato di lui. Ma pi di ogni altra cosa, aveva voglia di rivedere la sua figlia minore, fosse anche per litigarci. Desiderava come non mai avvertire di nuovo la forza, l'energia di quella ragazza, il pulsare del sangue degli Scipioni che scorreva nelle sue vene, lei che sempre lo aveva sfidato, ma ci non importava.
Nel mezzo di quella tormentata malinconia apparve Emilia con un sorriso, un gesto affettuoso e sincero che lui non vedeva aprirsi sul suo volto da molto tempo. Non poteva di certo incolparla per la sua collera, per il rancore degli ultimi tempi.
Ho un regalo per te.
Un regalo? Non aveva idea di cosa potesse trattarsi. I suoi figli maggiori gli avevano fatto visita poco tempo prima, il giovane Publio e Cornelia Maggiore insieme al marito, visite che lo avevano riempito di gioia, come quelle di Lelio, Emilio Paolo e Flaminino.
Come al solito, Emilia era stata lungimirante: la nuova casa che aveva ordinato di costruire di fronte alla villa, per ospitare chi giungeva in visita, si era presto riempita di amici. Non c'era miglior consolazione per lui di quelle visite. Qualunque altro regalo lo avrebbe considerato un lusso superfluo. Talvolta erano arrivati gioielli, oggetti in oro o argento, perfino manicaretti esotici, senza dubbio molto cari, provenienti dai suoi clienti come ringraziamento per gli aiuti che lui aveva loro elargito durante i periodi difficili. Per lui aveva sempre rifiutato tutti i regali di quel tipo, scrivendo di suo pugno parole educate su tavolette con le quali rispediva indietro gli oggetti. Voleva evitare di fornire qualunque pretesto con cui i suoi nemici a Roma potessero accusarlo di condurre una vita dissipata anche in esilio. Proprio per questo, all'inizio, si era rifiutato di far costruire una nuova casa per gli invitati. Publio ricordava ancora quella conversazione con la moglie.
Voglio che tutti vedano come vivo, come vive il miglior generale di Roma, e che lo raccontino in citt! aveva risposto lui, irritato, alla richiesta di Emilia di costruire quella nuova casa.
Non si tratta di noi, ma solo di ricevere adeguatamente i clienti che vengono da Roma appositamente per ringraziarti. Non possiamo farli alloggiare in luoghi indegni, ci denigrerebbe la nostra immagine, farebbe pensare che abbiamo perduto del tutto il potere, pi di quanto non sia in realt. Poi Emilia aveva continuato piano: Tutti crederanno che Catone ha vinto definitivamente.
Alla fine, la nuova casa era stata costruita, incluso un complesso sistema di riscaldamento scavato sottoterra e che riforniva di calore non solo il nuovo edificio attraverso il suo grande forno, ma anche la villa dove risiedevano gli Scipioni. Quel calore, nel mezzo dell'inverno, con le febbri che lo tormentavano, aveva fatto pi che bene a Publio.
Da quella conversazione erano passati alcuni mesi, ma pareva una tempo lontanissimo. E adesso, un regalo? In quel periodo, qualunque cosa che non fosse una visita, lo considerava superfluo, vacuo. Perci si meravigli che Emilia pensasse che un regalo potesse fargli piacere, ma poi, improvvisamente, vide il volto di Emilia illuminarsi, come non lo vedeva dai tempi in cui tra loro esisteva ancora la passione.
Si tratta della piccola Cornelia? La voce del generale era commossa.  venuta la piccola Cornelia?  venuta a trovarmi?
L'espressione delusa di Emilia gli fece comprendere che non era cos. La moglie si dispiacque per aver illuso il marito, per la sua ingenuit nell'avergli presentato quel dono con gran mistero. Lei aveva gi scritto alla figlia minore pregandola di venire, ma sapeva che sarebbe stato impossibile, costretta com'era a sottostare alle condizioni dettate dal patto con il Senato. La salute di Publio peggiorava ogni giorno di pi, avrebbe desiderato che avesse almeno la possibilit di congedarsi di persona dalla figlia minore che, se ne rendeva conto, era cos simile al padre, alla quale era legato da una connessione speciale, che nessuno intendeva fino in fondo, ma era sempre l, presente. Allo stesso tempo Cornelia Minore era la persona che, dopo Catone, aveva contrariato maggiormente Publio; ma lei rappresentava la debolezza di suo marito, che le avrebbe sempre perdonato qualunque cosa, perfino il fatto che, dopo aver rifiutato tutti i candidati che lui le aveva proposto, lei avesse accettato di sposare uno dei suoi maggiori nemici.
No, non si tratta di Cornelia Minore rispose Emilia tentando di mantenere una sorta di allegria nel tono della voce. Si tratta di altro, non tanto meraviglioso quanto sarebbe stata una visita di nostra figlia, per credo che ti risollever il morale. Vieni. E si avvicin a suo marito per aiutarlo ad alzarsi. Usciamo.  tutto pronto, di fronte alla casa.
Publio per, con uno strattone, rifiut l'abbraccio di Emilia.
Lasciami in pace! Se non si tratta della mia piccola, non c' nulla che mi far muovere da questa sedia. Sto bene qui. E, a voce pi bassa, nascondendo le lacrime che stavano per sgorgare dagli occhi umidi, ripet: Sto bene qui.
Emilia fece un passo indietro ma non si arrese. Suo marito stava per scoppiare a piangere, pi debole che mai. Con la pazienza di chi  stata tradita a lungo e ha sopportato in silenzio in nome del rispetto, dell'onore, forse anche dell'amore, riprese a parlare pacatamente.
Sono tutti fuori che ti aspettano,  tutto pronto. Suo marito per continuava a negarsi e nemmeno sollevava la testa per guardarla. Emilia tent un'ultima volta. Si tratta di un regalo da parte di Plauto.
Publio Cornelio Scipione si pass il dorso della mano sulla guancia per asciugare le lacrime di sofferenza e di tristezza, e alz lentamente lo sguardo.
Di Plauto? domand incredulo. Da quando quell'esilio era cominciato lo scrittore aveva scambiato con lui qualche lettera nella quale faceva cenno alla debole salute che gli impediva di recarsi a fargli visita.  venuto... a trovarmi?
Emilia avvert di aver toccato un altro tasto dolente. Non si era sbagliata: Plauto era l'unica persona che poteva, almeno in parte, essere accettato come sostituto della piccola Cornelia.
Non esattamente cominci a spiegarsi, pi animata nel constatare di aver perlomeno riacceso l'interesse di Publio. Per ha mandato la sua intera compagnia teatrale. Sono arrivati da Roma per mettere in scena, proprio qui, solo per te e i nostri amici, la sua ultima opera. Ho subito pensato che lo avresti gradito, quindi non mi sono opposta quando me lo ha proposto. Spero di avere agito bene.
Publio la guard perplesso. Nonostante tutta la sofferenza che le aveva causato negli ultimi anni, sua moglie aveva sempre tentato di risollevargli il morale durante quell'umiliante esilio. Non poteva disprezzare quel dono. Emilia comprese il senso dello sguardo che il marito le rivolse e si avvicin di nuovo a lui per aiutarlo ad alzarsi. Questa volta Publio collabor, appoggi bene le gambe, prese con la mano destra il suo scipio e si sollev aggrappandosi alla spalla della sua minuta ma sempre forte moglie. Attraversarono l'atrio a piccoli passi, raggiunsero il vestibolo e l uno schiavo lo ricevette con una coperta che Emilia gli aveva ordinato di preparare.
Fuori, lo copriremo fuori, quando si sar seduto disse allo schiavo che annu e li segu con la coperta in mano.
All'esterno della casa, Emilia aveva organizzato tutto. Publio rest di stucco nel vedere un vero e proprio palcoscenico di legno montato tra la vecchia domus e la nuova casa per gli ospiti. Era tutto perfettamente allestito per rappresentare l'ultima opera che Plauto aveva scritto. Il pubblico era composto dai familiari del generale, suo figlio Publio, Cornelia Maggiore con il marito Publio Cornelio Scipione Nasica, suo cognato Lucio Emilio Paolo e poi i tanti amici che durante quei giorni erano venuti a trovarlo: Gaio Lelio, seduto alla destra del solium vuoto riservato allo stesso Publio, Flaminino, Silano, Acilio Glabrione, Marco e altri vecchi ufficiali e compagni d'armi delle campagne passate. In tutto, una trentina di persone.
Tutti salutarono il generale alzandosi in piedi, e Publio ricambi i saluti, anche se molto debolmente a causa della febbre che era risalita ma con la gioia di vederli tutti l riuniti. Sapeva che erano l per lui perch presentivano, come lui stesso, che la fine era vicina. Si commosse. La debolezza rende molto pi vulnerabili di quanto si possa immaginare, ancor di pi gli uomini che in passato sono stati potenti e forti. S, erano tutti l, tutti coloro che gli volevano bene, che erano sopravvissuti alle guerre e alle insidie politiche; tutti tranne la piccola Cornelia.
Mentre prendeva posto aiutato da Lelio, Publio non poteva smettere di pensare a quanto avesse sbagliato con Cornelia. Strinse le labbra nel ricordare come fosse perfino arrivato a bruciare la sua lettera, all'inizio della campagna in Asia, senza nemmeno aver terminato di leggerla. Lei invece, nonostante fosse sempre stata la pi ribelle, perfino pi ingovernabile delle sue legioni, come a Publio piaceva sempre ripetere, aveva sacrificato ogni cosa per lui, per la famiglia, per evitare un terribile spargimento di sangue a Roma. Quel maledetto patto con Gracco lasciava anche la possibilit che il resto della sua famiglia continuasse a partecipare alla vita pubblica di Roma, mantenendo la posizione del clan e forse la speranza di recuperare terreno, un giorno. E tutto ci grazie alla piccola Cornelia.
Proprio in quel momento un attore si situ al centro del palcoscenico e cominci a declamare il testo di Plauto. I pensieri del generale si interruppero e lui si rilass. Voleva dimenticarsi di tutto.
Salvere iubeo spectatores optumos, fidem qui facitis maxumi, et vos Fides. (...)[Salute a voi, esimi spettatori, che sopra ogni cosa stimate la Buona Fede, cos come la Buona Fede fa con voi. (...)]1 Se ho detto la verit, indicatemelo con un sonoro applauso, cos sapr fin da subito che siete bendisposti nei miei confronti.
L'attore tacque un istante per lasciare che il pubblico applaudisse. Il comico s'inchin quindi per ringraziare. Era nervoso, come il resto degli attori: seppur abituato al pubblico, si trovava di fronte al grandissimo Scipione, di cui conosceva tutte le imprese e del quale apprezzava soprattutto il fatto che fosse stato tra i primi ad appoggiare lo sviluppo della sua professione, il teatro, a Roma. Per tutti quei giovani attori si trattava di un momento unico nella vita. Ne erano consapevoli e volevano esserne all'altezza. In ogni caso, il fatto che si trattasse di un'opera del famoso Plauto infondeva loro coraggio.
La rappresentazione ebbe inizio, ma Publio non riusciva a concentrarsi. I suoi pensieri vagavano in una dimensione separata, trascendente. Rifletteva sulla sua vita. Sorrise nel rammentare che, alla sua nascita, anche suo padre stava assistendo a una rappresentazione teatrale. Di Livio Andronico? Non lo ricordava bene. Ma gli parve comunque un segno premonitore il fatto che un'opera di teatro lo avesse raggiunto fin l. Il cerchio della propria esistenza si stava chiudendo. Si stava chiudendo.
Le scene si susseguivano rapidamente, ma agli spettatori apparve ben chiaro qual era il nucleo dell'azione: il vecchio Lisidamo desiderava giacere con la pi giovane e bella delle schiave della moglie, Casina, e per questo contava sulla collaborazione di Olimpione, l'atriense della casa, al quale Lisidamo aveva pianificato di dare in moglie Casina per poter giacere con lei ogni qualvolta ne avesse avuto voglia. Per anche Eutinico, figlio di Lisidamo, era innamorato di Casina, e aveva ottenuto l'appoggio di sua madre, Cleostrata, la quale, per evitare il tradimento del marito, aveva proposto alla giovane Casina di sposarsi con Calino, scudiero del figlio, cos che fosse Eutinico, e non Lisidamo, a giacere con la schiava con la collaborazione dello stesso Calino.
Per un momento Publio pens che Plauto avesse messo in scena la situazione nella sua villa di Liternum, ma poi comprese che quello era un tema ricorrente nelle sue commedie, senza contare che non poteva sapere nulla di Aret. Il generale guard da un lato all'altro. Tanto Lelio alla sua destra quanto Emilia alla sua sinistra si stavano godendo lo spettacolo rilassati. E si divertivano. Le risate provenivano da tutto il pubblico.
La rappresentazione continu con molti cantica. A Publio risult evidente che Plauto avesse ceduto ai desideri del pubblico romano, ampliando nelle proprie opere le parti cantate. Publio preferiva i dialoghi, ma Plauto aveva evidentemente dovuto piegarsi alle esigenze della maggioranza. Il generale continu a seguire le scene con attenzione, ascoltando con interesse lo svolgimento delle peripezie dei personaggi, tanto che riusc, anche solo per un'ora, a dimenticare il dolore della malattia e l'umiliazione dell'esilio.
Verso la fine dell'opera, Lisidamo sta per essere sorpreso dalla moglie nel momento culminante del suo adulterio e ritorna correndo cercando il mantello. Alle domande della moglie furiosa, trova rapidamente una scappatoia per giustificare la perdita del mantello, ricorrendo a una scusa utilizzata assai frequentemente, ovvero che trovandosi durante la celebrazione delle Baccanti, le festivit in onore di Bacco, quando la folla si riversa per le strade infervorata dal consumo eccessivo di vino, era stato facile perdere il mantello nel mezzo del febbrile tumulto.
Stai dicendo una sciocchezza, per Castore, poich le Baccanti non sono pi permesse rispose un altro personaggio in scena a un sempre pi nervoso Lisidamo.
Gi, lo avevo dimenticato. Tuttavia, le Baccanti... insistette Lisidamo tentando di mantenere la veridicit della propria scusa.
Le Baccanti cosa? grid il ragazzo che interpretava Cleostrata, la sposa indignata di Lisidamo.
Per, se  impossibile... replic Lisidamo tentando di guadagnare tempo per inventarsi un'altra scusa ed evitare di confessare la propria colpa.
Publio, confuso, si rivolse a Lelio.
Perch le Baccanti non gli valgono come scusa? Non si celebrano pi a Roma?
No, rispose Lelio a bassa voce il Senato ha approvato un senatoconsulto per proibirle. Dicono che sia opera di Catone. Sai che non ama le folle chiassose.
Non ama le folle che non pu controllare precis Publio digerendo l'informazione, e chiuse gli occhi.
Il generale era stanco. La rappresentazione era di suo gusto per si stava dilungando troppo. Gli stava risalendo la febbre. Sentiva freddo e, senza aprire gli occhi, si avvolse meglio la coperta sulle gambe. Intorno a lui si udivano le battute di scena e le risate del pubblico. Erano voci amiche che, come un dolce rumore di fondo costante, lo accompagnarono verso un sonno profondo nel quale si lasci sprofondare senza alcuna resistenza.
Il palcoscenico si svuot e rest soltanto l'attore che aveva dato inizio alla rappresentazione, il quale, ancora una volta, si avvicin al pubblico e gli rivolse direttamente le parole finali dell'opera.
Spettatori, volete sapere cosa accadr in quella casa? E indic un'estremit del palco da dove erano usciti tutti gli altri attori. Si scoprir che questa famosa Casina  figlia del vicino e sposer Eutinico, figlio del nostro padrone. E ora  giusto che voi diate, col suono delle mani, il premio a chi se l' meritato...
L'attore interruppe tuttavia il suo discorso conclusivo perch Emilia si era alzata e situata davanti al palco con la mano destra sollevata. L'attore tacque e gli occhi di tutti fissarono la moglie del generale temendo il peggio.
Non  successo niente di grave, amici, disse lei pacatamente mio marito si  addormentato e credo che sia meglio lasciarlo riposare. Non fa troppo freddo, quindi lo lasceremo qui, sotto gli alberi; vi pregherei di non applaudire e che, senza fare rumore, abbiate la cortesia di onorare la nostra vecchia domus con la vostra presenza. Dentro c' cibo e vino per tutti. Poi si volt verso l'attore rimasto zitto e buono sul palcoscenico. Immagino sia la prima volta che vi trovate a concludere una rappresentazione senza un applauso, ma i vostri servigi saranno adeguatamente ricompensati. Far in modo che vi portino da mangiare e da bere in abbondanza, e vi pagher pi del previsto per la vostra rappresentazione. Mio marito ha apprezzato e il suo sonno  dovuto esclusivamente alla malattia dalla quale  afflitto.
L'attore s'inchin con un'esagerata e teatrale riverenza.
Un applauso  una misera ricompensa comparato all'aver soddisfatto la nobile famiglia degli Scipioni disse come se stesse ancora recitando.
Emilia assent e sorrise. Quell'attore era naturalmente un adulatore, ma era piacevole udire parole di elogio nei confronti della famiglia, tanto disonorata durante gli ultimi anni. Si avvicin al marito e si assicur che la coperta lo avvolgesse adeguatamente.
Vuoi che resti con lui? domand Lelio, che era rimasto ad aspettarla mentre tutti gli altri si dirigevano all'interno della casa.
Non c' bisogno, rimango io. Mia figlia e mio figlio si occuperanno degli ospiti.
Lelio obbed e si un al resto della comitiva. Emilia si sedette di fianco al marito. Il sole cominciava a calare. Era un pomeriggio piacevole. Si udivano alcuni uccelli cantare nel bosco vicino. L'aria era limpida. Si stava bene l, loro due soli.
1. PLAUTO, Casina, traduzione di G. Faranda.
LIBRO IV

LA MORTE DEGLI EROI
Anni 184-183 a.C.
(anni 570-571 dalla fondazione di Roma)
Acerba semper et inmatura mors eorum, qui immortale aliquid parant.
[A me sembra acerba e precoce la morte di coloro che preparano qualcosa destinato a non morire.]1
PLINIO, Epistulae, 5, 5, 4
1. PLINIO IL GIOVANE, Lettere ai familiari, traduzione di L. Rusca.

58. MEMORIE DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS (Libro VIII)

Ho volutamente lasciato Annibale per il finale, e non perch ritenga che sia poco importante. Chiunque abbia letto le mie memorie fino a questo punto capir che anche se non dedico un libro esclusivamente a lui  impossibile comprendere pienamente la mia vita senza includere anche la sua persona, le sue azioni. Annibale, la sua guerra, le vicende che lo hanno visto implicato, sono sempre stati al centro della mia esistenza sia pubblica che privata.
Sono stato costretto a smettere di scrivere per qualche ora, per stendermi a letto. Questa malattia mi sta consumando inesorabile. Scrivere mi affatica sempre pi, cos come ordinare i miei pensieri. Per ora vedo tutto pi chiaramente. Credo di aver lasciato Annibale per il finale perch ritengo sia l'uomo pi complesso tra tutti coloro che ho conosciuto nella mia vita. So che le sue azioni, i suoi piani, eseguiti fedelmente dai suoi fratelli, hanno condotto alla morte di mio padre e di mio zio, per, ci nonostante, non riesco a provare un vero e proprio rancore nei suoi confronti. Sia mio zio sia mio padre caddero sul campo di battaglia, e i loro corpi furono rispettati dal nemico. Non come invece accadde con il corpo di suo fratello Asdrubale dopo la battaglia del Metauro. Ma sto divagando.
Annibale rappresenta una costante nella mia vita. Ma se l'ho lasciato per la fine  anche per via degli ultimi avvenimenti accaduti a Roma. Il processo che Catone ha promosso contro la mia persona e tutta la mia famiglia mi ha spinto a chiarire prima di ogni altra cosa gli avvenimenti riguardanti la campagna in Asia e la vergognosa questione che ne  derivata, vergognosa per Roma e umiliante per me. Per adesso non posso terminare le mie memorie senza dedicarne una parte ad Annibale, il pi grande generale di Cartagine e sicuramente uno dei migliori generali di tutti i tempi, e, senza dubbio, anche il pi formidabile nemico che io abbia mai affrontato su un campo di battaglia. Ma devo procedere per gradi. Per prima cosa parler dell'uomo militare, dello stratega, poi del politico e infine della persona, cos come io lo conobbi.
Da un punto di vista militare, il genio di Annibale  indiscutibile.  sempre stato in grado di sconfiggerci, e quando ci non  accaduto  stato perch il suo genio non era in grado di dominare i segreti della politica cartaginese. Aveva troppi nemici interni. In questo siamo simili, come in molte altre cose. Mi sono trovato ad affrontarlo in innumerevoli occasioni: sul Ticino, sul Trebbia, a Canne. Tutte terribili sconfitte per Roma. E ce ne furono altre, nelle quali, grazie agli di, io non fui coinvolto. Ma gi con quelle tre ebbi l'occasione di conoscere la capacit distruttiva del generale cartaginese. Quando rammento Canne, mi sorprendo ancora del fatto che Roma sia sopravvissuta a quel disastro. Ce la facemmo, ma per poco. Anni dopo ci trovammo sul punto di scontrarci a Locri, nel Sud dell'Italia, per Annibale fece marcia indietro. Non per timore delle mie legioni, questo  certo, ma perch le legioni di Crasso e Crispino lo circondavano da dietro. E infine ci fu la battaglia di Zama, dove i suoi elefanti e le sue falangi di mercenari stavano per distruggerci. L perdetti i miei migliori ufficiali. Riuscii a sconfiggerlo, ma il prezzo della vittoria fu assai elevato, come non poteva essere altrimenti. Anni dopo tornammo a schierare i nostri eserciti uno contro l'altro a Magnesia, per quello fu uno scontro diverso, come ho gi spiegato, pi simile a una partita a dadi. Io ero malato e non potei essere presente sul campo di battaglia, per Lucio, mio fratello, dispieg le truppe ed esegu con assoluta precisione le manovre che io gli esposi durante i giorni precedenti. Il re Antioco, grazie a Marte e a tutti gli di, dubit della strategia proposta da Annibale e decise di non seguire i suoi consigli. Questo fu il principio e la fine della battaglia di Magnesia.
Io e Annibale non ci siamo pi incontrati su un campo di battaglia. Non esistono pi generali come lui, restano solo i gradassi come Antioco. Filippo era l'ultimo re abbastanza esperto di strategia militare, ma era carente di forze. Resta Massinissa in Numidia, divenuto alquanto potente, ma non oserebbe mai combattere contro Roma. No, Roma rester sicura per molto tempo. Sicura all'esterno, per lo meno. Se ci saranno guerre, come prevedo, avverranno al suo interno. Catone e i suoi hanno coltivato tanti semi della discordia che presto germoglieranno, e il sangue di migliaia di Romani si riverser sulle coste del Tevere; per questo  un problema che non mi riguarda pi.
Dal punto di vista politico, Annibale, proprio come me, non riusc mai a dominare il Senato, e questo fu il suo tallone d'Achille: non ottenne abbastanza rinforzi in Italia per obbligarci ad arrenderci, e nemmeno quando li reclam con estrema urgenza di ritorno dall'Africa (anch'io ebbi problemi di questo tipo). I guai politici, paradossalmente, parvero superati dopo la battaglia di Zama, quando riusc a essere eletto sufeta di Cartagine. Che cosa triste per Cartagine quando gli oligarchi punici si lasciarono corrompere e invece di sostenere un sufeta con tali capacit di gestione politica e militare, decisero, al contrario, di tradirlo e di venderlo a Roma, e non tanto per il timore di un'altra guerra, no, quello lo si sarebbe anche potuto giustificare; lo fecero per vendetta e per rancore, dopo che Annibale aveva nuovamente riempito le arche di Cartagine e pagato i tributi della guerra contro Roma alzando le tasse proprio a coloro che non avevano fornito il denaro che sarebbe servito per sconfiggerci in Italia, per sconfiggere me in Africa.
Siamo stati entrambi grandi generali, traditi dai nostri rispettivi Senati, esiliati: come non potrei provare empatia per quest'uomo, nonostante lo abbia combattuto per anni?
Infine ci sono stati gli incontri privati. E io, Publio Cornelio Scipione, sono l'unico generale romano che Annibale accett di incontrare prima di una battaglia. Si rifiut di parlare con Fabio Massimo, con il quale certamente presentiva di non avere nulla in comune, e cos con Marcello e gli altri consoli che per anni si trovarono ad affrontarlo. Alcuni ritennero che Annibale sollecit l'incontro prima della battaglia di Zama per necessit, e ci  in parte vero, ma io sono sicuro che lo fece anche per soddisfare la propria curiosit. Proprio come fu per me. Fui io a tagliare le funi del ponte di barche sul Ticino per fermare la sua avanzata nel Nord dell'Italia, fui io a sopravvivere alla carica della sua cavalleria sul Trebbia e della sua fanteria a Canne e a salvare ben due legioni da quel funesto massacro. Fui io a conquistare per Roma l'Hispania che lui aveva prima conquistato per Cartagine. Fui io a prendere l'inespugnabile Carthago Nova e a recuperare le legioni sconfitte a Canne e a prepararle per il combattimento, e, seguendo la sua stessa strategia, come lui aveva portato la guerra in Italia, io la riportai in Africa. So che era curioso di conoscermi. Io sono stato l'unico a tenergli testa. Lui riusc perfino a sconfiggere Marcello, ma non riusc mai a sconfiggere me.
Quello a Zama fu un colloquio strano, e naturalmente carico di tensioni. I due eserciti attendevano la nostra decisione, ma le condizioni erano gi state decise dai nostri Senati e non c'era possibilit di negoziare. Ora, a scriverlo, me ne rendo conto pi che mai. Quell'incontro fu deciso prima di tutto da interessi personali, per, come ho detto, non avevamo alcuna possibilit di arrivare a un accordo. Ora, dopo tanti anni, mettendo in ordine i miei pensieri, ne sono pi che mai convinto: Annibale, per tutti gli di, voleva vedermi in faccia.
Forse sto guardando al passato con eccessiva nostalgia e arricchisco i fatti che la mia mente desidera elogiare. Forse, in verit, voleva vedermi solo per riconoscermi poi sul campo di battaglia. Non lo so. Non lo so. Adesso ho bisogno di riposare.

59. I LEMURI DEL PASSATO.
Liternum
Dicembre del 184 a.C.

Publio si svegli. Batt le palpebre varie volte prima di riuscire a definire il contorno delle forme. Le sellae e i solia intorno a lui erano vuoti. Cos come l'impalcatura utilizzata come improvvisato palcoscenico. Restavano solo alcuni costumi e parrucche di scena abbandonati confusamente, come se gli attori se ne fossero andati via in tutta fretta. La frescura del tardo pomeriggio raggiungeva languidamente il piazzale che aveva appena ospitato la rappresentazione di Casina, dove lui si era addormentato. Si udiva il vento che smuoveva le foglie degli alberi del bosco che si estendeva verso Oriente. Era un pomeriggio mite, di un inverno ancor pi gradevole. Non c'era nessuno. Non poteva sapere che sua moglie gli era stata accanto fino a un attimo prima, quando uno schiavo l'aveva richiesta perch controllasse la cena che si stava preparando in cucina. Emilia aveva pensato che se si fosse allontanata un momento non sarebbe successo nulla. La villa era circondata da un massiccio muro e la porta sorvegliata da varie guardie.
Publio not che era avvolto da una coperta e sospir impercettibilmente. Emilia, come al solito, si preoccupava che non prendesse freddo. Ma lui sentiva freddo comunque. Camminare un po' gli avrebbe fatto bene.
Publio Cornelio Scipione si alz dal proprio solium. Gli sembr che il suo corpo pesasse come un macigno, ma si ricompose e s'incammin. Sapeva che era la malattia a renderlo tanto debole. Passo dopo passo, si diresse verso il bosco. Una passeggiata sotto gli alberi. S. Port con s la coperta e se la mise sopra le spalle, come fosse un paludamentum. Sorrise laconico. Dall'indossare un paludamentum color porpora, esibito con orgoglio il giorno del suo trionfo a Roma per celebrare la vittoria su Annibale, acclamato da tutti, come fosse un dio, era passato ora, nel suo esilio obbligato a Liternum, dimenticato e disprezzato da Roma, a proteggersi con una vecchia coperta che riscaldava il suo corpo debole, febbrile, fragile, mentre camminava solo, senza pi legioni al comando, addentrandosi tra quegli alberi avvolti dal vento e dalla melanconia.
Publio Cornelio Scipione passeggi per qualche minuto fino a che la stanchezza lo obblig a sedersi sotto uno di quegli enormi alberi. Il vento soffiava debolmente. Gli pareva la carezza di una sirena, quasi ne udiva il canto lontano. Si sentiva come Ulisse, legato al palo della nave, quando ud le sirene. Stava delirando, ne era consapevole. Non doveva perdere il controllo della propria mente. O forse s? Che cosa importava, ormai?
All'improvviso, come ombre ostili, gli apparvero i visi dei suoi nemici: Annibale Barca, il fratello di Annibale, che si delineava tra misteriose montagne fuggendo dalle sue legioni; il giovane Magone mentre navigava su una veloce trireme cartaginese; Giscone, furibondo, spalleggiato dall'indomito re Siface mentre circondava le sue legioni; Mazieno e Marco Sergio, che tramavano il tradimento della legione VI e l'ammutinamento delle truppe di Sucro, con Albio e Atrio al comando della rivolta; tutti uomini del passato, che tornavano minacciosi.
Allontanatevi da me, maledetti lemuri! Via! Andate via, fantasmi, se non volete che mi alzi e vi finisca una volta per tutte!
Ma la sua voce risuon debole, fiacca, e le ombre non se ne andarono, peggio ancora, cominciarono a ridere. Allora Publio tir fuori una forza che non credeva nemmeno di possedere, si alz appoggiandosi con una mano e, brandendo l'altra come se afferrasse un gladio invisibile, cominci a lanciare colpi. Le forme lugubri dei suoi nemici, finalmente, scomparvero, e il malato tir un sospiro di sollievo.
Improvvisamente, quando pensava che la pace fosse tornata nel bosco, risuon una voce grave e profonda.
Tu non sei un re, non sei un re.
Publio, che aveva chiuso gli occhi per recuperare il respiro esaurito nello sforzo di rialzarsi, ebbe paura di aprirli. Era la voce di Fabio Massimo. Non aveva pi energie per affrontarlo ancora una volta. Era malato, dimenticato da tutti.
Tu non sei un re, non sei un re.
No, non lo sono, Massimo rispose senza aprire gli occhi. Non lo sono, Massimo. Sono solo un povero esiliato.
Damnatus gli disse Massimo.
Publio, con ancora gli occhi serrati, assent.
S, Massimo, sono maledetto, come le legioni che condussi in Africa. E improvvisamente spalanc gli occhi, sorridendo. Le legioni con le quali ottenni la vittoria, Massimo, con le quali ottenni la vittoria. Publio si guard intorno ma non vide nessuno. Ottenni la vittoria, Massimo, tornai e celebrai il trionfo che tu sempre mi negasti.
Dam... na... tus... si ud ancora una volta, ma la voce si confondeva con la brezza, e poi rest solo il rumore delle foglie degli alberi mosse dal vento.
Publio torn a sedersi sotto l'albero. Si sentiva pi al sicuro sotto quella grande massa frondosa verde e gialla, con sfumature dorate. Il passo del tempo, il suo respiro affaticato, il battito del suo cuore. Avvertiva ora le cose pi banali, quelle alle quali in vita non si d mai importanza. Il sangue che scorreva nelle vene, le gocce di sudore che gli scivolavano sulla fronte, la cicatrice procuratasi a Zama che pareva pulsare di vita propria. Poi il rumore di foglie secche calpestate e il cessare del vento.
Di fronte a lui apparve un senatore di Roma, avvolto nella propria toga virilis di un bianco immacolato, quasi oltraggioso.
Finalmente ci incontriamo, Scipione, finalmente ci incontriamo.
Publio non aveva la forza per affrontare anche lui. L'aveva esaurita per scacciare il lemure di Massimo. Non poteva riuscire a scontrarsi, ancora una volta, con Marco Porcio Catone.
Catone si situ di fronte a lui.
Dovresti alzarti in piedi di fronte a un censore di Roma, non credi, Scipione?
Io ero, io sono un princeps senatus e sono stato console per due volte, Catone, edile e anche censore.
Certo, certo, per il tuo tradimento a Roma ti ha riportato al livello di una nullit, Scipione. Hai voluto troppo e ora non hai pi nulla, non sei pi nulla...
Io non ho mai tradito Roma replic senza alzarsi, senza nemmeno sollevare lo sguardo, limitandosi a guardare quei sandali piantati a terra di fronte alla sua dolorante persona.  Roma che ha tradito me.
Roma si  solamente difesa. Sei debole, Scipione. Hai utilizzato male le tue forze. Credevi di poter piegare Roma, e invece Roma ti ha divorato per poi rigettarti, come un pasto andato a male. Catone si abbass per fissare negli occhi la sua vittima. Stai morendo, Scipione. Stai morendo e sei solo, senza amici n famiglia, non ti resta pi nulla. E io mi occuper personalmente perch il tuo nome venga cancellato dalla storia. Di te non rimarr nulla, Scipione, nemmeno il ricordo. Ho annientato tutti i tuoi amici a Roma, ho annientato te e annienter ci che rimane della tua famiglia. Tra poco saranno tutti morti, in carcere o in esilio. Questo  il loro destino. Non dici niente? Credi che io non sappia in cosa riponi le tue speranze? Credi che non sappia delle tue parole scritte in segreto, delle tue memorie redatte in quella debole lingua greca che tu hai sempre elogiato tanto? Mi occuper anche di questo. Le brucer nella mia stessa domus, mentre le mie risate seppelliranno ogni pi piccola parte della tua memoria.
No, questo no grid Publio disperato. Lasciami stare, vattene! E cominci a piangere. Smettila di torturarmi, per tutti gli di, vattene! Hai vinto, lasciami morire in pace, sta' lontano dalla mia famiglia, rispetta almeno le mie memorie...
Publio implorava impotente, tra i singhiozzi, in ginocchio, muovendosi carponi come un cane.
Lasciami stare... lasciami stare...
Per Catone restava l, appoggiato a terra su un ginocchio, come chi esamina la preda appena abbattuta, assistendo al suo ultimo rantolo.
Eliminer ogni membro della tua famiglia... continuava a ripetere, causando a Publio sempre pi dolore a ogni sillaba che pronunciava, come se gli stesse conficcando una spada nel cuore, sempre pi a fondo. Eliminer tutti, anche quelle maledette memorie, fino a che di te non rester che un infinito e profondo silenzio.  tutto ci che meriti, non rester nulla di te nella storia. Catone, con il viso vicino al volto distrutto di Scipione, scoppi in una lacerante risata.
Publio scuoteva la mano tentando di cacciare quell'incubo, rannicchiandosi contro quell'albero contro il quale cercava rifugio.
Lasciami stare... lasciami stare...
Si lev il vento e parve che i lemuri se ne andassero spinti dalla brezza, ma il generale non apr gli occhi, rest l, raggomitolato come un bambino spaventato, tremando di freddo, intirizzito all'esterno ma bruciante all'interno, devastato dalla febbre e dal delirio. Pass cos un tempo piuttosto lungo, finch il sole non cal all'orizzonte lasciandolo immerso nella penombra, sotto una splendente luna piena.
La villa di Liternum era un'autentica fortezza, circondata da massicce mura che la rendevano pressoch inaccessibile a chiunque intendesse entrare. Il bosco e tutti i terreni che la circondavano erano un luogo sicuro per il padrone della casa, anche quando questi si addormentava sotto un albero, senza nessuno vicino, senza guardie n schiavi che vigilassero su di lui.
Eppure un'altra ombra scura si muoveva tra gli alberi.
Il vento era cessato.
Publio Cornelio Scipione si agitava nel sonno. Stava sognando che Catone inviava dei sicari per ucciderlo. Uomini spietati, condannati a morte e liberati dall'implacabile censore di Roma affinch compissero quella nefasta missione: assassinare l'ex console di Roma, malato ed esiliato.
Publio dormiva, sotto l'effetto della febbre che lo consumava dall'interno. Gocce di sudore gli scorrevano sulle tempie. Alcune foglie gli si erano incollate alla pelle, inspessite dal liquido salato che gli sgorgava da ogni poro. In sogno le ombre gli si avvicinavano serpeggiando, come chi batte un terreno in cerca di una preda che gli sfugge ma che gi ferita verr senza dubbio catturata. L'ex console malato si agitava in preda a quegli incubi. Nel suo scuotersi, il suo corpo ruppe qualche foglia secca caduta a terra e il rumore richiam l'attenzione dell'ombra. Si avvicin e si chin lentamente sul corpo delirante di Scipione.
Era un uomo robusto, di et avanzata, la luna illumin il suo viso consumato dalla guerra e dai viaggi. L'ombra s'inginocchi di fianco al corpo esausto dell'ex console di Roma, che stava l, solo, senza che nessuno potesse proteggerlo, scoperto su braccia e gambe, ricoperto di polvere mescolata al sudore freddo, che respirava a fatica, esiliato da Roma, e che non aveva pi nulla del temuto generale che era stato. Quell'uomo indifeso, alla fine dei suoi giorni, non avrebbe potuto fare pi nulla contro l'astio e gli attacchi di Catone.
L'ombra indossava la cintura e il gladio propri dei legionari. Si avvicin ulteriormente a Scipione e appoggi il dorso della mano sotto il suo naso. Avvert un calore debole e irregolare ma che gli conferm che il vecchio generale di Roma era vivo. L'ombra tir un sospiro di sollievo. Si alz e grid forte.
 qui!  qui, per Ercole...
Attese, ma nessuno rispose. Il bosco era vasto e non erano in molti coloro che lo stavano cercando. Per quella voce svegli il generale.
Lelio... sei tu?
S, mio generale, sono qui, come sempre rispose l'ombra con voce commossa. Ti davamo per morto. Fa freddo e tu sei malato. Dobbiamo riportarti a casa, al caldo, perch tu ti riprenda...
Publio scosse la testa.
No... no... non ha senso continuare con questa tortura, Lelio. Sto per morire e non posso cambiare il mio destino... Publio guard Lelio negli occhi e cap che doveva spiegarsi. Lelio, giurasti a mio padre che mi avresti sempre protetto, e hai mantenuto fedelmente quella promessa, anche quando il tuo giuramento ti ha obbligato a seguirmi in luoghi dai quali nessuno avrebbe mai pensato... faticava a respirare ...che saremmo ritornati vivi...
Per lo abbiamo fatto, mio generale. Siamo sempre ritornati, e ora siamo qui.  la febbre che ti fa delirare. Il calore e un po' di cibo...
No, Lelio, no. Abbiamo sempre creduto che tu, avendo pi anni di me, avresti vissuto rispettando il giuramento fatto a mio padre fino alla tua morte, ma non sar cos. Gi una volta volli liberarti da quella promessa, ma tu non accettasti... sei sempre stato cos cocciuto... Publio, per la prima volta dopo tante ore, abbozz un sorriso. Ora te ne liberer in un modo che non ammette repliche, vecchio amico mio. Sar io ad andarmene prima di te, nel regno dei morti. Finalmente sarai libero dal tuo giuramento.
Lelio neg con la testa, ma Publio riprese a parlare. Per un attimo gli parve di aver recuperato le forze ma non volle ingannarsi. Sapeva che la fine era vicina, l'essenziale era approfittare di quell'ultima energia per mettere le cose in chiaro.
Hai ragione, Lelio. Un ex console di Roma, un generale veterano, anche se esiliato, non dovrebbe morire come un cane ferito in mezzo a un bosco. Ma per Roma io ormai non sono altro che questo, quindi questo  un luogo giusto dove morire. Lasciami qui, recupererai il mio corpo domani. Aiutami solo a raddrizzarmi un poco.
Lelio, continuando a negare con la testa, lo aiut ad appoggiare la schiena contro il vecchio tronco dell'albero sotto il quale il suo generale si era accasciato, abbattuto dalle ombre generate dal suo stesso delirio febbrile.
Prima di riprendere la parola, Publio si guard intorno.
Siamo soli? domand.
Ho gridato per chiedere aiuto, ma nessuno ha risposto. Lelio si alz per gridare ancora, ma Publio sollev il braccio per indicargli di non farlo.
No, no...  meglio cos...  meglio cos... ascolta, avvicinati, ascoltami bene... io ho scritto... Lelio s'inginocchi di nuovo e si avvicin al generale. Ho scritto per giorni, settimane, mesi, in segreto, nel tablinum della villa, sotto gli alberi, nell'atrio, sempre attento a non farmi scoprire da nessuno, di giorno e di notte. L'ho nascosto anche a Emilia, volevo che nessuno lo sapesse. Durante il giorno lei pensava che scrivessi delle lettere, e le ho lasciato credere che di notte scappassi dalla nostra stanza per andare a raggiungere Aret. Emilia non sa che gi da mesi il mio corpo non  pi in grado di soddisfare certi appetiti... E un'ombra di autocommiserazione si deline sul volto del vecchio generale, ma subito Publio scacci il rimorso per concentrarsi su ci che voleva riferire a Lelio. Ascoltami bene. Ho scritto le mie memorie.
Le tue memorie, ho capito disse Lelio per dimostrargli che gli stava prestando attenzione, ma aveva le orecchie vigili, attente ad avvertire il rumore se qualcuno si fosse avvicinato per aiutarlo a portare a casa il generale.
Dovevo farlo, amico mio, dovevo farlo, perch altrimenti Roma e il mondo intero avrebbero conosciuto solo la versione di Catone, e io non posso permetterlo, non devo.  essenziale che si conoscano tutti i fatti, soprattutto quelli degli ultimi anni, che si sappia tutto, forse non con estrema obiettivit da parte mia ma almeno una versione differente rispetto a quella che Catone lascer ai posteri. Ho scritto le mie memorie in greco, Lelio, perch possano leggerle i saggi in Grecia, in Oriente, la gente colta di Roma, gli uomini che forgeranno il destino del mondo che verr. Voglio che tutti loro leggano la mia storia dal mio punto di vista... Fu costretto a interrompersi, gli mancava l'aria. Devi prendere le mie memorie e portarle via da qui, fuori da Liternum... Temo che dopo la mia morte Catone ordini di confiscare tutti i miei beni, questa tenuta, chiss cos'altro star tramando... E nemmeno Roma  un luogo sicuro, nessuno degli Scipioni sar al sicuro a Roma dopo la mia morte, forse solamente mio figlio, o la piccola Cornelia... La sua mente divag per alcuni istanti, pensando a una possibilit per i suoi figli. Per tu devi custodire le mie memorie, Lelio, per tutti gli di, hai capito? Lo farai? E gli stratton il braccio con forza.
Gaio Lelio assent.
Lo far, le protegger come ho fatto con te, finora.
Publio finalmente si rilass, ma ancora insisteva.
Portale in un luogo lontano da Roma... un luogo dove possano essere al sicuro.
Lo far.
Bene. Ora potr riposare in pace.
Lelio lo guard preoccupato. Non poteva crederci. Il pi grande generale di Roma non poteva morire cos, l, in mezzo al bosco, sotto un albero qualunque, come un cinghiale ferito.
Non pu finire cos. Dobbiamo tornare in casa, l tua moglie e la tua famiglia ti staranno accanto.  la cosa pi giusta. E poi sono sicuro che ti riprenderai, come  gi successo in innumerevoli occasioni.
Publio sorrise di fronte all'insistenza del vecchio amico.
Sto bene. In mancanza di un campo di battaglia, questo  un posto come un altro. Inoltre  proprio qui che ho affrontato il mio ultimo combattimento... Rise debolmente, e il riso si trasform in lacrime. Un combattimento contro i lemuri, Lelio, contro i lemuri. Ci credi? Il grande generale di Roma che lancia colpi all'aria, affrontando gli spiriti. Ormai non sono nemmeno pi l'ombra di ci che ero, e la mia famiglia... sono pi i danni che le ho arrecato in questi ultimi anni che i piaceri che ho potuto procurarle in tutta la mia vita passata. Ho tradito Emilia, ho disprezzato mio figlio, ho discusso mille volte con la mia piccola, la mia piccola Cornelia...
Lelio interruppe immediatamente le lamentele del moribondo.
La giovane Cornelia  appena arrivata da Roma.
Publio tacque per un istante, sollevando la testa per guardare l'amico negli occhi.
Cornelia? Da Roma?  venuta la mia Cornelia?
S,  arrivata nel pomeriggio.  stato allora che siamo usciti a cercarti, ma tu ti eri gi inoltrato nel bosco.
Lelio non era sicuro che il generale intendesse, continuava a biascicare il nome della figlia, pareva delirare ancora.
Cornelia Minore  qui.  venuta a trovarmi. Da Roma. Quella pi in gamba di tutti, colei che ha evitato a Roma una guerra civile. La piccola Cornelia  venuta per me, nonostante io l'abbia disdegnata. E guard Lelio. Ho disdegnato la sua capacit di valutare le persone, ho sempre pensato che fosse una traditrice, un'ingenua, per aver avuto a che fare con Gracco, e invece  stato proprio Gracco a fornirci una via d'uscita, seppur umiliante, ma una via d'uscita senza spargimento di sangue. Non lo so, non lo so... Forse avremmo dovuto combattere a Roma, quella notte, per sarebbero morti in tanti, in troppi... I pensieri gli si accavallavano nella testa in un disordine di contraddizioni e di dubbi, fino a che il generale non riusc a concentrarsi solo sul presente. S, se Cornelia  venuta da Roma  giusto che io torni in casa. Mia figlia ha fatto un lungo viaggio. Non la deluder ancora. Aiutami, Lelio, aiutami ancora una volta nella tua vita, mio caro Lelio, aiutami a rialzarmi. Devo rientrare in casa. Avevi ragione. Devo tornare in casa e parlare alla mia famiglia prima di attraversare l'Acheronte per intraprendere il mio ultimo viaggio.
Lelio lo sostenne. S'incamminarono lentamente, con estrema difficolt. Publio era consumato dalla malattia, troppo debole, e Lelio non era pi un giovane robusto, ma i due amici si sforzarono di raggiungere la vecchia domus.
Proteggi le mie memorie, Lelio continuava a ripetere Publio.
Lo far, mio generale.
Poi cal un lungo silenzio, durante il quale il bosco li avvolse, insieme al suono del vento che filtrava tra il fogliame che li circondava.
Sono giunte notizie interessanti dall'estero? domand il generale.
Lelio si rallegr per quello sprazzo di curiosit nell'abbattuto princeps senatus.
Alla fine hanno inviato una legione in Bitinia per catturare Annibale. Con vari mesi di ritardo, ma alla fine Catone ci  riuscito. Non ha cessato un attimo di tormentare il Senato per riuscirci, da quando Pergamo ha inviato la sua ambasciata.
Una legione? domand Scipione incuriosito. E quanti uomini ha Annibale?
Lelio fece una smorfia a significare che ne aveva ben pochi, ma volle spiegarsi.
Possiede solo un piccolo gruppo di veterani, e il re di Bitinia ha negoziato per consegnarlo a Roma.  rimasto solo. Una legione sar sufficiente.
Chi la comanda?
Flaminino.
Allora sar sufficiente disse Publio. Flaminino  un buon generale. Tempo fa pensai che fosse l'uomo giusto per sposare la piccola Cornelia.
Lelio non rispose a quella confessione personale del generale.
Una legione contro un uomo solo aggiunse Publio. Peccato non esserci per vederlo. Ma perfino a Flaminino dar filo da torcere.
Gli ordini sono di catturarlo vivo specific Lelio.
Vivo? Il generale corrug la fronte e neg con determinazione. Sar difficile. Un uomo come Annibale non permetter che lo esibiscano ricoperto di catene per le strade di Roma.  quello che piacerebbe a Catone, sarebbe un modo per dimostrare a tutto il popolo di Roma che lui  riuscito dove io ho fallito, per, Lelio, sono sicuro che questo non accadr mai. E sorrise. Annibale non gli lascer questa soddisfazione. Non lo prenderanno mai vivo.

60. UNA COPPA DI VINO DI FRONTE AL MARE.
Nicomedia
Gennaio del 183 a.C.

Annibale osservava il paesaggio dall'alto della sua residenza di fronte alle coste del Ponto Eusino. Pi in basso si trovavano altre grandi dimore, di amici e nobili della corte del re Prusia di Bitinia. Tra quelle, offerte dal monarca asiatico ai propri sudditi favoriti, Annibale aveva trovato il suo ultimo rifugio. Quella casa era stata un dono del re per avergli fatto ottenere una vittoria schiacciante contro la flotta del re Eumene di Pergamo. Per le cose erano cambiate non poco da allora...
Come sempre, Roma aveva sconvolto gli eventi. Ancora una volta. Proprio come Annibale aveva immaginato, la sua vittoria non era passata inosservata. Lui ignorava quante ambasciate, emissari, ore di dibattiti avevano avuto luogo per mettere in moto la nuova missione di Roma, ovvero di catturarlo. Ma non gli serviva conoscere quei dati. L'ora della verit era arrivata.
Aveva gi considerato varie possibilit, tuttavia senza Maarbale e Imilce si sentiva solo. Era stanco di fuggire. Gli restavano meno di venti veterani, tredici per essere esatti, e riconosceva nei loro sguardi la medesima malinconia che anche lui provava. A ogni modo, forse spinto dall'abitudine, Annibale aveva progettato dei piani di fuga. Aveva tenuto occupati i suoi uomini facendo loro scavare sette cunicoli, con sette differenti vie d'uscita in diversi punti della montagna. Se li avessero circondati, avrebbero avuto la possibilit di nascondersi nei boschi della regione e raggiungere le montagne. Non era un'idea che lo entusiasmasse, ma non avendo ancora deciso cosa fare di se stesso nel caso fosse stato messo alle strette, aveva pensato che fosse utile prendere delle precauzioni.
Quando, quel pomeriggio, avvist vari manipoli di legionari romani che risalivano il tortuoso cammino che conduceva alle residenze sul pendio della montagna, comprese che le negoziazioni tra Prusia, Eumene e Roma si erano concluse, e il risultato finale aveva portato quei legionari a marciare verso la sua casa armati fino ai denti.
Annibale si affacci dalla terrazza, sporgendosi al massimo dalla staccionata, facendo attenzione a non perdere l'equilibrio. Parecchie guardie di Prusia circondavano la casa, molte si trovavano di fronte ad alcune delle uscite dei cunicoli che aveva fatto scavare. Sapeva che erano l non certo per impedire ai Romani di entrare, piuttosto per non permettere a lui di uscire. Non si sorprese di essere stato, ancora una volta, tradito. Forse era stato qualcuno dei suoi uomini ad avvertire i soldati di Prusia dei cunicoli, o forse qualche schiavo che li aveva visti scavare durante le ultime settimane.
Il generale ritorn all'interno della terrazza. Si gratt la testa. Aveva appena terminato di pranzare e si sentiva sazio. Negli ultimi mesi era stato particolarmente indulgente con se stesso su alcuni aspetti, in particolare sui pasti e le donne. Tuttavia non si era affezionato ad alcuna schiava in particolare, quindi non era preoccupato per il destino di quelle donne che lo avevano servito negli ultimi mesi. Erano tutte belle e ragionevolmente intelligenti. Se la sarebbero cavata. Avevano senz'altro molte pi possibilit di sopravvivere di quante ne avesse lui.
Si pass la mano sulla barba. Alcuni dei suoi uomini erano apparsi sulla terrazza. Non parlarono, in attesa di un segnale del loro generale.
Annibale annu un paio di volte, senza aprire bocca. Due dei suoi guerrieri gli portarono le armi, una spada punica, una lancia che rifiut e la corazza che indoss rapidamente con l'aiuto di un veterano. Poi si allacci l'elmo.
Andiamo disse, e subito pass tra i suoi uomini per addentrarsi all'interno della casa.
Attraversarono il salone, le cucine, dove gli schiavi si fecero da parte nervosi e sorpresi, e raggiunsero la sua camera da letto. Tre giovani schiave corsero a rifugiarsi in un angolo della stanza spaventate dall'irruenza di tutti quegli uomini armati. Annibale fece un cenno alle ragazze e queste si rannicchiarono senza dire una parola.
Dividiamoci disse ai suoi uomini. Siamo quattordici in tutto. Due per ogni cunicolo. Tu verrai con me. Il resto si divida in coppie. Addentriamoci nelle gallerie e controlliamo se le uscite sono libere. Nel caso in cui fossero presidiate le chiuderemo come previsto. Poi torniamo qui il prima possibile per decidere il da farsi, semmai ci fosse qualche uscita libera.
I soldati assentirono. Annibale tir di lato una tenda che si trovava dietro al letto, spost il grande letto e spinse dei paletti di legno che si trovavano in fondo alla parete. Immediatamente si apr uno scuro e largo passaggio. I guerrieri, passandosi tra loro una lampada a olio, accesero tutti le torce, poi entrarono nel passaggio. Dopo pochi metri incontrarono varie diramazioni e ogni coppia di soldati punici imbocc un diverso cunicolo. Alla fine restarono solo Annibale e il guerriero che lo accompagnava, un veterano della conquista dell'Hispania. Era un uomo taciturno, piuttosto rozzo, ma un eccellente guerriero e si era sempre dimostrato leale. Quelle erano le qualit che pi contavano in quel momento.
Il passaggio diveniva sempre pi stretto e umido man mano che s'inoltrava all'interno della montagna. Le pareti rocciose erano ricoperte da innumerevoli goccioline d'acqua. Le fiamme delle torce s'indebolivano per la mancanza di ossigeno. Si faticava a respirare. D'un tratto si intravide un fascio di luce in fondo. Erano vicini all'uscita.
Annibale sollev la mano e il soldato che lo seguiva si ferm. Il generale fece un passo alla volta, lentamente, avvicinandosi all'uscita. Ascolt con attenzione. Come aveva temuto, capt voci di vari uomini all'esterno. Erano l ad attenderlo. Non c'era nulla da fare, per lo meno a quell'uscita. Torn sui propri passi.
Torniamo, svelto sussurr.
I due ripresero il tortuoso cammino attraverso il buio cunicolo.
Non appena rientr nella stanza da letto, Annibale ritrov una mezza dozzina dei suoi uomini. Tutte le uscite che avevano raggiunto erano presidiate da decine di legionari e soldati di Prusia. Mancava ancora l'altra mezza dozzina di guerrieri punici. Non ebbe bisogno di spiegazioni. Erano tornati solo gli uomini leali. I restanti si erano consegnati ai Romani. Tutti lo sapevano, ma nessuno disse nulla.
Credo che la cosa migliore sia che anche voi vi consegniate disse infine il generale.  possibile che se vi arrenderete vi risparmieranno la vita. Forse avrete un futuro negli eserciti di Roma, oppure nelle loro carceri, questo non posso saperlo, per io non ho altre vittorie da offrirvi. L'ultima  stata contro Eumene. Se vi consegnerete... forse avrete una possibilit... ma non con me.
Gli uomini esitarono. Le schiave non erano pi l. Avevano approfittato del momento in cui gli uomini erano entrati nel passaggio per scappare, per mettersi in salvo prevedendo che ci sarebbero stati degli scontri. Erano fuggite. Come tutti. Era ovvio.
Andatevene, per Baal e Tanit! Andatevene una buona volta! grid Annibale con ferocia.
I pochi soldati rimasti, pur dubbiosi, si addentrarono di nuovo nel passaggio. Lui attese che tutti fossero scomparsi all'interno dei cunicoli, quindi si avvicin a una parete. L c'erano delle funi che parevano sostenere qualcosa di molto pesante. Si assicur che tutti i guerrieri fossero entrati e tagli le corde. Ebbe appena il tempo di spostarsi di lato che un'enorme lastra circolare gir su se stessa, lentamente ma irrefrenabilmente, scivolando grazie a un leggero dislivello del terreno e serrando del tutto l'entrata del passaggio.
Annibale usc dalla stanza, riattravers le cucine ora vuote e le altre stanze della casa. La residenza era deserta. Non c'era anima viva. Raggiunse l'entrata principale. Le grosse porte di legno erano socchiuse. L'ultimo che era uscito non si era preoccupato di richiuderle. Rinfoder la spada, con entrambe le mani spinse la porta dall'interno e, con enorme sforzo, tendendo tutti i muscoli consumati dagli anni e dalle battaglie, riusc a richiudere quelle pesanti porte che avrebbero dovuto fermare l'inevitabile. Poi afferr la robusta trave caduta al suolo e la sistem per bloccare del tutto l'entrata.
Fu in quel momento che cominciarono a udirsi voci provenienti dall'esterno. I legionari erano arrivati. Cominciarono a colpire la porta, a spingerla gridando in latino.
Fate passare Flaminino, inviato da Roma! Aprite questa porta!
Annibale indietreggi guardando la grossa trave di rovere. Resisteva. Gli avrebbe concesso qualche minuto di vantaggio, finch non avessero buttato gi la porta con un ariete o dandole fuoco. Flaminino? Avevano perfino inviato un ex console per catturarlo. Si sent lusingato, nonostante l'orgoglio ferito dall'esilio. In altri tempi avrebbe circondato quel console con i suoi uomini e lo avrebbe affrontato, come aveva fatto tante volte in passato. Si guard la mano destra. Portava ancora gli anelli consolari di tutti i magistrati di Roma che aveva ucciso. Tutti tranne quello di Emilio Paolo, che aveva restituito a Scipione dopo la battaglia di Zama. In quella stessa mano, per, ne indossava uno che non era appartenuto ad alcun console: un anello pi piccolo, d'argento, decorato da un turchese. Annibale sospir. Dopo tanti anni era arrivato il momento di aprire quel piccolo anello sollevandone il turchese.
Dall'interno della stanza da letto si udirono forti colpi. Un altro gruppo di legionari tentava di abbattere la pietra che chiudeva il passaggio sotterraneo. Annibale alz gli occhi al cielo e scosse lievemente la testa. Da quel passaggio non avrebbero ottenuto nulla. Sarebbero per entrati dalla porta principale, in un modo o nell'altro. Aveva pochissimo tempo, e quanto fosse dipendeva dalla bravura degli ufficiali al comando. Paradossalmente, per, era un tempo per lui sufficiente.
Usc di nuovo sulla magnifica terrazza affacciata sul mare. Si avvicin al bordo stando attendo a non farsi vedere. Non voleva che cominciassero a tirare frecce, anche se era improbabile che ci fossero dei buoni arcieri. L'altezza era eccessiva, anche nel caso avessero lanciato dei pila. Era solo un po' di sollievo, un momento di pace, quello che cercava.
Le grida e i colpi alla porta dei soldati romani continuavano, ma Annibale non ci fece pi caso. Cammin lentamente fino a raggiungere un'estremit della terrazza. L c'era un baule chiuso a chiave. Da sotto la tunica, il generale tir fuori una chiave di ferro e la introdusse nella serratura del baule. Questo si apr con uno scricchiolio che parve un pianto. Dall'interno estrasse una coppa d'oro massiccio e una piccola anfora. And quindi al centro della terrazza, dov'erano situati un piccolo tavolo e una comoda poltrona. Aveva l'abitudine di bere un paio di coppe di buon vino verso sera, osservando il tramonto rosato sul mare. Non avrebbe permesso che un centinaio di legionari interrompesse quel suo rito privato.
Appiccate il fuoco! Il fuoco! si ud dall'esterno.
Annibale conosceva abbastanza bene il latino da intendere che i Romani erano giunti alla soluzione pi ovvia per accedere alla residenza. Si accarezz la barba con la mano destra. Con la sinistra prese l'anfora e vers il contenuto nella coppa d'oro che brillava alla pallida luce del tramonto. Poi appoggi l'anfora e con le dita sollev la pietra turchese dell'anello. Si ud un leggero clic. La gemma cedette e all'interno l'anello mostr il suo contenuto, una sottile polvere bianca. Gir la mano sulla coppa, e il contenuto dell'anello si rivers come una tormenta di neve in miniatura.
In pochi secondi la polvere si sciolse, ma il vino mantenne il suo colore tra il rosso e il viola, inalterato, come se non fosse accaduto nulla, e invece era accaduto tanto... era accaduto tutto.
Annibale sollev la coppa e la port all'altezza degli occhi. Mosse ritmicamente la mano in piccoli circoli cos da mescolare perfettamente la polvere bianca e il vino. Fino a quel momento era rimasto in piedi. Decise di sedersi. Quello era vino di Bitinia, molto buono, conservato appositamente per quell'occasione. Si era abituato a gustarlo sempre a quell'ora, nel suo momento di pace, l, da solo, senza pi Imilce, Maarbale, senza pi un amico. Era l'unica cosa che gli era rimasta. Una buona coppa di vino di fronte al mare e al rosso tramonto dell'Asia.
Si port la coppa alle labbra inalando il denso aroma. Era perfetto. Quando ne bevve il primo sorso, non not nulla di strano nel sapore. Si chiese se il veleno avrebbe davvero sortito l'effetto desiderato. Il medico greco che lo aveva consegnato a Maarbale, nel Sud dell'Hispania, aveva assicurato che era infallibile e che la sua letale capacit sarebbe rimasta inalterata per anni e anni. Per Annibale non avvertiva nulla. Quell'anello aveva viaggiato con lui per ben trentacinque anni. Forse era passato troppo tempo.
L'aria cambi. Odore di fumo. Le porte dell'entrata principale stavano bruciando. Mand gi un altro lungo sorso e termin quasi tutto il contenuto della coppa. Continuava a non avvertire nulla, solo una leggera stanchezza. Il medico greco aveva assicurato anche che il veleno era pressoch indolore, che causava solo brevi spasmi allo stomaco. Annibale aveva assistito agli effetti su alcuni prigionieri iberici e romani durante le guerre passate, e il Greco aveva ragione. Li aveva visti morire in silenzio, senza quasi lamentarsi, producendo solo leggeri gemiti prima di cadere in quello che pareva un sonno tranquillo. Per all'epoca il veleno era stato appena preparato. Come poteva sapere cosa avrebbe causato al suo corpo quella sostanza conservata per tanto tempo?
Si udirono altri colpi forti. Grida e colpi contro la porta in fiamme. Qualcosa croll. Annibale guard il mare. Improvvisamente fu colto da una stanchezza indomabile. Un sonno irrefrenabile. Tante battaglie, tante guerre per tentare di fermare Roma, ed era stato tutto inutile. Se solo il Senato di Cartagine gli avesse messo a disposizione i rinforzi necessari... se il re Antioco gli avesse dato ascolto... se avessero inviato un nuovo esercito in Italia... se almeno, nella battaglia di Magnesia, avessero disposto le truppe secondo i suoi consigli... Tutto perduto, tutto passato...
Guard la coppa, immobile, sul tavolo. Con un estremo sforzo l'afferr e ne bevve l'ultimo sorso. La coppa... cerc di riappoggiarla sul tavolo senza riuscirci... Cadde al suolo. Altri colpi e grida esultanti.
Entrate, maledetti! Entrate!
La voce dell'ufficiale al comando era trionfante. Annibale sorrise. Un nuovo trionfo per Roma. Ottocento legionari, forse mille, sarebbero riusciti a catturare un guerriero punico. Una grande vittoria. Flaminino avrebbe celebrato il suo trionfo entrando per la Via Sacra verso il Campidoglio. Anni prima era stato lui, Annibale, a essere sul punto di raggiungere il Campidoglio di Roma. Dopo tutto, forse Maarbale aveva ragione: avrebbe dovuto attaccare la citt di Roma subito dopo Canne, per quella sarebbe risultata una battaglia forse inutile e logorante. I Romani avrebbero resistito grazie alle legiones urbanae e lui non disponeva di forze e armi sufficienti per un assedio prolungato...
Annibale scosse la testa. Erano anni che ci provava. Il passato non si poteva modificare, e per lui il futuro ormai non esisteva pi. Pens ai suoi di, Baal, Tanit, Melquart, a suo padre, ai suoi fratelli e a Imilce. Con un po' di fortuna si sarebbe riunito a loro, se davvero esisteva qualcosa oltre quel mondo. Non era mai stato un uomo religioso e non aveva mai nemmeno temuto la morte. Quando nella vita si perde tutto, quando si rimane senza chi si ama, quando invece di amici restano solo traditori, non vale pi la pena vivere.
Avvert dei passi all'entrata della casa. Annibale tent di muoversi, ma il suo corpo non obbediva. Solo la sua mente era ancora vigile. Sono gi qui, sono gi qui. Presto avrebbero oltraggiato il suo cadavere come avevano fatto con quello di Asdrubale, lo avrebbero fatto a pezzi, separando le sue membra l'una dall'altra, e nessuno avrebbe raccolto i suoi resti. Non c'erano pi nemici da intimorire. No. Roma si sarebbe distrutta da sola. Senza pi nemici esterni la rovina sarebbe cominciata dai Romani stessi, per lui non ci sarebbe stato per assistervi. Peccato.
Di colpo sent una fitta allo stomaco. Voleva portarsi una mano alla pancia ma fu impossibile muoverla. Il dolore, com'era venuto, scomparve. Annibale si rilass, in pace con se stesso, gli occhi fissi su quell'orizzonte che si espandeva oltre il mare calmo. Era un pomeriggio bellissimo.
Un ultimo pensiero lo raggiunse prima di perdere i sensi. Che ne era stato di Scipione? L'ultima notizia che gli era giunta riferiva che era stato condannato all'esilio. Cos Roma ripagava il suo miglior generale: dopo aver conquistato l'Hispania, averlo sconfitto in Africa, dopo aver sbaragliato gli eserciti di Antioco, Roma condannava Scipione all'esilio. Annibale si sent vicino a lui nella disgrazia. Scipione. L'unico Romano con cui era valsa la pena parlare.
Eccolo.
Un legionario lo indic dalla porta che dava accesso alla terrazza, senza osare oltrepassarla. L'ufficiale al comando lo raggiunse e davanti allo sguardo esitante dei suoi soldati decise di proseguire. Brandiva in alto la spada, col braccio teso, puntando la lama affilata verso il generale punico seduto di spalle al centro di quella terrazza.
Alzati! disse l'ufficiale con tono incerto, dubbioso su come rivolgersi a quel ribelle, se chiamarlo generale o miserabile, senza osare pronunciare il nome di Annibale, senza arrischiarsi a insultarlo. Non era un ordine autoritario. La spada tremava, come il suo polso. Serrava le labbra. Si ferm a cinque passi dal generale cartaginese. Attendiamo il generale al comando, attendiamo Quinzio Flaminino. Attendiamo.
Nessuno disse nulla. Cominci a calare il crepuscolo sul regno di Bitinia. Una ventina di legionari custodivano il corpo immobile di Annibale. Tutti a debita distanza. Nessuno osava parlare. Portarono delle torce per illuminare la terrazza. Nell'aria c'era tensione e timore. Annibale sembr muovere una mano e i legionari sussultarono. Alcuni sfoderarono la spada. Poi nulla. Nessuno si mosse pi. Intorno a loro ottocento legionari avevano occupato l'intera montagna. Il resto delle truppe era accampato vicino alla citt di Nicomedia.
Flaminino arriv in groppa a un cavallo nero. Raggiunse l'entrata della dimora. Vide le porte ridotte in cenere e i danni delle fiamme alle pareti della sala d'ingresso alla casa. Gli ufficiali gli indicarono il cammino che doveva seguire. Quinzio Flaminino, ex console di Roma, inviato plenipotenziario in Asia per stabilire le condizioni di pace tra Pergamo e la Bitinia, e con la missione di catturare Annibale vivo e condurlo a Roma per esibirlo incatenato per le sue strade, si ferm sull'uscio della porta che conduceva alla terrazza. I legionari si fecero da parte. Alla luce delle torce, Flaminino vide un uomo seduto accanto a un piccolo tavolo.
 lui? domand.
Cos crediamo disse uno degli ufficiali.  ci che ci hanno confermato alcuni Cartaginesi che abbiamo catturato. Dicono che  Annibale.
Flaminino annu. Rivestiva lui l'autorit per confermare quel fatto. Avanz e si situ di fronte a quell'uomo che dicevano fosse Annibale. Vide un uomo anziano, con una spessa barba bianca e nera, una benda su un occhio, l'altro occhio spalancato, che fissava l'infinito. La bocca era chiusa e pareva sorridere. La mano sinistra era sullo stomaco, la destra su una coscia, chiusa in un pugno. Era la mano che indossava gli anelli estratti dai corpi dei consoli di Roma uccisi in guerra.
Flaminino si rese conto che solo quegli anelli potevano confermare l'identit di Annibale, dato che nessuno a Roma aveva mai visto il generale cartaginese in volto. Nessuno a parte l'unico uomo abbastanza coraggioso per farlo: Publio Cornelio Scipione. Forse anche suo figlio Publio aveva incontrato il generale, ma non era dimostrabile. E chiss, forse anche Lelio e alcuni veterani a Efeso, ma non c'erano prove. In ogni caso, solamente Publio Cornelio Scipione l'Africanus aveva parlato con lui. Nessun altro. Quella marea di accuse nei confronti della famiglia degli Scipioni era talmente confusa... Flaminino sapeva che avevano subito un trattamento ingiusto.
E ora erano l, ottocento legionari armati e pronti a combattere, una legione intera, sotto il comando di un ex console della potente Roma, eppure tutti timorosi di fronte a un generale abbattuto, abbandonato e tradito dai suoi alleati; un nemico, e tuttavia un uomo con cui Scipione non aveva esitato a condividere un bagno alle terme di Efeso e a conversare per ore. Questo si raccontava. Risultava difficile crederlo.
In quel momento carico di tensione e di incertezza, di fronte a quello che sembrava essere il cadavere di Annibale, Flaminino comprese la grandezza di Scipione: tutti loro avevano paura anche solo ad avvicinarsi al cadavere di colui con cui Scipione non aveva temuto di parlare, condividere un bagno, combattere. Per tutti gli di, che abisso separava gli attuali governanti di Roma dai suoi antichi generali! Quanto restava al di sopra di chiunque altro la leggenda di Publio Cornelio Scipione! Come si era ridotta Roma!
Flaminino per era un uomo disciplinato. In assenza di grandezza l'unica cosa che restava a Roma era la disciplina. S'inginocchi di fronte ad Annibale e con entrambe le mani prese la mano destra del generale cartaginese e gir quel pugno di ferro. La pelle era ancora calda. Un brivido scosse l'intero corpo dell'ex console di Roma. Per continu con la propria missione.
Avvicinatemi una torcia ordin. Un legionario si avvicin con una torcia in mano. Sotto la luce, i vari anelli d'oro risplenderono in quella notte scura della Bitinia.  Annibale, non c' dubbio concluse Flaminino, e si alz. Nessuno al mondo pu esibire tanti trofei in una sola mano. Nessuno.
Tutti restarono in silenzio. Era Annibale.

61. LE ULTIME VISITE.
Liternum
Dicembre del 184 a.C.

Non appena Emilia vide apparire nel vestibolo Lelio con il debole generale tra le braccia, reag prontamente e fece cenno di condurre il marito nella sua stanza per adagiarlo sul letto. Laerte si prodig a svestire il padrone, a infilargli poi una comoda tunica e ad aiutarlo a stendersi sul letto rimboccandogli le coperte. Emilia si sedette al fianco del marito e gli asciug il sudore della febbre dalla fronte per parecchio tempo, finch Publio non recuper un poco di forze e chiese di vedere tutti i suoi figli, uno a uno.
La prima a entrare fu la figlia maggiore. Con lei la conversazione fu breve per sincera e commovente. Publio le chiese di continuare a essere, come aveva sempre fatto, una buona matrona, di aiutare la sorella minore e il fratello se avessero avuto bisogno, e di vegliare sulla famiglia. La ringrazi anche per aver accettato di legarsi in matrimonio con Nasica, unione che aveva rafforzato il clan grazie al supporto della gens Cornelia.
Questa unione ci render pi forti. Questo deve essere il cammino verso il futuro per la nostra famiglia, figlia mia disse Publio.
Lei annu e gli prese la mano sudata tra le sue, stringendola forte. Il padre si sent obbligato ad aggiungere altro.
E non piangere per me. Non dare questa soddisfazione a Catone. Cammina sempre a testa alta. Ci ha sempre accusato di essere troppo orgogliosi. Ebbene, siatelo.
La ragazza annu, ma non appena usc dalla stanza scoppi a piangere, mentre il fratello entrava al posto suo. Il giovane Publio non sapeva dove avrebbe dovuto sedersi, quindi rest in piedi, vicino alla porta.
No, figlio, siediti qui, di fianco a me disse suo padre dal letto. Non mi restano molte forze e la mia voce  debole. Dobbiamo parlare. Lo abbiamo fatto in troppe poche occasioni... Suo figlio gli sedette accanto. Anzi, forse noi due non abbiamo mai parlato per davvero. Io ti ho sempre impartito solo degli ordini, ti ho sempre detto cosa fare, e tu hai sempre obbedito.
Ho tentato, padre precis il figlio, sapendo di non aver sempre fatto ci che il padre esigeva. Mi rammarico di non essere stato all'altezza del figlio che tu avresti desiderato, padre.
Publio neg con la testa.
Mi sono comportato come uno stupido con te. Ho sempre voluto che tu fossi uguale a me. Ti ho sempre fatto pressioni, mettendo la tua vita in pericolo.
I due condivisero qualche istante di silenzio, rammentando entrambi la cattura del giovane Publio da parte dell'esercito di Antioco e la sua prigionia sotto il controllo di Annibale.
Figlio, solamente tu e io abbiamo parlato con Annibale e siamo sopravvissuti per raccontarlo. Questo ci unisce. E mi fa piacere che esista almeno una cosa a unirci. Ascoltami bene, Publio, tu puoi essere migliore di me, io sono sempre stato troppo esigente nei tuoi confronti, ho voluto che tu fossi chi non potevi essere; pretendevo che tu fossi il mio miglior soldato, il mio miglior guerriero, e ti ho disprezzato troppe volte.  stato un errore imperdonabile da parte mia. E sollev lo sguardo, sospirando. Sar stato un grande generale, ma anche il peggiore dei padri.
Non  vero, padre. Noi tutti ti ammiriamo.
Tutti voi mi sopportate, e io non sono stato giusto nei vostri confronti. Soprattutto con tua madre, con te e con tua sorella minore. E se non ho mai discusso con la tua sorella maggiore  stato solo perch mi ha sempre obbedito con assoluta accettazione. No, sono sempre stato impegnato in guerra, o nelle lotte contro il Senato, e non mi sono mai occupato abbastanza di voi.
Hai reso Roma pi potente di qualunque altra citt.
S, e l'ho pagato con l'esilio lo interruppe suo padre. E voi, che ho sempre maltrattato, siete gli unici a restarmi vicino. Non posso cambiare il passato, non si torna indietro, ma ci sono altre cose che si possono ancora fare, solo che io non ci sar pi per farle in prima persona. Ascoltami bene, figlio mio: mi sono sempre sbagliato sul tuo destino. Ritenevo che tu dovessi inevitabilmente combattere come me su un campo di battaglia, ma non sar cos. Il tuo destino non  in guerra ma a Roma. Devi tornare a Roma, tutta la famiglia deve farlo. L'esilio  una condanna che riguarda me soltanto. Quando sar morto, nulla vi tratterr qui. Il tuo compito, figlio,  di combattere in Senato, con le parole, uno strumento che sai maneggiare meglio di me. Il vecchio Iceta, il vostro pedagogo, elogiava sempre la tua retorica, e io invece, accecato com'ero, mi preoccupavo solo del tuo addestramento militare con Lelio. Per Catone, figlio mio, Catone mi ha sconfitto con le parole. E tu, con le tue parole, sei riuscito a influenzarmi, quella notte fatale nella quale sarei stato capace di mandare tutti noi all'inferno. S, figlio, furono le tue parole a convincermi pi di ogni altra cosa. Pi di quanto tu possa immaginare. Sai parlare bene. S. Questo  il tuo dono. Tu devi fare ritorno a Roma, al Senato, occupare il mio posto nell'edificio della Curia, e contrattaccare da l. Sar un impegno colossale. Catone  un nemico implacabile. Io non sono riuscito a fermarlo, non sono stato capace di lottare sul suo terreno. Come vedi, figlio, in questo tu hai la possibilit di superarmi, di sconfiggere colui che io non sono riuscito a battere.
Padre, nessuno pu superarti.
Scipione sollev la mano sudata e rifiut il complimento con un gesto secco.
Non voglio discutere di questo. L'importante, figlio,  che tu torni a Roma e continui a combattere dal Senato. Non sono in grado di consigliarti su come farlo, dal momento che io sono uno sconfitto in questo genere di battaglie. Se si trattasse di una battaglia campale, allora s che la mia opinione conterebbe. No, in Senato, a Roma, sarai tu a trovare il modo; sono sicuro che l dove io risultai incapace, tu otterrai la vittoria. Ho fiducia in te, figlio. Ti aspetta un compito arduo, ma so che ce la farai.
Far tutto quello che posso, padre, per aiutare la nostra famiglia a recuperare la sua posizione a Roma.
Lo so, lo so. Publio padre afferr il braccio del figlio. So che lo farai. E tacque.
Desideri vedere mia sorella minore?
S, per favore, dille di entrare.
Il giovane Publio si alz e si diresse alla porta con un'espressione seria, preoccupata, sul volto.
Ti ringrazio perch non mi porti rancore aggiunse Scipione.
Il figlio si volt e lo guard annuendo. Poi scomparve dietro la porta.
Dopo pochi istanti Cornelia Minore entr nella stanza. Publio la vide camminare con la prudenza che sempre la caratterizzava, muovendosi lentamente e agilmente allo stesso tempo. Era, come sempre, bellissima, forse perfino di pi dell'ultima volta che l'aveva vista, prima di partire per il suo esilio. S, quel giorno la piccola Cornelia aveva una luce speciale negli occhi, e appariva forte, sana, ancor pi sicura di s. Si sedette di fianco al padre, il quale prov, immediatamente, una gioia improvvisa.
Gracco ti tratta bene? furono le prime parole che Publio le rivolse. Voleva dirle tante cose, ma ora, arrivato il momento, gli usc solo quella frase. Nemmeno a un passo dalla morte riusciva a dimenticare il rancore verso quell'uomo.
Mio marito mi tratta bene, padre rispose Cornelia con un sorriso, posando la mano su quella pallida del padre. Publio apprezz quel gesto e strinse le delicate dita della figlia.  grazie al suo permesso che sono venuta a trovarti.
Publio, per, rest sulla difensiva.
Se dovesse arrecarti danno torner dal regno dei morti per proteggerti. Diglielo.
Cornelia continu a sorridere.
Non ce ne sar bisogno. Tiberio  affettuoso con me, stiamo bene insieme. E ha permesso questo mio viaggio nonostante... La giovane s'interruppe. Stava per dire che Catone ne avrebbe approfittato per criticare suo marito in Senato e spaventare i senatori insinuando un'altra possibile cospirazione degli Scipioni, per decise di non parlare a suo padre di Catone, nemmeno di menzionare il suo nome, poich quella sarebbe stata probabilmente la loro ultima conversazione.
Quell'esitazione meravigli Publio, sempre attento a tutto, anche con la febbre alta.
Nonostante che cosa? domand guardandola negli occhi e stringendo ancor pi forte la sua mano.
Nonostante io sia incinta gi da varie settimane.
Publio Cornelio Scipione spalanc gli occhi. Sua figlia maggiore non gli aveva ancora dato una notizia cos meravigliosa, e il figlio non si era ancora sposato. Ancora una volta, la piccola Cornelia anticipava tutti.
Un nipotino? sussurr il generale.
O una nipotina, padre.
Publio sorrise.
O una nipotina. In ogni caso, un figlio tuo, Cornelia.  una notizia che mi rende cos felice, cos felice, e in un momento in cui le buone notizie non arrivano mai. Per tutti gli di, ti ringrazio. E hai detto che Gracco ti ha permesso di venire nonostante il tuo stato. Non  un viaggio pericoloso, ma si tratta di diversi giorni, tra polvere e vari spostamenti. Mi sorprende non poco una tale generosit da parte sua. Non avrebbe dovuto permetterti di viaggiare.  come pensavo. Quell'uomo non si prende cura di te. Non ti merita...
Va bene, padre, lo interruppe Cornelia a bassa voce, avvicinandosi all'orecchio del padre ho mentito.
Hai mentito?
Non ho detto a mio marito che ero incinta. Solo che tu eri molto malato e desideravo vederti.
Publio sospir. Provava sentimenti contrastanti dopo quella risposta.
La cosa negativa  che se Gracco ti ha lasciato venire  perch conosce la gravit delle mie condizioni, sa che morir presto e che ormai non posso pi spaventare il Senato. Tuttavia... Cornelia si compiacque di vedere sorridere il padre mentre continuava a parlare. ...la cosa buona  che hai dato la notizia del tuo stato prima a me che a tuo marito.  una piccola grande vittoria che porter con me nell'altro mondo. Una piccola soddisfazione donatami dalla mia piccola grande figlia.
Improvvisamente avvert un brivido lungo tutto il corpo e tremori incontrollabili. Lasci la mano di Cornelia e tent di avvolgersi meglio nelle coperte, ma non vi riusc. Lei lo aiut a coprirsi fino al collo.
 la febbre... disse Publio una volta che i tremori furono passati. La fine  vicina, piccola mia.  ora che tu vada da tua madre.
Cornelia annu e si rialz lentamente. Non avrebbe voluto separarsi dal padre, per sapeva, come tutti, che i suoi genitori dovevano parlare di certe questioni, pubbliche e private, che non potevano attendere oltre.
Addio, padre. Che gli di ti proteggano sempre disse, e se ne and.
Publio avrebbe desiderato risponderle, ma gli manc la voce e quando la recuper la porta si era gi richiusa. Sua figlia se n'era andata. Non l'avrebbe mai pi rivista, ma la notizia che il sangue della famiglia avrebbe continuato a scorrere nelle viscere della pi coraggiosa delle sue figlie gli infuse l'energia di cui aveva bisogno per affrontare la conversazione pi difficile.
La porta si apr nuovamente e la figura minuta, inconfondibile di Emilia si affacci sull'uscio. Publio cominci a parlare. Aveva una questione pi urgente da affrontare con sua moglie, prima di discutere della sua infedelt.
Devi concedere la libert a Laerte, Emilia. Glielo promisi. Gli promisi che lo avrei liberato quando la piccola si fosse sposata, per tra l'esilio e il mio rifiuto ad accettare quel matrimonio dimenticai la mia promessa. Una promessa mai mantenuta. Adesso ho modo di rammentare tutto ci che lasciai in sospeso, come questo.
Laerte sar liberato. Me ne occuper personalmente rispose Emilia con tono serio.
Bene disse Publio con voce debole.
Un lungo silenzio cal nella stanza. Si udiva solo il faticoso respiro del malato. Infine Publio riun le poche forze che gli restavano per dire quello che doveva, ci che avrebbe dovuto dire mesi prima, forse anni.
So di averti delusa cominci.
La piccola figura di sua moglie, seduta sul solium al lato del letto, rest imperturbabile, come una muta effigie. Nella penombra della stanza le rughe sul suo volto si attenuarono e Publio rivide in quel momento la ragazza di cui si era innamorato in passato. Si sent in colpa pi che mai.
Ti ho delusa e mi dispiace tanto.
Un altro silenzio, ancor pi profondo, pi duro. Publio attendeva una risposta mentre recuperava il respiro. Le conversazioni precedenti lo avevano lasciato esausto. Ma Emilia non pareva avere intenzione di rispondere. Il console avvertiva ancor pi dolore di fronte a quella freddezza.
Sei stato discreto disse infine sua moglie, e il vecchio generale si sent sollevato. Sei stato discreto con quella schiava, e di questo ti ringrazio. Abbiamo gi abbastanza problemi a Roma, non era il caso di aggiungervi anche i pettegolezzi.
Non lo avevo programmato cominci a spiegarsi Publio, ed Emilia fu sul punto di interromperlo, ma il generale continu con il suo debole filo di voce e lei lo lasci fare. No, non voglio giustificarmi, solo raccontarti com' andata. Non lo avevo programmato, non lo stavo cercando. Ero malato e lontano da te, Annibale aveva nostro figlio, e io ero debole, stupido e approfittai di ci che lei poteva darmi. Avrei potuto lasciarla l, non portarla a Roma, ma non lo feci. Non cerco perdono, Emilia, per c' una cosa importante che... Fece un'altra pausa per recuperare fiato. Non  giusto che quella ragazza paghi ulteriormente per le debolezze di un vecchio magistrato. Non castigarla per aver soddisfatto le richieste di un vecchio. E termin con un amaro sorriso. Mi sono comportato proprio come uno dei vecchi Greci delle opere di Plauto.
Torn il silenzio. Le lampade a olio sfrigolavano negli angoli della stanza. Le fiamme si muovevano agitate da una leggera brezza che entrava da una delle finestre pi alte, lasciata aperta per ordine di Emilia. Le ombre tremolavano sul pavimento, sulle pareti, sul soffitto. Emilia prese un panno fresco dal tavolino accanto al letto e lo sostitu a quello ormai tiepido che il marito aveva sulla fronte.
Anche lei  stata discreta disse. Non sar lei a pagare per ci che  accaduto. E non aggiunse altro.
Publio non chiese chiarimenti. Emilia era sempre stata di poche parole. Se aveva detto che la giovane non avrebbe pagato per le sue colpe, Publio non aveva ragione di dubitarne. Avrebbe desiderato trovare una sistemazione a quella ragazza che gli aveva fatto cos bene negli ultimi anni della sua vita, e non perch gli avesse permesso di giacere con lei, cosa che avrebbe potuto fare qualunque schiava, ma perch lo aveva fatto con affetto, sincero o fasullo che fosse, ma con affetto. Purtroppo, nelle attuali circostanze, esiliato da Roma, malato, con una moglie indignata, era impossibile avere di pi. Per lo meno aveva ottenuto che Emilia non scaricasse la propria rabbia su Aret. Certamente non avrebbe potuto salutarla, ma comunque non aveva pi forze per un'altra conversazione.
Sto morendo, Emilia... spero di non averti deluso in tutto. I moribondi cercano sempre parole gentili quando si trovano alla fine del loro cammino in questo mondo, e le cercano anche tra coloro che hanno ferito. Ed Emilia non era una persona crudele.
Non sei stato un marito perfetto ma nemmeno il peggiore. Sei stato un buon padre, e il miglior generale di Roma. Hai onorato i nostri antenati, sconfitto i nemici di Roma ai confini del mondo e so che un tempo mi hai amato molto, lo so; conservo un buon ricordo di quel periodo e voglio continuare a conservarlo. Nessuno  perfetto. Anche io sono diventata pi fredda, con l'et, preoccupata per i figli a causa dei continui attacchi di Catone... Sei stato un buon marito, Publio, seppure con alcuni difetti, ma senza di te Roma non esisterebbe pi, nemmeno l'Italia n l'impero che dominiamo dal Tevere. Senza di te non esisterebbe il mondo cos com' oggi. Per questo Catone ti odia tanto. Vuole cancellarti dalla storia, ma non pu, perch per farlo dovrebbe cancellare le tue vittorie. Mi prender io cura della famiglia. Il giovane Publio non  il guerriero che tu sei stato, ma  comunque nobile, e le nostre due figlie sono in gamba, la maggiore discreta e la piccola Cornelia intrepida per leale, e la sua lealt ci aiuter in futuro. Andremo avanti, e faremo in modo che la famiglia continui a esistere.
Publio l'ascoltava mentre il sonno si impadroniva di lui. Era come se Emilia avesse ascoltato le conversazioni che lui aveva appena avuto con i suoi figli, e forse era stato proprio cos. Si rese conto che, nonostante il tempo, gli anni, la distanza, lui e la moglie continuavano a essere uniti pi che mai, ed erano giunti alle medesime conclusioni seppur per vie differenti. Le parole di Emilia lo accompagnarono mentre si addormentava.
Aret si sedette sul solium di fianco al suo padrone. Era calata la notte. Tutti si trovavano nell'atrio della casa, si udivano appena le loro voci sussurrate. Attendevano la fine. Poco prima la signora era entrata nella sua stanza in fondo alla cucina. Aret era mezza nuda, indossava solo la tunica da notte. La signora, invece, era come sempre elegantemente vestita, con la sua stola immacolata e dalle lunghe maniche, coperta da una palla, come al solito altezzosa, perfino in quel momento, con il padrone a un passo dalla morte. Emilia si era seduta su una sella che si trovava accanto alla porta che dava accesso alla cucina.
Sono stanca, Aret, come lo siamo tutti aveva cominciato a dirle. Desidero che tu mi sostituisca al capezzale di mio marito. Te ne sei gi presa cura in passato, mentre era in preda alle stesse febbri, quindi sai cosa fare. Domani all'alba verr a darti il cambio.
Aret si era quindi alzata, con le braccia incrociate sul petto nudo. Non aveva nemmeno avuto il tempo di rispondere perch la signora, senza attendere una replica, era gi scomparsa. Era la prima volta che tornava a rivolgersi direttamente a lei, dopo quella sua famosa richiesta di evitare al marito di recarsi in Senato, anni prima. Si era vestita velocemente, era uscita dalla propria stanza e aveva superato la cucina in direzione dell'atrio. Nessuno le aveva impedito di attraversare l'ampio patio dove, sotto un manto di stelle, si erano riuniti tutti i familiari di colui che veniva considerato il pi grande generale di Roma. Per lei quell'uomo era stato colui che l'aveva sottratta all'obbligo di continuare a soddisfare i molti uomini che pagavano per ottenere i suoi servizi sulle coste dell'Asia. Lei non ne sapeva nulla di guerre, ma naturalmente sapeva che quell'uomo che aveva passato con lei intere notti era uno dei pi potenti di quell'immenso impero che chiamavano Roma. Sua moglie si era sempre mantenuta distante da lei, perch ora le chiedeva di assisterlo, proprio quando lui stava per morire? Perch non chiederlo a una delle figlie?
Aret, nervosa, spaventata, temendo un'imboscata, il carcere, il castigo o chiss che altro, era entrata nella stanza da letto del suo padrone vigilata da Laerte. L'atriense, come sempre, l'aveva guardata con desiderio, n osceno n offensivo, per evidente. E Aret, come al solito, aveva finto di non accorgersene.
All'interno della stanza c'erano solo ombre, le fiamme vibravano nelle lampade, si udivano solo i mormorii provenienti da fuori e il respiro rauco del padrone. Aret si sedette sul solium. Il sedile era ancora caldo. Forse il generale non si sarebbe pi risvegliato. Gli sostitu il panno sulla fronte con uno fresco e gliene mise altri sulle braccia nude, ancora robuste ma pi magre. Quell'implacabile febbre aveva esaurito tutta l'energia del generale. Aret si alz, scost le coperte e appoggi dei panni freschi anche sulle gambe, per abbassare la febbre, come gli aveva insegnato il medico Attilio in Asia. Sicuramente non c'era nulla da fare per restituire la vita al padrone, ma forse poteva riuscire ad alleviargli un poco di sofferenza durante le sue ultime ore, una misera consolazione.
Aret cominci a piangere in silenzio. Nel profondo della propria anima si rese conto che, in un qualche modo, aveva amato quell'uomo.
Emilia...?
Il padrone si stava svegliando. Aret si asciug rapidamente le lacrime con il dorso della mano.
Sono Aret, mio signore. La padrona mi ha ordinato di controllare che la febbre non si alzi. Sono Aret, mio signore.
Aret...?
Publio dischiuse gli occhi. S, l davanti a lui c'era la sua bellissima, giovane amante. Era un sogno, il delirio finale prima dell'ultimo viaggio, o un regalo di sua moglie?
Sei davvero tu...?
S, mio signore, per il generale non deve parlare.  troppo debole. Deve riposare e dormire.
Publio sorrise e, sollevando leggermente la mano, tocc il polso della giovane. Quella pelle, cos delicata, morbida, soave, quel polso vitale, colmo di sangue che batteva...
Sei tu, senza dubbio. E tacque, ma Aret not che sorrideva mentre ricadeva nel sonno.
La ragazza si avvicin al viso del generale per sentire la sua lieve respirazione. L'ex console era molto debole per era vivo, di nuovo addormentato. Non pot trattenersi e lo baci piano sulla bocca, dolcemente. Publio Cornelio Scipione rimase placidamente addormentato. Aret torn a sedersi sul solium.
Una porta che dava accesso all'altra stanza parve richiudersi mossa dal vento. La ragazza si reclin sullo schienale della poltrona e rest l, a vegliare il corpo moribondo del generale di Roma, finch anche lei non si addorment.
Nel mezzo della notte, Publio Cornelio Scipione apr gli occhi.
Nella tenue luce delle lampade vide la bella Aret addormentata al suo fianco. Il generale, seppur con difficolt, riusc a sollevarsi. Non gli restavano molte forze. Si alz in silenzio e, scalzo, per non fare rumore, raggiunse il tavolo sotto la finestra. Apr un piccolo scrigno con una minuscola chiave che portava legata al collo ed estrasse alcuni rotoli dall'interno. Si sedette sulla sella e con uno stilus che bagn d'inchiostro nero scrisse alcune righe. Le sue ultime parole, nulla di epico, solo gli ultimi pensieri di qualcuno che sta per morire, e si sent meglio dopo averlo fatto. Poi, con meticolosit, soffi sul testo per farlo seccare.
Attese un istante guardando la luna dalla finestra semiaperta. Pieg il foglio e lo deposit all'interno dello scrigno. Restava solo una scheda vuota. Su di essa annot due parole.
Per Lelio.
Sistem la nota sotto lo scrigno per evitare che potesse volar via con la corrente. Sospir. Con ancor maggiore difficolt torn a letto. Si sedette, si distese su un fianco e infine si volt a pancia in su.
Aret dormiva il sonno profondo dei giovani. Publio, invece, faticava a respirare, sentiva freddo, per aveva smesso di sudare. La cosa gli parve strana ma lasci perdere e tent di dormire. Si gett addosso la coperta e cerc di rilassarsi. Dopo pochi istanti cadde in un leggero torpore, tra la veglia e il sonno.
La coperta adagiata sul corpo sfinito di Publio Cornelio Scipione si muoveva lentamente su e gi, indicando la debole respirazione dell'ex console. Su e gi. Su e gi.
Su.
Gi.
Gi.
Immobile.

62. LA VITTORIA DI CATONE.
Roma
Gennaio del 183 a.C.

La notizia della morte di Scipione giunse a Roma come trasportata dal vento. Era un pomeriggio plumbeo, le nuvole solcavano veloci il cielo anticipando una grande tempesta. Non era pi orario per eventi pubblici o privati nel Foro, tuttavia il centro della citt era gremito. Nessuno riusciva a credere all'inimmaginabile, che fosse morto il leggendario Africanus.
 morto?
Per Castore e Polluce!
Ma  vero?
Le persone condividevano la sorpresa, lo scetticismo, ma altri messaggi di conferma pervenivano dal Sud di Roma. Tutte le famiglie che avevano avuto un rappresentante presente al funerale che si era celebrato a Liternum avevano ricevuto messaggeri alle rispettive residenze, e in ognuna di quelle case giungevano altri familiari o amici a testimoniare ci che era accaduto, ci di cui tutti parlavano.
In breve, col calare del buio anticipato dal temporale che stava per scoppiare su Roma, il popolo pass dal dubbio e dalla sorpresa al lamento e al timore. Roma era potente, s, ma grazie a uomini come l'Africano, che ora non era pi l a proteggerli. Alcuni sostenevano che anche Annibale fosse morto, ma le notizie che arrivavano dall'Asia erano confuse. Altri dicevano che fosse fuggito, altri ancora che si fosse rinchiuso in una fortezza assediata da Flaminino e le sue truppe, infine che lo stesso Flaminino fosse morto in combattimento. Tutti avevano sempre temuto che il Cartaginese tornasse dall'Oriente con un nuovo esercito, ma fino a quel momento sapevano che Publio Cornelio Scipione avrebbe potuto accorrere in loro aiuto anche se il Senato lo aveva condannato all'esilio, perfino in quella situazione erano stati certi che l'Africano sarebbe tornato per difenderli. Ma ora, da morto, tutto ci era impossibile. Nessuno, nemmeno chi aveva vinto contro tutto e tutti, poteva tornare dal regno dei morti.
Che ne sarebbe stato di loro? Erano rimasti Flaminino, se era sopravvissuto, o Catone, o Regillo, o altri generali che avevano ottenuto grandi vittorie e meritato entrate trionfali a Roma, ma non c'era nessuno come l'Africanus. Publio Cornelio Scipione era insostituibile, irripetibile; nessuno, nemmeno suo fratello Lucio, nemmeno i suoi avversari Catone o Gracco, potevano anche solo rappresentare l'ombra di ci che lui era stato. Che ne sarebbe stato di loro?
All'improvviso, mentre la paura dell'ignoto li avvolgeva, decine di migliaia di cittadini di Roma provarono disgusto per loro stessi, vergogna, pentimento. Quell'uomo, al quale dovevano tutto, che li aveva protetti per anni, loro lo avevano abbandonato, permettendo che venisse accusato ed esiliato da Roma. Dalla vergogna passarono alla disperazione pi grande che si potesse provare nei confronti di qualcuno che non era n un familiare n un amico, e allora, solo allora, mentre calava la notte e il cielo stava per aprirsi per lasciar cadere la pioggia, apparirono le lacrime, un inesorabile pianto generale che si diffuse per tutta la citt.
La gente cominci a scendere per la Via Nomentana dal Quirinale, per la Via Tiburtina Vetus dal monte Viminale, per la Via Labicana dal Monte Esquilino, dalla Via Tusculana e poi dalla Via Sacra dal Monte Celio e dal Vicus Tuscus, migliaia di cittadini dal Palatino e dall'Aventino, confluendo da tutte quelle colline fino ai piedi del Campidoglio, il monte centrale di Roma, dove si ergeva il Foro della citt. Si cre un'incomparabile fiumana di persone che, a poco a poco, cominci ad accendere le torce, prima una timida decina presso il Foro, poi migliaia, decine di migliaia, lungo tutte le arterie della citt, come negli umili funerali che solitamente si celebravano per coloro che non possedevano imagines maiorum da esibire, quando i familiari si limitavano a far passare il corpo del defunto lungo una fila di torce accese. Con la differenza che le torce non erano poche decine, ma migliaia e migliaia, e ardevano illuminando quella triste notte.
Il funerale di Scipione si era dovuto tenere, per colpa di quel disgraziato esilio, fuori da Roma, e i Romani non avevano un corpo su cui piangere, n immagini da guardare, n cerimonie ufficiali alle quali assistere, cos tutto sorse in maniera improvvisata, le innumerevoli torce, e poi le visite ai templi di Roma, con le offerte in onore di Scipione, i sacrifici di centinaia di animali, il pianto continuo delle donne.
Catone usc di casa protetto da un nutrito gruppo di guardie delle legiones urbanae inviate dal praetor urbanus, che si erano presentate nel bel mezzo di quel travolgente lutto generale con un breve messaggio in una tavoletta: Ti suggerisco di passare la notte fuori Roma. Catone aveva scagliato la tavoletta contro la parete dell'atrio, furioso.
Come pu Scipione, anche da morto, esiliato e deceduto, obbligarmi a lasciare Roma?
Tuttavia dalla porta principale della casa rimasta aperta si udiva il tumulto della folla che si radunava per le strade.
Si diresse verso l'uscio e i soldati si fecero da parte per lasciarlo passare. Il senatore non poteva credere ai suoi occhi: torce accese, pianti, animali trascinati da cittadini agitati, pronti a sacrificarli come se la vita dipendesse da quello, migliaia di donne che singhiozzavano o gemevano senza controllo, cittadini di ogni classe sociale che sembravano aver perduto la ragione, schiavi, liberti, patrizi, strozzini, pescatori, mercanti, prostitute, artigiani, panettieri, soldati, veterani di guerra con le loro torques e falerae in vista, perfino qualche triumviro e legionario con indosso le uniformi splendenti.
Ma che sta succedendo? domand il senatore e censore di Roma all'ufficiale dei legionari inviati dal pretore.
 per la morte di Scipione. La popolazione  impazzita. Vagano per le strade con le torce accese, come se fossero perduti, e tutti piangono il generale.
Il generale. Il legionario aveva usato l'articolo il, come se a Roma non ci fosse stato che lui, l'unico generale, il migliore, il maledetto Scipione. Catone ricord il messaggio del praetor urbanus: Ti suggerisco di passare la notte fuori Roma.
Svelto, disse allora andiamocene di qui. E senza nemmeno perdere tempo a cambiarsi d'abito, con indosso la sola tunica e limitandosi a raccogliere una daga dal tablinum, attravers la porta e seguito da una ventina di legionari di scorta s'incammin lungo la strada.
Quella notte Marco Porcio Catone attravers le strade di Roma come se fosse un bandito catturato dai soldati. Per lo meno questa fu l'idea che si fecero coloro che lo videro, e lui non fece nulla per far credere il contrario. Di fatto il suo atteggiamento, con lo sguardo basso, umile, quasi colpevole, confermava l'opinione della gente che osservava quello strano gruppo che camminava in direzione contraria a tutti gli altri, verso le prigioni. Tutti credettero che si trattasse di un rinnegato che avrebbe pagato con la morte il suo tradimento.
In questo modo Marco Porcio Catone riusc a lasciare Roma quella notte stessa e a salire su una quadriga che lo attendeva presso la Porta Carmenta e che lo avrebbe rapidamente condotto alla sua villa fuori citt, dove sarebbe rimasto rinchiuso una settimana insieme alla sua famiglia. Per fortuna la moglie e il figlio erano gi l, dato che la donna non aveva mai sopportato la confusione di Roma e abbandonava malvolentieri la campagna, con grande comprensione del marito.
Un attimo prima di salire sulla quadriga, le grosse nubi che per tanto tempo si erano trattenute si squarciarono di colpo scaraventando su Roma una pioggia inclemente che per non ferm nessuno dei cittadini. Le strade rimasero gremite e, incredibilmente, come si trattasse di un segno che molti interpretarono come divino, le torce continuarono ad ardere anche sotto quell'acqua che pareva voler inondare ogni cosa.
Sono gli di che piangono! grid un legionario nel Foro, e la sua invocazione si ripet di strada in strada fino a che tutti quanti si ritrovarono a guardare il cielo convincendosi che gli di di Roma si dolessero per la scomparsa dell'uomo che pi di ogni altro li aveva onorati con le proprie imprese.
Marco Porcio Catone diresse la quadriga in mezzo a quella violenta tempesta digrignando i denti e senza voltarsi indietro.
Lo dimenticheranno! continuava a gridare. Lo dimenticheranno tutti! Far in modo che lo dimentichino! Che di lui non resti nemmeno il ricordo! Lo dimenticheranno!

63. L'IMBRUNIRE A LITERNUM.
Liternum
Gennaio del 183 a.C.

Emilia camminava silenziosa tra gli alberi. Erano passati dieci giorni da quando avevano seppellito Publio. Il giorno prima aveva visitato la tomba del marito e cos come prevedeva la tradizione romana aveva celebrato altri sacrifici e offerte accanto al sepolcro e organizzato un nuovo banchetto al quale aveva partecipato la maggior parte di coloro che avevano presenziato anche al funerale, per dimostrare l'appoggio alla famiglia. Alcuni non avevano neppure lasciato la casa di Liternum, come il buon vecchio Lelio, che ci aveva messo due giorni a riprendersi da una sbronza che si era protratta per ben cinque giorni.
Dopo l'ultimo silicernium, era venuto il momento di assegnare l'eredit, e il giovane Publio era stato eletto nuovo pater familias. Il ragazzo si era dimostrato degno e aveva promesso con assoluta convinzione di ritornare a Roma per fare in modo, attraverso il Senato, che la famiglia recuperasse la posizione che meritava sulla base degli innumerevoli servigi prestati allo Stato per generazioni. Sua madre era scettica al riguardo, considerando il controllo di Catone presso la Curia, per era stato proprio Publio a insistere perch il figlio realizzasse quell'obiettivo.
Emilia raggiunse la solitaria tomba del marito, situata vicino alla strada che conduceva alla lontana Roma. Si ferm un istante e lesse l'epitaffio.
STTL1
Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes.
[Patria ingrata, non avrai le mie ossa.]
Non c'era miglior forma che riassumesse l'opinione di tutti. Si volt e s'incammin verso casa, immersa nei suoi pensieri.
Dopo la piccola Cornelia, anche i suoi fratelli erano tornati a Roma. La figlia maggiore doveva raggiungere la propria famiglia politica e il giovane Publio prendere il posto del padre in Senato. L'esilio stabilito dal Senato riguardava infatti solamente Publio Cornelio Scipione padre, non il figlio n il resto della famiglia, questione che Tiberio Sempronio Gracco si era preoccupato di chiarire di fronte ai patres conscripti.
Emilia, durante il suo lento ritorno, si sedette sotto un albero, senza poter sapere che si trattava dello stesso albero sotto il quale Publio si era rifugiato durante la sua ultima passeggiata nel bosco di Liternum. Era dubbiosa sul da farsi, se ritornare a Roma insieme ai figli o restare in esilio per onorare il ricordo del marito. Si sentiva pi propensa ad accettare quest'ultima condizione quando un pensiero le attravers la mente: Catone odiava gli Scipioni e gli Emilio-Paoli, e con la sua vittoria in Senato era riuscito a ottenere l'esilio di Publio, ma ora, morto suo marito, con il rientro dei figli del generale la sua rabbia sarebbe tornata a consumargli le viscere. Avrebbe interpretato quella situazione come la rinascita del nemico che credeva abbattuto per sempre. Se anche Emilia fosse tornata a Roma, se avesse ripreso a passeggiare per il Foro della citt, a recarsi alle tabernae novae e veteres, a comprare verdure al Macellum, carne al Foro Boario, se si fosse recata al Clivus Victoriae e quindi a offrire offerte al Tempio di Vesta, tutto ci avrebbe significato gettare sale sulla ferita ancora aperta e mai cicatrizzata dell'eterna invidia di Catone. Emilia assent mentre si rialzava. Non poteva fare molto, ma raschiare le viscere dell'eterno odio di Catone nei confronti della sua famiglia le avrebbe donato un grande sollievo, poich dopo Publio era lei ad aver maggiormente sofferto l'obbligato e umiliante allontanamento da quella citt, Roma, che era stata e continuava a essere tutto per lei. Per di pi, era convinta che se non fosse stato per l'astio di Catone, se Publio non fosse stato accusato da lui, tra loro non si sarebbe creata quella distanza che li aveva cos tanto allontanati negli ultimi anni. Gi, Emilia non poteva evitare di ritenere Catone il primo responsabile dell'infelicit coniugale degli ultimi anni: quell'uomo aveva provocato suo marito fino a portarlo alla completa rovina. S, sarebbe tornata a Roma. Per, prima di abbandonare Liternum, c'era una faccenda che doveva risolvere. Una questione personale.
Al mezzod del giorno seguente Aret entr esitante nell'atrio della domus di Liternum. L, al centro, accanto all'impluvium, seduta sul grande solium, c'era la persona che la giovane schiava pi temeva in quella casa. La luce del giorno cadeva perpendicolarmente sulla figura di Emilia Terzia, accomodata su quella poltrona, e anche se l'inverno aveva raffreddato l'atrio lei si sentiva bene sotto il calore del sole. Aret le si avvicin con lo sguardo basso. Attendeva una condanna. Temeva di tutto: il dolore, il castigo fisico, le frustate; di essere nuovamente venduta, cosa molto pi probabile di una semplice punizione; aveva paura di morire. La vita l'aveva portata lungo strade inaspettate, non aveva idea di cosa il destino avesse in serbo per lei. Ora pi che mai si rendeva conto della pace e della tranquillit di cui aveva goduto da quando aveva incontrato il generale. Durante tutti gli anni della loro relazione aveva ricevuto un solo schiaffo. Qualunque altro schiavo lo avrebbe considerato una benedizione. E la padrona si era tenuta ai margini per tutto quel tempo. Di sicuro i suoi bagni nell'aceto avevano aiutato a evitare che rimanesse incinta, o forse anche la malattia del padrone aveva influito. In ogni caso, era stata una fortuna. Un figlio avrebbe complicato tutto.
Aret era turbata: gi da tempo riteneva che la sua discrezione non sarebbe bastata a contenere l'animo adirato di una patrizia romana costretta a essere testimone dell'infedelt del marito, giorno dopo giorno, notte dopo notte.
Inginocchiati, schiava.
Aret ud la voce della padrona, e tutti quei pensieri svanirono di colpo mentre appoggiava le ginocchia sulla fredda pietra dell'atrio e con una mano stringeva la piccola immagine del dio Eshmun che portava al collo. Chiuse gli occhi e in silenzio implor il dio che sempre l'aveva protetta di non abbandonarla nel momento peggiore.
Emilia Terzia la guardava come chi osserva un animale curioso. Poi port la sua mano rugosa per gli anni e sciupata dagli ultimi accadimenti della vita sotto il mento della ragazza e la costrinse a sollevare il viso. Aret la lasci fare, arrendevole, ma rivolse lo sguardo da un'altra parte.
Emilia ammir il contorno gentile delle guance, leggermente abbronzate dal sole, le labbra carnose, gli occhi che guardavano altrove, grandi, scuri, profondi, circondati da lunghe ciglia, e intanto, con le sue dita rovinate, percepiva la morbidezza della pelle. Quella era, senza dubbio, una bellissima donna. Per lo meno suo marito aveva avuto la decenza di sceglierla bella. In caso contrario, per lei sarebbe stato ancora pi umiliante.
Non osi guardarmi? domand ritirando la mano e permettendo che la schiava abbassasse di nuovo la testa.
Non voglio offendere la mia signora.
La risposta di Aret era stata umile ma intrepida. Non lo aveva ammesso per timore, ma la ragione esposta piacque alla padrona. Emilia Terzia riflett. Forse quella schiava era anche intelligente? Le venne in mente Netikerty, la schiava egizia di Gaio Lelio: anche lei bellissima, docile solo in apparenza, era risultata astuta e abile oltre l'immaginabile. Forse Aret era come Netikerty?
Sai, all'inizio pensavo che ti avrei fatto uccidere alla prima occasione disse. Aret deglut senza sollevare lo sguardo dalle lastre del pavimento. Poi che nemmeno questo mi sarebbe bastato. Che prima avrei dovuto torturarti. Che ne pensi, Aret? Mi interessa conoscere la tua opinione.
Aret era pietrificata dalla paura. Parl senza alzare lo sguardo, ma la sua voce usc sorprendentemente chiara e con un tono soave e gentile. Emilia, nell'ascoltarla, si rese conto di non essersi mai fermata ad apprezzare la dolcezza di quella voce. Sembrava quella di una sirena.
Sono consapevole del fatto che le mie azioni hanno offeso la mia padrona oltre l'immaginabile. Posso solo dire che in tutti questi anni al servizio della mia signora io non ho mai scelto di...
Non osare nominare mio marito. Emilia si alz indignata, sul punto di colpire la schiava. Non osare nominarlo in mia presenza.
No, signora rispose Aret, e tacque.
Per alcuni istanti si ud solo il canto degli uccelli che si riparavano dal freddo sugli alberi intorno alla domus. Emilia torn a sedersi. Si sentiva a disagio. Quello che la ragazza stava per dire era la verit, per quella verit era talmente penosa... S, Aret giaceva con suo marito perch era lui a richiederlo. Sospir un paio di volte, per ritrovare un po' di calma. Doveva fare la cosa giusta, non importava quanto sarebbe stato doloroso.
Mio marito mi ha chiesto di non castigarti disse a voce bassissima, come fosse un suono portato dal vento.
Aret, per la prima volta, sollev la testa e guard per un istante la sua padrona, per incontr solo un'occhiata gelida, quindi torn ad abbassare lo sguardo senza dire nulla.
Emilia continu a parlare, lentamente, con un filo di voce, come fosse sola.
Saremo costretti a ridurre le spese. Il funerale di mio marito  costato molto, le entrate sono alquanto diminuite, soprattutto dopo che Lucio ha dovuto far fronte ai pagamenti che il Senato ha richiesto per la campagna in Asia. Non possiamo pi permetterci di mantenere due residenze. Chiuderemo questa casa. Ho liberato Laerte questa stessa mattina. Cos voleva mio marito. E gli ho anche fornito un'importante quantit di denaro perch possa comprare del terreno in Campania e vivere bene. Se l' guadagnato. Non lo ringrazier mai abbastanza per aver protetto Cornelia Minore quella volta, presso il Foro Boario. Abbiamo liberato qualche altro schiavo, mentre i restanti li porteremo a Roma. Ma che ne far di te, Aret? Cosa debbo fare di te?
Posso lavorare nelle cucine e giuro che la mia signora non mi vedr mai. Mi nasconder sempre. Sar come se non esistessi, mia signora.
Nella voce della giovane era implicita una supplica, ma Emilia scosse la testa.
No. Il solo fatto di sapere che dormi sotto il mio stesso tetto mi rivolterebbe le viscere.
Aret tacque. Non sapeva cos'altro suggerire. Non le restava che implorare la sua signora e pregare per la sua stessa vita. Improvvisamente arriv una domanda inaspettata.
Che cos' quello? domand Emilia con curiosit indicando il piccolo amuleto che lei portava al collo e che chiudeva stretto tra le dita della mano.
 un'immagine di Eshmun, il mio dio rispose Aret spaventata e nervosa.
Fammi vedere. Emilia allung il braccio aprendo il palmo della mano.
La ragazza esit un istante, ma non era il momento di pensare alle superstizioni. Non si era mai levata l'amuleto da quando era bambina. Lo indossava anche quando faceva il bagno, quando giaceva con il padrone, quando dormiva. Solo il padrone glielo aveva strappato di dosso, una volta, e lei lo aveva rimesso immediatamente. Ma in quel momento non sarebbe stato intelligente negare qualcosa alla sua signora. Aret pens che quella era la maniera scelta dagli di per farle capire che la stavano abbandonando. Sciolse il sottile laccio di cuoio e deposit la piccola figura del dio sul palmo aperto della padrona.
Emilia strinse le dita appassite intorno all'amuleto, poi chiuse gli occhi. Con sua sorpresa, avvert una strana pace interiore.
Credi in questo dio? Lo preghi spesso?
Tutti i giorni, mia signora. S, credo in lui. Mi ha sempre protetto.
Emilia riapr gli occhi, osserv con attenzione l'immagine del dio e torn ad allungare il braccio verso la schiava.
 tuo. Riprendilo.
Aret recuper il suo ciondolo e lo leg rapidamente al collo.
Ti hanno comprata afferm Emilia con rinnovata seriet e freddezza.
Aret non os domandare chi sarebbe stato il suo nuovo padrone. Era contenta di sapere che non sarebbe morta, per Emilia decise di chiarire le circostanze della sua vendita.
Laerte mi ha offerto tutto il denaro che gli avevo concesso per i suoi servizi di tutti questi anni, lo ha offerto in cambio della tua vita.  evidente l'effetto che hai sugli uomini che ti circondano, Aret, come il fatto che gli di ti proteggono. Naturalmente ho rifiutato di accettare il denaro di Laerte. Non voglio nulla che possa provenire da te. Se Laerte ti vuole, sarai sua in cambio di nulla. Questo  il mio prezzo. Ora sei la sua schiava. Ho messo tutto per iscritto. Ha lui i documenti. Questo  tutto. Ora alzati. Esci di qui e non attraversare mai pi il mio cammino. Con un po' di fortuna riuscir a dimenticarti, un giorno.
La ragazza si alz lentamente. Emilia not che voleva aggiungere qualcosa ma la interruppe subito.
Non voglio pi udire la tua voce. Esci di qui prima che cambi idea. Se vuoi fare qualcosa per me prega il tuo dio, che sembra avere tanto potere, affinch cancelli la tua immagine dalla mia memoria, e cos la tua voce, la tua vita intera. Pregalo che un giorno io possa addormentarmi senza pi il tuo ricordo, come se tu fossi stata solo un brutto sogno.
Aret annu. S'inchin davanti alla matrona romana e, cauta, come temendo che perfino i suoi passi potessero riaccendere il rancore nel cuore della padrona, abbandon l'atrio andando verso un nuovo e sconosciuto destino, ora in mano a un altro uomo. L'immagine nitida degli sguardi intensi di Laerte le attravers la mente, era sicura che sarebbe stata felice con quell'uomo che era stato disposto a cedere tutto ci che possedeva per averla. Avevano sempre parlato poco tra loro, ma se c'era qualcosa che Aret sapeva riconoscere era il coraggio, o al contrario la debolezza, di un uomo. E Laerte era un compendio di virt: forte ma non violento, aveva sempre obbedito in maniera intelligente agli ordini del padrone, senza mai abbassarsi all'adulazione. Laerte la desiderava, come molti altri uomini, ma Aret sapeva che il desiderio soddisfatto di un uomo buono generava un enorme riconoscimento. Eshmun, cos come aveva detto la padrona, per qualche strana ragione, forse grazie alla forza delle preghiere di suo padre, continuava a proteggerla.
Tornata nella sua umile stanza, Aret s'inginocchi, chiuse gli occhi, strinse forte il ciondolo nella mano e mormor alcune parole rivolte al suo dio e agli spiriti di coloro che se n'erano andati.
Grazie, Eshmun. Grazie, padre.
1. Abbreviatura spesso presente sulle tombe romane dell'epoca e che riassume la seguente frase: Sit tibi terra levis [Che ti sia lieve la terra].

64. UNA RICHIESTA A CORNELIA.
Roma
Febbraio del 183 a.C.

Cornelia osservava il piccolo Lelio di appena cinque anni. Il bambino stava in piedi a un passo dal padre, anche se lei intuiva che avrebbe voluto stargli pi vicino, forse perfino nascondersi dietro le sue gambe, ma che sapendo cosa ci si aspettava da lui volesse dimostrare la propria forza. Per era solamente un bambino. Cornelia sorrise. Nel suo ventre stava crescendo una nuova vita e non poteva evitare di nutrire una forte empatia nei confronti di quel piccolo.
Sar solo per qualche mese disse Galio Lelio con convinzione.
Cornelia s'inginocchi e appoggi delicatamente il palmo destro sulla guancia del piccolo, che non aveva mai sentito un tocco cos dolce. Solo la domestica lo accarezzava ed era gentile con lui, per aveva le mani ruvide e screpolate per tutti gli anni passati a lavorare in cucina al servizio di suo padre. La pelle di quella donna, invece, era talmente morbida che lui rest immobile. Cornelia comprese che il piccolo si sentiva solo. La madre era morta nel darlo alla luce. Eppure la sua mente di matrona romana la obbligava a essere razionale. Le cose dovevano essere fatte bene.
Sei sicuro che voglia restare qui, Lelio? domand rialzandosi, con grande rammarico del bambino.
Gaio Lelio annu.
Tua madre non  ancora tornata si spieg l'ufficiale veterano e non so come e quando lo far. Non posso rimandare questo viaggio. Questa  la casa pi sicura per mio figlio. So che qui star bene, se accetterai di prenderti cura di lui per qualche mese... Poi pens che Cornelia avesse dei motivi per non accettare. Certo, non ci avevo pensato, che stupido... sempre che questo non dispiaccia a tuo marito. Forse Gracco non sarebbe d'accordo. Se  cos...
Chi ha pronunciato il mio nome? disse Gracco entrando nel vestibolo. Era appena tornato dal Senato e si sorprese non tanto che sua moglie avesse una visita ma che il pi fedele amico di Scipione si fosse recato nella sua domus.
Cornelia fece cenno a uno schiavo di aiutare Gracco a togliersi la toga in modo che stesse pi comodo, quindi riassunse per lui la situazione.
Gaio Lelio deve lasciare Roma per alcuni mesi e mi ha pregato di tenere suo figlio.
Tiberio Sempronio Gracco, levatosi di dosso la toga, si sedette di fronte a Lelio e a suo figlio.
E che cosa hai risposto? domand alla moglie.
Gli ho detto di s ment abilmente la giovane Cornelia, anche se in realt non aveva ancora accettato.
Lelio fece per parlare, per spiegare che non voleva infastidire nessuno, e che se Gracco non fosse stato d'accordo avrebbe cercato una soluzione alternativa anche se quel viaggio sarebbe stato molto lungo, inadatto a un bambino cos piccolo, ma l'altro lo prevenne.
Se mia moglie ha dato la sua parola, allora onoreremo la parola della matrona della famiglia. Da parte mia non ho problemi, per vorrei sapere... Lelio guard Gracco mostrandogli che era pronto a rispondere ...perch Gaio Lelio ha scelto questa casa e non un altro luogo.
In questo momento questa  la casa pi sicura dal pericolo rappresentato da Catone. Se mio figlio rester qui, sono convinto che sar ben protetto.
Tiberio Sempronio Gracco lo guard intensamente reclinandosi sul suo triclinium, e all'improvviso avvert che qualcosa lo univa a quell'uomo che gli stava affidando nientemeno che il proprio primogenito; tuttavia, nonostante l'intuizione, non riusciva a comprendere cosa fosse. Entrambi erano stati attaccati dai sicari di Catone, per l'attacco ai suoi danni era rimasto segreto, mentre pochissimi conoscevano le peripezie di Lelio.
Questo viaggio... continu Gracco. Devi andare molto lontano?
Lontano, s rispose Lelio evitando spiegazioni.
Gracco comprese che non avrebbe ottenuto alcuna informazione sulla destinazione di quel viaggio, ma la curiosit era troppo grande.
Dev'essere un viaggio importante per costringerti ad assentarti da Roma per tanto tempo e lasciare tuo figlio in custodia ad altri.
Lelio rispose con decisione ma con un tono conciliante.
Il viaggio  importante e sono obbligato a farlo, per non lascio mio figlio in mano a una persona qualunque.
D'accordo, Gaio Lelio. Come ha detto mia moglie, ci prenderemo cura di tuo figlio come se fosse nostro. Nessuno oser fargli del male o dovr vedersela con me.
Gaio Lelio tir un sospiro di sollievo. S'inginocchi e appoggi una mano sulla spalla del piccolo. Cornelia assisteva alla scena provando commozione e un poco di tristezza. Quel bambino non aveva ricevuto abbastanza affetto nella sua vita, ma era evidente che suo padre si preoccupava molto per lui.
Starai bene in questa casa. Fai tutto quello che ti dicono, non farmi vergognare, e prima del prossimo inverno ci rivedremo, d'accordo, figliolo?
S, padre.
Gaio Lelio si alz, salut Gracco e Cornelia e lasci il vestibolo dopo aver augurato loro la protezione degli di.
Il bambino rest in piedi senza sapere che fare. Cornelia si sedette allora su una sella e gli offr un'oliva presa da un enorme cesto colmo di frutta, formaggio e pane che uno schiavo aveva appena portato.
Hai fame, giovane Lelio? gli disse dolcemente.
Il bambino annu e senza esitare afferr l'oliva, se la port alla bocca e desider che quella donna tanto amabile lo accarezzasse di nuovo.
Dove  diretto Lelio? domand Gracco prendendo un pezzo di formaggio dal cesto.
Non lo so, ma ho il presentimento che stia seguendo un'istruzione di mio padre.
Gracco masticava lentamente.
Lo penso anch'io conferm, e si ferm a riflettere. Scipione era morto, Catone doveva tenere fede al patto col Senato. La rivalit tra i due era terminata. Ora erano ben altri i problemi dello Stato. I confini in Grecia e Hispania, per esempio. Era possibile che Lelio stesse eseguendo qualche ordine di Scipione, ma doveva trattarsi di qualcosa di privato e, nonostante Gracco non potesse evitare di provare diffidenza nei confronti del defunto suocero, prefer lasciar perdere e concentrarsi sul cibo, sulla gradevole compagnia di sua moglie e sulla disciplinata presenza di quel bambino che gli ricordava che presto anche lui sarebbe divenuto padre.

65. L'ULTIMA RAPPRESENTAZIONE.
Marzo del 183 a.C.

Gaio Lelio era appena uscito. Avrebbe lasciato Roma per un lungo periodo. Era venuto a ringraziarlo per come aveva agito durante quella terribile notte, quando Gracco lo aveva mandato a casa degli Scipioni a riferire il suo complesso piano. Plauto rest a osservare lo stretto vestibolo della propria modesta casa sull'Aventino. Era convinto che quell'ex console non fosse un uomo abituato a ringraziare chiunque, men che meno un povero scrittore. Lelio era senz'altro convinto che il patto avesse evitato molte morti, forse perfino la fine della famiglia degli Scipioni. Altrimenti non sarebbe mai andato a fargli visita. E ora anche il pi grande amico di Publio Cornelio Scipione lasciava Roma. Sperava che fosse solo per un periodo limitato, come gli aveva detto.
La loro citt stava diventando ogni giorno di pi la Roma di Catone, e se fosse stato per il censore non sarebbe rimasto un solo teatro in tutta la capitale, in tutta l'Italia, in alcuna regione da loro governata. Gli ultimi cambiamenti lo avevano preoccupato. Plauto non si era mai interessato alla politica, per adesso la politica lo toccava direttamente. La sua ultima opera, Casina, era stata un successo tra il pubblico ed era stata rappresentata in varie occasioni a Roma e anche a Liternum, di fronte a uno Scipione che si era addormentato, da quanto gli avevano riferito, ma che aveva apprezzato lo spettacolo fino a che la febbre glielo aveva permesso.
Plauto sospir. Il popolo desiderava un'altra opera. Il popolo era l'unico che poteva salvarlo. I cittadini di Roma si erano affezionati tanto al teatro che Catone, anche se aveva potuto mandare in esilio il migliore dei loro concittadini, non aveva ancora osato proibire le rappresentazioni teatrali. Pur tuttavia aveva vietato le festivit in onore di Bacco. Era solo questione di tempo. O forse chiss, la situazione sarebbe cambiata e gli Scipioni avrebbero ripreso il controllo della citt insieme ad altre famiglie pi tolleranti nei confronti delle opere ellenistiche. Ma lui non poteva saperlo, non era un ugure e nemmeno credeva troppo negli di. Era stato maltrattato durante tutta la sua vita, e solo dopo che li aveva affrontati, dopo mille penurie, era arrivato il successo. Era questo che gli di volevano, essere sfidati? Forse premiavano solo il coraggio?
Tito Maccio Plauto si alz dalla sella e si diresse al tablinum in cui lavorava. Sul tavolo al centro della stanza, sugli scaffali e perfino per terra, erano sparpagliati innumerevoli rotoli scritti in greco, in un disordine apparentemente caotico in cui solo lui sapeva orientarsi. Aveva appena letto un paio di opere di Menandro che potevano essere adattate al pubblico di Roma. Aveva gi utilizzato il commediografo greco come modello per altre commedie, era sempre una base sicura sulla quale creare.
Si sedette per mettersi al lavoro, tuttavia non riusc a concentrarsi. Scipione era morto, Annibale anche. Il popolo aveva pianto la morte del primo e poi, solo dopo qualche giorno, si era riversato per le strade con grida di gioia quando era giunta la notizia della morte del secondo. I Romani esteriorizzavano tutto, o piangevano o esultavano; erano impulsivi e grossolani. Era sorprendente che riempissero i teatri, ma cos era. Forse perch anche le sue opere erano impulsive e grossolane. A lui piaceva pensare che nei suoi versi rivivessero gli antichi maestri greci, ma sicuramente non era cos.
Scosse la testa. Doveva concentrarsi. Prese una piccola ciotola colma di atramentum, intinse il suo stilus favorito, per quando la punta tocc la superficie vuota del papiro le parole non uscirono. Riappoggi lentamente lo stilus sul tavolo. Non se lo aspettava. Aveva sempre avuto qualcosa da scrivere. C'era stato un tempo in cui non aveva denaro, n da mangiare, era stato perfino costretto a fare lo schiavo, ma perfino in quelle circostanze le parole non erano mai mancate. Quel vuoto improvviso lo impaur, ma cerc di mantenere la calma con cui aveva affrontato i momenti peggiori della sua vita.
Ramment la morte di Druso presso il lago Trasimeno, o quando quei maledetti ubriachi avevano rubato e buttato nel Tevere la sua prima opera e lui era stato costretto a riscriverla riga per riga. Erano stati momenti dolorosi, ma le parole erano sempre sgorgate. Ora, invece, se provava ad ascoltarsi, udiva solo il silenzio. Gli parve strano non avere nulla da dire, ma rest l, nemmeno si alz, si limit a rimanere seduto, fermo, taciturno.
L'atriense entr nel tablinum con un bicchiere d'acqua. Si ricord che forse aveva chiesto dell'acqua. Plauto non comprendeva pi cosa avesse detto o fatto fino a un attimo prima. Tutto era talmente confuso... Lo schiavo si ferm di fronte a lui guardandolo con una strana espressione. Lasci il bicchiere sul tavolo e avvicin il viso al naso di Plauto, cosa che allo scrittore parve alquanto impertinente, per si sorprese nel non poter reagire di fronte all'inaccettabile comportamento del servitore.
Poi lo schiavo si allontan e grid: Chiamate un medico! Il padrone sta male!.
Quelle furono le ultime parole che Plauto ud. Poi, all'improvviso, tra la perplessit e il sollievo, si sent terribilmente stanco e comprese di essere giunto all'ultima rappresentazione della sua vita, l'opera che non avrebbe mai scritto. Gli di, alla fine, aveva pronunciato la loro sentenza. Era un finale senza applausi. Non importava. Si rallegr di non avvertire alcun dolore. Dopo tanti anni di sofferenza glielo dovevano. Una morte pulita.
Lo schiavo torn al tablinum insieme a un altro uomo. Forse il medico? Cos presto? Ormai Plauto vedeva solo ombre, e i suoni arrivavano sconnessi, incomprensibili. Rest solo una preoccupazione nella sua mente: che ne sarebbe stato delle sue opere? Per quanto tempo ancora sarebbero state rappresentate? Si sarebbero ricordati di lui in futuro? Tante parole scritte sulla carta, recitate in centinaia di rappresentazioni, per poi sfumare nel nulla. Sarebbe stato un peccato, ma non provava pena per se stesso. Aveva avuto una buona seconda vita.
Avvert come il suono di un tuono lontano, secco, solenne. Non poteva saperlo, ma era l'ultimo battito del suo cuore. Poi, il nulla. Come un'opera inconclusa, come un papiro mai terminato.

66. IL VIAGGIO DI LELIO.
Mar Mediterraneo
Marzo del 183 a.C.

Lelio lasci Roma con l'animo pi sollevato dopo aver fatto visita a vari amici, e soprattutto dopo che Gracco aveva confermato la sua disponibilit a prendersi cura di suo figlio. Sarebbero stati solo tre mesi di viaggio, ma attraversare il mare era pericoloso e non si poteva mai sapere cosa poteva succedere; per questo aveva detto a suo figlio che sarebbe stato un periodo pi lungo, nel caso in cui le cose si fossero complicate. Inoltre sapeva che, se gli fosse successo qualcosa, Cornelia e Gracco si sarebbero presi cura di lui. Ora doveva concentrarsi e portare a termine l'ultima richiesta di Publio.
Aveva deciso d'imbarcarsi su una delle navi mercantili che partivano per Alessandria. Si trattava di una nave riservata al trasporto di grano. A bordo c'erano pochi marinai, per lasciare spazio all'ampio carico. A Ostia si sarebbero unite altre quattro imbarcazioni dello stesso tipo e una quinquereme che le avrebbe scortate fino in Egitto. I pirati continuavano ad attaccare nel Mediterraneo e Roma aveva cominciato a far scortare le navi mercantili, anche se per i commercianti una sola quinquereme era una protezione insufficiente; era pur vero che erano talmente numerosi i convogli che trasportavano mercanzie da e per Roma, i territori e le coste da proteggere, e cos tanti i pirati, che la flotta romana non aveva abbastanza risorse per proteggere mercanti, passeggeri e le varie citt costiere dall'Hispania alle coste dell'Asia.
Non appena il capitano della quinquereme seppe che l'ex console veterano Gaio Lelio, braccio destro del leggendario Scipione, avrebbe navigato insieme al convoglio diretto ad Alessandria, insistette perch il generale si imbarcasse sulla sua nave.
I giorni della traversata trascorsero tranquilli, mentre costeggiavano la penisola italica verso sud. Fin quando non arriv il momento di entrare in mare aperto per raggiungere la costa nord dell'Africa, e i marinai e i legionari pregarono gli di poich mai si sapeva che cosa il dio Nettuno avesse in serbo per le navi quando abbandonavano la tranquillit della costa. Per gli di non dimostrarono ostilit nei confronti di quei devoti Romani, e la traversata fu calma, con acque tranquille e venti favorevoli.
Non appena la flotta ebbe costeggiato il Nord della Libia, con le sue spiagge e baie che la proteggevano dalle possibili tempeste, il pericolo da fronteggiare divenne quello rappresentato dai pirati. E infatti, non avevano ancora lasciato le coste libiche che, dopo aver oltrepassato una punta di terra, due navi illiriche comparirono sulla loro traiettoria. Forse provenivano dalla stessa Illiria, o forse da Creta.
Il capitano della quinquereme era dubbioso sul da farsi. Era un ufficiale giovane, di nemmeno trent'anni, e anche se aveva combattuto a terra in Grecia non era preparato ad affrontare i pericoli del mare. Non esit allora ad affidarsi a colui che era stato ammiraglio della flotta romana in Hispania ai tempi di Scipione.
Scendi subito nelle cabine e chiedi all'ex console Lelio di raggiungermi in coperta, svelto, per Ercole! ordin a uno dei marinai.
Quando Lelio sal in coperta, la quinquereme si era arrestata di fronte all'imminente attacco delle due navi illiriche. Vide che vari marinai erano impegnati intorno all'ancora. Il capitano lo ricevette visibilmente preoccupato ma contento di vederlo.
Due navi pirata disse.
Pirati dell'Illiria concluse Lelio.
Il capitano assent, compiaciuto del fatto che il veterano sapesse che cosa li aspettava.
Ho pensato... ho pensato... Il giovane ufficiale esitava nel presentare il suo piano d'azione, ma alla fine riusc a condividere le sue idee con l'ex console. Ho ordinato di gettare l'ancora. La mia idea  di mantenerci vicini alle navi mercantili per proteggerci dall'attacco dei pirati.
Lelio annu lentamente, per il capitano not che il vecchio militare corrugava la fronte e comprese che quel piano non lo convinceva affatto.
Per, se l'ex console ha qualche suggerimento su come affrontare meglio la situazione, sarei onorato di seguire i suoi ordini. Non era un uomo orgoglioso.
Lelio guard il giovane con sorpresa. Durante la lenta ascesa politica degli Scipioni, e soprattutto durante la sua magistratura in Senato, si era abituato alla superbia degli uomini. Incontrarne uno umile e disposto ad accettare consigli gli suscit nostalgia per le vecchie campagne. Sorrise e poi illustr un piano d'azione assai differente.
Io non attraccherei.  quello che si aspettano. Ci circonderebbero, prenderebbero il controllo di due navi mercantili prima che possiamo reagire e scapperebbero con almeno una nave carica di grano. No. Io sceglierei una delle navi pirata e l'attaccherei con tutto ci di cui disponiamo. Disporrei i legionari, armerei i marinai e abborderei la nave con il corvus. Probabilmente perderemo una nave, ma potremo rimpiazzarla con quella pirata se la prendiamo. I soldati dovranno combattere, per se sono uomini capaci dovremmo farcela. Sono coraggiosi i tuoi uomini, capitano?
I miei uomini sono dei buoni soldati, generale.
Lelio sorrise di nuovo e appoggi la mano sulla spalla dell'ufficiale.
Allora ce la faremo, capitano.
Il giovane ufficiale diede immediatamente ordine ai suoi legionari di sganciare il corvus e predisporlo per l'abbordaggio mentre annullava l'ordine di attraccaggio. Poi diresse lo sguardo all'orizzonte. Lelio gli stava accanto, proteggendosi con una mano dal sole e guardando nella stessa direzione.
Quale delle due attacchiamo, generale?
Lelio rispose senza guardarlo, con gli occhi fissi sulle vele delle navi nemiche.
La prima, capitano. Devono vedere che siamo risoluti e puntiamo il nostro sperone contro chiunque decida di tagliarci la strada. Il vento  forte, per sarebbe meglio che anche i marinai remassero per ottenere pi slancio. Devono capire che siamo determinati.
Lo capiranno, generale. Lo capiranno.
La quinquereme spinta dal vento e dalla forza dei rematori part puntando il suo affilato sperone contro la prima nave pirata. Tra le due imbarcazioni c'era appena un mezzo miglio e la distanza si ridusse rapidamente. Il capitano si situ al centro della coperta per supervisionare la preparazione della passerella del corvus, quando improvvisamente accadde un fatto che lasci tutti spiazzati. Tutti tranne Lelio.
Capitano, per Castore e Polluce! I pirati se ne vanno! Stanno virando!
Il giovane ufficiale torn dal console. Lelio rispose prima che quello potesse formulare la domanda.
Era una possibilit ed  accaduta. Gli siamo apparsi come una preda troppo rischiosa. Sono solo due navi e lontane dalla loro base. Torneranno in Illiria, o a Creta, oppure si ripareranno dal vento presso la baia da cui sono venuti, in attesa di una preda meno decisa a difendersi. I pirati, capitano, non sono guerrieri, non sono Cartaginesi, o Etoli o Siriani, solo pirati. Non entrano in combattimento se la vittoria non  sicura. Adesso, se me lo permetti, farei ritorno nella mia cabina. Il sole  troppo forte per un anziano guerriero come me.
Il capitano si fece di lato e salut il generale veterano col rispetto dovuto, portandosi la mano al petto e continuando a manifestare la propria ammirazione: avevano appena sconfitto due navi pirata senza nemmeno combattere, solo seguendo i consigli di quell'uomo. Se quell'ex console era cos in gamba, chiss come doveva essere stato l'altro generale, Scipione, l'Africanus, che Lelio aveva servito per tanti anni.
I legionari festeggiarono quella strana vittoria con grida e con il vino generosamente ripartito, seppure con moderazione, dal capitano. Intanto Gaio Lelio si era steso su un modesto ma confortevole letto.
Il resto della traversata trascorse senza altri incidenti, finch una notte, poco prima dell'alba, una delle vedette non riconobbe in lontananza l'inconfondibile scintillio dell'eterna fiamma del faro di Alessandria.

67. SULLE SPONDE DEL NILO.
Alessandria
Aprile del 183 a.C.

Lelio si ritrov in una stanza colma di rotoli di papiro. Non c'era un solo angolo dove fosse possibile vedere la parete. Perfino il davanzale della finestra che illuminava il locale era stipato di volumi accatastati l'uno sull'altro. Il greco di Lelio era essenzialmente parlato, con finalit esclusivamente comunicative, e lui faticava a leggerlo, ma dal momento che il grande bibliotecario di Alessandria tardava, tent di decifrare alcune delle etichette che circondavano i rotoli. Omero, Euripide, Esiodo, Pindaro, Alcmane, Saffo, Anacreonte, Stesicoro, Ibico erano solo alcuni dei nomi che con pazienza aveva riconosciuto in quella marea di testi. Sopra un tavolo erano accumulate decine di volumi di uno stesso autore: Menandro. Quel nome gli ricordava qualcosa. Era quasi sicuro di averlo udito da Publio, che lo avesse menzionato come uno dei suoi autori greci preferiti, amato anche da Plauto, per per ci che riguardava la letteratura la memoria di Lelio era sempre confusa. A destra di quei volumi, il vecchio ex console decifr il titolo di un testo che lo stesso bibliotecario stava scrivendo: Hypotheseis. Ma Lelio non riusc a capire le parole che seguivano. Il manoscritto, in piccole lettere, risultava troppo complesso per qualcuno che non avesse familiarit con il greco. Torn allora a guardare i volumi sul davanzale.
Oggi stesso dovr togliere quei volumi da l. Le mie ossa mi dicono che piover ud Lelio alle proprie spalle.
Si volt e vide un uomo pi anziano di lui di una decina d'anni, sui settantacinque. Il vecchio si present mentre prendeva posto a sedere dietro al tavolo.
Sono Aristofane di Bisanzio. Mi hanno riferito che volevi parlarmi. E fece cenno a Lelio di sedersi sul piccolo sgabello di fronte al tavolo.
Lelio accett ringraziando.
Io sono... cominci, ma Aristofane lo interruppe subito.
Gaio Lelio, generale delle legioni di Roma, ex console, braccio destro di Publio Cornelio Scipione.
Lelio si mostr sorpreso.
Non credevo che un bibliotecario potesse conoscere il mio nome. Sono impressionato.
Aristofane sorrise condiscendente ma senza superbia.
In effetti il bibliotecario della Grande Biblioteca di Alessandria non  un bibliotecario qualunque. Oltre a conoscere il passato deve anche essere sempre informato sugli avvenimenti del presente. Ma l'ex console di Roma conosce il greco. Anch'io sono impressionato.
Lo parlo poco e male, come avrai notato.
Aristofane lo guard con attenzione prima di rispondere.
Vedo che l'ex console di Roma  un uomo capace di riconoscere i propri limiti. Questo  segno d'intelligenza.
Lelio fu ancora pi ammirato nel constatare come quell'uomo fosse capace di dirgli in faccia che il suo greco non era buono trasformando ci che avrebbe dovuto essere un affronto in un complimento. Aristofane riprese la conversazione.
E in che modo un vecchio bibliotecario come me pu aiutare un vittorioso generale di Roma? Suppongo che vorrai consultare qualche testo. Sar felice di aiutarti a cercarlo, anche se devo confessare che mi sorprende non poco l'interesse di un soldato per i testi scritti dai nostri antenati. Forse qualche mappa? Conserviamo qui la magnifica collezione di Eratostene.
Lelio tossicchi.
S, ho sentito parlare delle sue mappe. Sarebbe molto interessante consultare gli originali, per, in realt, non sono venuto a consultare nulla in particolare... O meglio... sono venuto a portare dei documenti per la biblioteca. Ed estrasse da sotto la toga virilis una borsa di cuoio contenente otto piccoli rotoli che deposit sul tavolo del bibliotecario.
Aristofane di Bisanzio prese uno dei rotoli e, con l'abilit di chi non ha fatto altro nella vita, lo dispieg rapidamente scoprendo che era segnalato con il numero I. Inizialmente Lelio ebbe un sussulto, ma poi comprese che non c'era nessuno che avrebbe trattato con maggiore attenzione quel papiro dell'anziano che aveva di fronte.
In greco disse Aristofane sollevando le sopracciglia in segno di approvazione, e cominci a leggere lentamente: Sono stato l'uomo pi potente del mondo, ma anche quello che pi  stato tradito.
Sono le memorie di Publio Cornelio Scipione, il pi grande generale di Roma spieg Lelio mentre il bibliotecario appoggiava con attenzione il papiro semiaperto sul tavolo guardando l'ex console. Scipione ha subito molti attacchi personali a Roma, durante gli ultimi anni della sua vita. Il generale pens che fosse conveniente che lui stesso scrivesse il proprio punto di vista su tutti i fatti e le guerre accaduti in Hispania, Africa e Asia, affinch i posteri potessero udire anche la sua voce, e non solo quella dei suoi nemici.
Nemici come Catone precis Aristofane. E not che anche solo pronunciare quel nome ebbe lo stesso effetto di un calcio al basso ventre per l'ex console, per osserv anche che Gaio Lelio si conteneva e si limitava ad assentire con la testa.
 a causa dei suoi nemici politici che ho deciso di portare questi rotoli fino ad Alessandria. Publio... volevo dire Scipione... temeva che se avessero scoperto l'esistenza di queste memorie le avrebbero distrutte. Inoltre sarebbe bene renderle accessibili per coloro che volessero ottenere una visione completa del passato recente di Roma, perci sono giunto alla conclusione che la Biblioteca di Alessandria sia il posto migliore dove lasciarle, se e quando si decida di custodirle con discrezione.
La Biblioteca di Alessandria  il posto giusto. Le custodiremo con discrezione. Non divulgheremo la loro esistenza e saremo io stesso e i miei successori gli unici a decidere chi potr avere accesso a questi documenti. In questo modo, le sue memorie resteranno al sicuro dai nemici del generale.
Gaio Lelio si sent grato e sollevato, per subito gli sorse un dubbio di fronte alla totale disponibilit a collaborare di quel bibliotecario. Aristofane seppe interpretare il suo timore e decise di tranquillizzare l'ex console.
Sono a conoscenza dell'interesse di Scipione per la letteratura greca e so che ha promosso la cultura ellenica nel suo circolo di amici e clienti a Roma. Il fatto poi che abbia scritto le sue memorie in greco dimostra non solo il desiderio di diffondere la sua opinione, ma anche il riconoscimento del greco come lingua della cultura. Tutto ci, dal mio punto di vista, gli fa meritare un posto in questa grande biblioteca.
Lelio si sent pienamente soddisfatto di quella risposta.
Bene disse, e si alz con la decisione tipica di chi non ha molto tempo da perdere n vuole farlo perdere agli altri. Non voglio abusare oltre del tempo di un uomo che ha tanto da leggere e da scrivere.
Aristofane si alz in segno di rispetto. Stava per ricordare all'ex console le mappe di Eratostene, ma intu che Gaio Lelio aveva evidentemente altre questioni da risolvere, quindi si limit a restare in piedi finch il guerriero non abbandon la stanza. Poi si sedette di nuovo sulla sua comoda sedia, prese con cura il primo rotolo delle memorie di Scipione e cominci a leggere.
Il greco non era certo quello di Aristotele, ma era corretto e ben scritto. Il generale non aveva voluto abbellire il racconto, solo narrare i fatti salienti della sua vita. Dal punto di vista del grande bibliotecario di Alessandria, quella era stata una saggia decisione.
All'imbrunire, la scomparsa del sole sorprese Aristofane di Bisanzio mentre leggeva l'ultimo degli scritti del generale romano. La mancanza di luce rendeva impossibile proseguire con la lettura, e lui si era proibito, per sicurezza, di accendere candele in quella stanza ricolma di scritti preziosi. Era stanco. All'alba avrebbe terminato di leggere quelle memorie. Era la storia recente del mondo scritta da uno dei suoi pi importanti protagonisti. Meritava la sua attenzione e, senz'altro, anche quella delle generazioni future. Doveva conservarle con cura.
Dalla Grande Biblioteca di Alessandria, Lelio si diresse verso il porto. Giunto presso i moli, seguendo le indicazioni ricevute in una lettera inviatagli prima che partisse da Roma, trov la strada dov'erano ubicate le ampie residenze dei mercanti arricchitisi con il commercio del grano. Si ferm davanti a una di queste. Buss alla porta, uno schiavo gli apr e gli indic di attendere nel vestibolo. Un attimo dopo arriv Cassio, un uomo piuttosto grasso, poco pi giovane di Lelio ma che aveva superato la cinquantina, il quale salut amichevolmente l'ex console.
Per Castore e Polluce, Gaio Lelio in persona, qui ad Alessandria! Che onore! Sei di passaggio o ti fermi con noi?
Non ho ancora deciso se fermarmi solo qualche giorno o per pi tempo, Cassio rispose Lelio contento di ritrovare un altro guerriero come lui, qualcuno con cui si sentiva a suo agio dopo varie settimane di viaggio.
Entra, entra lo invit Cassio.  solo un'umile dimora, ma meglio averla modesta: non attira ladri e approfittatori, e allo stesso tempo non mi manca nulla. Sei il benvenuto, Gaio Lelio! Che cosa posso offrirti? Vino? Cibo? Donne? Ti avverto che possiedo le migliori schiave di Alessandria. E scoppi in una sonora risata.
Accetto volentieri del vino.
Cassio batt un paio di volte le mani e chiam agli schiavi mentre entravano nell'atrio della residenza.
Vino, per tutti gli di! Vino! Abbiamo un ospite, oggi!
Due schiave, belle e giovani, dalla carnagione scura ma diverse dalle Egizie, portarono immediatamente del vino e due coppe.
Sono Ibere chiar Cassio a bassa voce. Le ho portate con me dall'Hispania. Il miglior bottino di guerra che abbia mai ottenuto. E riprese a ridere forte.
Dopo qualche minuto di conversazione piuttosto frivola, Lelio decise di spiegare il motivo della sua visita.
Sono qui per sapere che ne  stato del denaro che ti ho inviato durante tutti questi anni.
Cassio, non appena ud la parola denaro, appoggi la coppa di vino sul tavolo e assunse l'atteggiamento professionale del mercante esperto.
Certamente. Il denaro l'ho offerto alla donna, spiegandole che ogni anno avrebbe ricevuto la stessa somma, e di pi se lo avesse richiesto, proprio come mi avevi detto di fare nelle tue lettere.
Ebbene?
Dunque, la donna all'inizio lo ha rifiutato, per poi  venuta ogni anno a riscuotere la quantit convenuta. Anche se ormai  una donna matura,  molto bella, devo ammetterlo. Anzi, durante i primi anni devo confessare che mi sono dovuto trattenere dal farle proposte indecenti; ma naturalmente l'ho sempre rispettata, essendo un'amica di Gaio Lelio. Sorrise, per questa volta evit la risata. Lelio era molto serio. Questo  ci che ho fatto del tuo denaro. Le ho sempre fatto firmare le ricevute. Se vuoi vederle...
Non  necessario. Sei sempre stato onesto. La tua parola mi basta.
Cassio si sent confortato da quella fiducia. Poi gli venne in mente una cosa.
Una volta  venuta qui anche per inviare una lettera a Scipione disse con una certa ammirazione.
La lettera  arrivata. Hai fatto bene a spedirla.
Il mercante si sent orgoglioso, abbastanza da placare la curiosit ed evitare di domandare altro su quella lettera, dato che la brevit della risposta di Lelio faceva intendere che sarebbe stato meglio cos.
Un'altra volta  venuta per pregare.
Per pregare? domand Lelio stranito.
S.
E cal il silenzio. A Lelio la cosa parve strana, per Netikerty era sempre stata cos: imprevedibile. Non perse tempo a pensarci e torn al suo abituale modo diretto.
Sai dove vive la donna? domand.
S. Non  una persona che si nasconde. Seguendo le tue istruzioni mi assicurai che vivesse senza essere infastidita: il primo anno feci appostare una scorta presso la sua casa, e gli anni successivi la feci sempre seguire quando veniva a prendere il denaro, perch non venisse derubata. Vive in una casa umile, nel quartiere degli Egizi nativi, presso la riva del Nilo. Per un Egizio  un luogo tranquillo. Questo  un periodo di rivolte, soprattutto da quando Antioco ha attaccato l'Egitto, qualche anno fa, e il faraone ha deciso di armare i nativi; adesso sono gli stranieri ad avere vita dura, ma essendo la donna un'Egizia, nessuno la infastidisce.
Lelio si sent pi tranquillo. Termin di bere il vino e si alz.
Uno dei tuoi schiavi pu accompagnarmi fino alla casa della donna?
Anche Cassio si alz, seppure il peso del suo stomaco lo rendesse assai meno agile dell'ex console.
Come al solito non perdi tempo. Gli anni passano, ma tu continui a essere sempre di fretta, senza riposo. S, certo. Batt nuovamente le mani. Un uomo egiziano di circa quarant'anni apparve sull'uscio del vestibolo. Questo  il mio atriense, da parecchi anni. Parla demotico, greco e un po' di latino.  un uomo di fiducia. Ti condurr lui. Rivolgendosi allo schiavo gli impart l'ordine scandendo ogni sillaba, come se quello fosse stupido. Accompagna questo mio amico dalla donna che viene ogni anno per il denaro che arriva da Roma. Indicagli la casa e obbediscigli in tutto.
S, mio padrone.
Dalla porta della propria residenza, Cassio guard Lelio mentre si allontanava con passo rapido addentrandosi nel cuore della citt.
L'atriense si ferm al principio di una strada e con il suo scarso latino spieg a Gaio Lelio che l'ultima casa, quella pi vicina al fiume, era la dimora della donna che cercava. A Lelio, che aveva visto come lo schiavo lo avesse condotto prontamente per i grandi viali e poi lungo la complessa rete di stradine accanto al fiume, non parve che quell'uomo fosse uno stupido.
Bene. Aspettami qui.
Lelio percorse la strada. Tutte le traverse scendevano lungo la sponda del Nilo come se ognuna di esse facesse parte di una pleiade di minuscoli affluenti che sfociavano nell'enorme fiume. Si ferm di fronte alla porta di quella che doveva essere la casa della sua antica schiava Netikerty.
Netikerty. La donna che un tempo aveva amato. Gaio Lelio inspir profondamente. Si sentiva un idiota per quel nervosismo. Lui era un ex console di Roma e lei un'Egizia che in passato era stata sua schiava, che aveva liberato e perdonato pi per desiderio di Scipione che per il proprio. Anche se in realt, dopo tanti anni, era stato grato a Publio di averlo obbligato a farlo. Avere avuto un figlio gli aveva cambiato la prospettiva sulle cose. Da allora, tutto aveva cominciato a girare intorno al suo rampollo e si era reso conto che l'odio, l'invidia, le guerre passate, tutto appariva insignificante se comparato all'ansia di proteggere il figlio. Tutto ci lo doveva alla sua giovane moglie defunta. Una matrona senza macchia che mai era riuscito ad amare per davvero, ma che aveva trattato con tutta la dignit di cui era capace per rispetto verso Scipione, verso la famiglia di lei, verso lei stessa. Lelio non desiderava pi il male di nessuno ma solo l'amore, l'amore senza limite, quello che aveva conosciuto solamente una volta nella vita, ma che allora, come succede a molti uomini, non aveva riconosciuto.
E ora stava per rivedere quella donna che s, certo, era solo una schiava, e lui un potente ex console, per cosa importava se era amore? La mente di Gaio Lelio era un vortice di sentimenti e sensazioni quando trov il coraggio di bussare sul vecchio legno di quella porta.
I suoi colpi secchi risuonarono all'interno, anche se dalla strada non si ud quasi nulla per il baccano costante dato dalle voci dei passanti, dai carri, dalle grida dei bambini e dei mercanti, dalle risse, dal brulichio lungo le arterie di Alessandria.
La porta non si apr e Lelio la colp ancora, una volta sola, come chi esita e teme di disturbare; quindi si volt per andarsene sospirando, pensando che forse era stata una sciocchezza e che in fin dei conti aveva gi fatto quello per cui era venuto: portare in un posto sicuro le memorie del suo grande amico, il generale dei generali. Adesso non gli restava che tornare a Roma e prendersi cura di suo figlio, proteggerlo dalle instancabili minacce di Catone e dei suoi seguaci. S, doveva riunire abbastanza forze per affrontare l'ultima battaglia. Una battaglia interna e senza sangue, che si sarebbe combattuta in Senato, dibattito dopo dibattito. Doveva educare suo figlio con intelligenza ed energia, solo cos sarebbe potuto sopravvivere.
Proprio in quel momento la porta si apr e Gaio Lelio si volt di nuovo verso l'uscio. Una donna matura usc sotto i raggi del sole che illuminarono la sua pelle scura abituata al calore intenso dell'incipiente primavera egizia.
Lelio non disse nulla. La donna nemmeno.
Entrambi si limitarono a osservarsi per alcuni lunghi istanti, senza fretta. Alla fine la donna parl per prima.
 passato molto tempo, generale.
Lui annu senza parlare. Netikerty aveva usato la parola generale per riferirsi a lui. Gli piacque. Non era pi il suo padrone, ma gli fece piacere che lo considerasse ancora un uomo potente.
Effettivamente s, molto tempo, Netikerty rispose lui esalando l'aria lentamente. Posso entrare?
Lei non ripose ma si fece di lato facendogli intendere di passare. L'ex console si guard intorno nella stanza e not un dettaglio che lo prese contropiede. C'erano degli abiti da lavare in un angolo, ammassati con un certo ordine, e altri puliti e piegati di lato, ma la cosa curiosa era che non erano tuniche da donna ma molto pi grandi, cos come i sandali. Erano indumenti da uomo. Un uomo alto e robusto. Guard il viso di Netikerty, alla luce che entrava da una piccola finestra, e riscopr i suoi lineamenti gentili, con poche rughe nonostante l'et e le ristrettezze. Un viso ancora attraente, come se fosse restato al riparo dal passo del tempo, come di chi invecchia con la coscienza tranquilla.
Lelio si sedette su una sedia. Netikerty rimase in piedi vicino alla finestra. Non solo il suo viso, ma anche il suo corpo che s'intravedeva dalla tunica era snello, asciutto, continuava a essere attraente davanti allo sguardo di un uomo. Era naturale che vivesse con qualcuno. Lelio si rallegr del fatto che non fosse sola, che qualcuno la proteggesse, anche se una specie di rabbia gli stava divorando le viscere. Tuttavia non poteva farci nulla. Lei non era pi la sua schiava.
Vedo che vivi con qualcuno disse Lelio.
Netikerty, pi per tenere occupate le mani e la mente che per ospitalit, vers dell'acqua in una coppa e tagli delle fette di formaggio che offr al suo ospite inatteso.
S.
Ti tratta bene? domand Lelio afferrando un pezzo di formaggio dal piatto di argilla che lei gli porgeva.
S, mi tratta bene.  un brav'uomo, alto e forte. E mi protegge.
Capisco. Lelio abbandon il formaggio sul piatto. Improvvisamente non aveva pi fame. Aveva pensato di restare, parlare un poco, per ora tutte le parole pesavano eccessivamente e tirarle fuori costava troppa fatica. Fece un ultimo tentativo. Cassio mi ha detto di averti visto poco, solo negli ultimi anni per il denaro e una volta per... pregare? Cos ha detto.
Per pregare gli di romani, s. Una volta sola disse Netikerty, e stava per raccontargli tutto, ma not che Lelio aveva la mente altrove e lei non era sicura che fosse la cosa corretta da fare.
Lelio si alz e si avvicin alla porta, deciso a parlare un'ultima volta, in quella casa dove, ne era sicuro, non sarebbe mai pi entrato. Sarebbe stato meglio lasciare il passato dov'era, senza tentare di recuperarlo.
A ogni modo continuerai ad avere il denaro a disposizione a casa di Cassio, se dovesse servirti. E senza guardarsi indietro apr la porta per uscire.
Netikerty, alle sue spalle, cominci a sparecchiare la tavola dalla coppa e dal piatto con il formaggio lasciati intatti, e quando risollev lo sguardo Gaio Lelio era scomparso e di fronte ai suoi occhi ancora stupefatti per quella fugace e sorprendente visita c'era solo la forte luce del sole.
Corse alla porta, pens di richiamarlo, di parlargli, di raccontargli tutto, per vedendo le possenti spalle di quell'uomo che si allontanava ancora una volta, senza averle concesso il tempo di spiegarsi, scosse lievemente la testa, chiuse gli occhi e sospir, e quando li riapr accadde un fatto singolare.
Proprio mentre Lelio raggiungeva lo schiavo che Netikerty riconobbe come l'atriense di Cassio, dall'angolo della strada apparve la figura giovane, alta e forte di suo figlio Khepri. Il ragazzo, con indosso la divisa della polizia del Nilo, stava tornando a casa da sua madre, non essendo ancora un uomo maritato.
Gaio Lelio e Khepri s'incrociarono senza riconoscersi, e Netikerty vide il Romano guardare quel giovane soldato e girare la testa continuando a seguirlo quando questi lo oltrepass; intanto il ragazzo not la madre che osservava dalla sua parte, ma non lui, bens l'uomo alle sue spalle. Khepri si ferm e guard indietro. Gli sguardi dei due si incrociarono per un istante. Non si salutarono, non si scambiarono una parola, per il giovane avvert una sorta di disagio nel vedere quell'ufficiale romano, e Lelio si sent nervoso. I due uomini poi distolsero lo sguardo l'uno dall'altro, e Khepri riprese il cammino verso casa dove sua madre lo stava aspettando.
Lelio rest l, pietrificato, immobile, a osservare Khepri che salutava la donna con un bacio sulla guancia e usando una parola che, anche se non conosceva la lingua egizia, non poteva che essere madre. Not anche la lunga cicatrice che quel giovane aveva sulla schiena nuda, e Lelio ricord la notte durante la quale si era svegliato da uno strano sogno, spaventato dal fatto che potesse essere successo qualcosa a suo figlio. Poi pens a Netikerty che aveva voluto pregare gli di romani in casa di Cassio, e nella sua mente tutti i pezzi s'incastrarono in un baleno.
Gaio Lelio guard verso la porta dove Netikerty era rimasta immobile. Aveva fatto entrare il giovane ma lei era rimasta l, in piedi, mentre sulla sua guancia illuminata dal sole scivolava una lacrima, forse provocata dall'accecante riflesso della luce. Anche Lelio rimase fermo, senza dire nulla.
L'atriense, pur non sapendo cosa stesse succedendo, con la perspicacia del servo intelligente comprese che quello era un momento intimo per l'ufficiale romano e si allontan un poco. Lelio non si avvicin a Netikerty, non l'avrebbe rivista mai pi, per in quel momento fece due piccoli grandi gesti: assent lievemente e sorrise con sincerit.
Netikerty si asciug la lacrima sulla guancia e annu in risposta. Poi rientr e richiuse la porta avvertendo un improvviso senso di pace.
Gaio Lelio si avvicin all'atriense.
Riportami a casa di Cassio, svelto.
S, mio signore.
Lo schiavo e l'ex console ripresero il cammino di ritorno verso il porto di Alessandria. Gaio Lelio camminava silenzioso, assorto nei propri pensieri, riflettendo se avesse fatto la scelta giusta e ogni volta rispondendosi di s. Quel ragazzo era un soldato d'Egitto, il suo posto era l, in quel paese, in quella citt, insieme a sua madre. Lui aveva un figlio romano a Roma, da educare e proteggere. Quello era il suo obbligo, ci a cui avrebbe dovuto dedicarsi per gli anni restanti della sua vita. Certamente si sarebbe sempre assicurato che Netikerty continuasse a ricevere denaro presso la casa di Cassio, come le aveva promesso. Lei non aveva chiesto nulla, non aveva detto nulla, ma ricordava che era una donna perspicace, in grado d'intendere bene gli uomini e il loro modo d'essere. Era meglio cos. E assentiva con la testa mentre camminava per le strade dell'affollata Alessandria, riaffermando a ogni passo la sua decisione. S, meglio lasciar stare il passato. Per era felice di sentire che ci che credeva perduto per sempre era stato recuperato.
Aveva dedicato anni a tentare di dimenticare Netikerty e ora si rendeva conto che poteva continuare a ricordarla senza rancore, scomparso per sempre dopo quel breve ma intensissimo scambio di sguardi.

68. UN DISCORSO IN SENATO.
Roma
Aprile del 183 a.C.

Marco Porcio Catone sapeva che il giovane Scipione non aveva l'et per poter entrare in Senato in forma ufficiale. Inoltre lui stesso, in qualit di censore, durante il periodo di accettazione delle nuove incorporazioni in Senato avrebbe potuto decidere se Publio avesse diritto o meno di occupare il posto di suo padre presso la Curia. Era stato assai tentato di agire tramite la freddezza della legge e negare la richiesta del giovane erede del suo eterno nemico, per, da stratega politico qual era, Catone aveva preferito ponderare la situazione con estrema cura. Aveva calcolato ogni cosa. L'esibizione pubblica di dolore dimostrata da Roma alla morte di Scipione non poteva essere ignorata. S, la legge era dalla sua parte, e lui avrebbe potuto rifiutare l'accesso in Senato a Publio figlio per qualche anno, ma poi, a un certo punto, il ragazzo sarebbe comunque entrato nella Curia. Inoltre, molti amici della famiglia Scipione discutevano sul posto vuoto lasciato in Senato: colui che era deceduto era un princeps senatus, carica che il figlio non avrebbe potuto certamente ereditare, ma almeno un posto nella Curia sarebbe risultato d'obbligo. Alla fine Catone aveva pensato che se avesse ceduto e si fosse dimostrato magnanimo, comprensivo nei confronti del nemico sconfitto, ne avrebbe tratto beneficio la sua immagine pubblica di fronte al popolo e al Senato, ma pi di ogni altra cosa - e Catone sorrise mentre attraversava la graecostasis e il senaculum verso il Senato - aveva compreso che se il figlio di Scipione fosse entrato nella Curia ora, la sua giovane et, dunque inesperienza, avrebbe permesso a lui stesso, a Spurino, a Quinto Petilio o a chiunque altro dei suoi alleati di ridicolizzarlo durante le sessioni. In pochi mesi il ragazzo sarebbe divenuto lo zimbello di Roma, e il nome di Scipione non sarebbe pi stato associato all'invincibile eroe, bens al figlio stupido e ingenuo. No. Non aveva pi avuto dubbi. Aveva accettato la petizione della famiglia degli Scipioni inviata da Lucio Cornelio, lo zio dell'interessato. Che il giovane Scipione entrasse pure nella Curia. Quella stessa mattina ci avrebbe pensato lui, Marco Porcio Catone, a fargli cambiare idea. E poi sarebbe stato troppo tardi: il giovane senatore sarebbe stato obbligato a partecipare a tutte le sessioni, una dopo l'altra, e a sopportare in silenzio le risate di disprezzo nei suoi confronti.
Svelto come una saetta, salutando con un breve cenno i colleghi, quella mattina di primavera dell'anno 571 dalla fondazione della citt Catone irruppe nell'edificio della Curia.
Per il giovane Publio la prima parte della sessione pass quasi per incanto. D'un tratto era gi arrivato il suo turno di intervenire. Il presidente gli concesse la parola. Publio si alz lentamente. Non era nervoso, aveva preparato ogni parola e gesto con la stessa cura con cui suo padre preparava le manovre di ogni manipolo prima di una battaglia. Questa era la sua battaglia campale, la sua Zama o Magnesia, e lui, ora divenuto l'erede dell'immenso Scipione, sapeva cosa fare. Questa sarebbe stata la sua guerra, la guerra della verit, forse la pi autentica che si sarebbe combattuta entro i domini di Roma. La guerra all'interno del Senato, una lotta senza condizioni n regole. Tutto pareva essere sotto il dominio della legge, ma solo in apparenza. Tutto era, in realt, permesso. E per cominciare, il giovane era disposto a dimostrare ci che lui non era.
Aveva deciso di esordire dimostrandosi dubbioso, debole, scarso, affinch lo sottovalutassero, per sviare i suoi nemici, primo tra tutti Marco Porcio Catone.
Sono... sono... Publio... Publio Cornelio Scipione... l'erede di mio padre.
E qualche prima risata emerse dalle panche occupate da Catone, Spurino, Quinto Petilio e gli altri correligionari, nessuno dei quali pot evitare di esibire ampi sorrisi di fronte a una simile tautologia.
Sono l'erede di una delle pi potenti famiglie di Roma. No... voglio dire... Le risate continuarono. Lui si schiar la gola e prosegu. Sono l'erede dell'uomo che pi di ogni altro ha dato potere a Roma e accetto di servire Roma grazie alla carica di senatore che mio padre ha occupato con onest e orgoglio in questa stessa sala, nella Curia di Roma, e spero di farlo... continu quindi dimostrando pi sicurezza e alzando un poco la voce ...con le sue stesse onorabilit e capacit. Gli Scipioni, nonostante tutti gli avvenimenti accaduti, possiedono il loro posto in questo conclave, e io far in modo che nessuno lo dimentichi. E guard suo zio Lucio Cornelio, il quale assent, e il presidente, che pi per il rispetto che doveva al padre defunto che per il breve discorso appena pronunciato, assent a sua volta. Poi lasci il centro della sala e torn a sedere, tirando un udibile sospiro di sollievo.
Come tutti si aspettavano, fu quindi Marco Porcio Catone a chiedere la parola al presidente della sessione. Erano tutti consapevoli delle sue intenzioni: schiacciare il giovane Publio come avrebbe fatto una carica di elefanti. Del nuovo senatore non sarebbe rimasto nemmeno il ricordo non appena Catone avesse terminato la sua avvelenata diatriba.
Emilio Paolo, Silano, lo stesso zio di Publio, Lucio Cornelio, e gli altri seguaci e amici del defunto Scipione si dispiacquero per quel debole intervento da parte del ragazzo: a onor del vero, non aveva parlato male, considerando che si trattava del suo primo discorso in Senato, ci nonostante, per l'irrazionale speranza che sempre alberga in coloro che si attendono grandi cose, tutti loro si sarebbero aspettati di meglio dal figlio del grande generale. Gi immaginavano quanto potente sarebbe stato il contrattacco da parte del pi perfido, abile ed eloquente dei senatori presenti, Marco Porcio Catone. Ma c'era ben poco da fare, a parte resistere con coraggio all'ondata di insulti e umiliazioni che Catone stava certamente preparando da settimane, dallo stesso giorno in cui si era saputo che il giovane Publio sarebbe tornato a Roma per occupare il posto in Senato che era stato di suo padre. Da quello stesso giorno Catone aveva senza dubbio cominciato a pensare alle parole da utilizzare, soprattutto perch in quanto censore era spettata a lui la decisione di accettare o meno la richiesta del giovane. Aveva sicuramente misurato ogni parola, soppesandola, ripetendo il discorso forse ai Petilio, memorizzandolo alla perfezione, per massacrare il giovane erede degli Scipioni e dimostrare a tutti chi controllava ora, e lo avrebbe fatto per molti anni a venire, il Senato di Roma.
Benvenuto al nostro giovane senatore cominci Catone con tono cordiale e un singolare e inquietante sorriso sul volto. S,  sempre una bella notizia quando della carne fresca entra in Senato.
Di nuovo echeggiarono le risate in risposta al gioco di parole del censore di Roma, dato che carni fresche erano considerati i consoli i cui parenti non avevano mai ottenuto tali cariche in precedenza. Impiegare quell'appellativo per uno Scipione rappresentava un vero e proprio insulto. Subito Lucio Cornelio, Emilio Paolo, Silano e altri alleati si alzarono. Tiberio Sempronio Gracco si limit a scuotere la testa: lo intristiva assistere all'irrefrenabile furia di Catone contro un senatore inesperto .
Il censore, fingendo di rendersi conto troppo tardi del proprio errore, sollev la mano per scusarsi e correggersi. Volevo solamente dire che  una buona cosa che un ragazzo cos giovane faccia parte del Senato disse guardando coloro che si erano alzati, e questi, di fronte alla discolpa, si sentirono costretti, seppur di malavoglia, a sedersi di nuovo. Catone prosegu dunque col suo discorso. S,  sempre un bene che la giovent, per quanto inesperta, entri in Senato, anche in casi, come questo, del tutto eccezionali. E sia dunque. E guard Publio. Sia il benvenuto in questo Senato il giovane Publio Cornelio Scipione, sia il benvenuto e si senta a suo agio, Publio Cornelio Scipione.
Il giovane senatore non ignor l'insistenza con cui Catone ripeteva i suoi praenomen, nomen e cognomen riferendoli alla sua persona e mai accennando al padre.
S, benvenuto. Questa sar la tua casa come lo  per noi. Tutti noi ti ascolteremo con attenzione, poich... come evitare di ascoltare colui che ha realizzato certe imprese sul campo di battaglia? Come evitare di ascoltare colui che ha saputo conquistare una piccola parte di una falange nemica per poi dover essere riscattato?
Altre risate si levarono tra i seguaci di Catone, mentre gli amici degli Scipioni si rialzavano dai loro posti. Intanto il giovane Publio, serio, restava seduto con lo sguardo fisso sul censore che proseguiva, divertito, il suo facile, seppur efficace, discorso.
Come non ascoltare chi si  lasciato catturare dal nemico ed  stato restituito a Roma dopo ambigue negoziazioni? Dagli amici di Scipione cominciarono a partire insulti e gesti di minaccia. Perdonatemi, perdonatemi, ho forse detto qualcosa che non risponda al vero? E Catone, senza arretrare minimamente, alz il tono della voce per farsi udire nonostante le ingiurie che i suoi nemici gli stavano scagliando addosso. Non  forse vero che il giovane senatore  stato catturato dal nemico? Non  forse vero che ha attraversato una falange nemica prima che la posizione fosse stata messa in sicurezza? Sono menzogne, le mie, o  la verit? Per, mi raccomando, che sia il benvenuto! Sollev una mano per chiedere un momento di pausa, una tregua. Gli insulti calarono e ognuno torn al proprio posto. S, forse mi sono addentrato in territori confusi e ci non  pertinente con il discorso che volevo fare oggi per dare il benvenuto a un nuovo senatore. Il silenzio parve essersi ristabilito e Catone non esit ad approfittarne per tornare ad attaccare il suo avversario. Bene, Publio Cornelio Scipione, dunque tu sia il benvenuto; spero che la tua giovane et, la tua inesperienza e la tua stoltezza non intacchino un solo angolo di questa sala, perch solo cos il Senato di Roma potr continuare a decidere saggiamente riguardo al futuro di questa grande Repubblica. Infine, ceterum censeo Carthaginem esse delendam [credo che Cartagine debba essere distrutta].
Cos, tra insulti e applausi rilasciati in egual misura, Marco Porcio Catone abbandon sorridente e rilassato il centro della Curia Hostilia. Non solo era stato efficace ma si era pure divertito come non accadeva da tempo. Con un solo intervento aveva ridicolizzato il figlio di colui che fino a poco tempo prima era stato il suo pi acerrimo nemico, e allo stesso tempo si era preso una rivalsa per quell'assurda votazione persa contro Gracco. A quest'ultimo dedic un'occhiata gelida mentre faceva ritorno al suo posto, come per dirgli che ti sia ben chiaro chi comanda qui; hai vinto quella votazione, quando Scipione era ancora vivo, ma ora non ti rimane altro che il fantoccio di una famiglia che ormai non vale pi nulla, a parte suo zio, condannato e liberato per un patto che non si ripeter mai pi; nessuno ti seguir pi contro di me, Gracco, che ti sia ben chiaro.
Tiberio Sempronio Gracco interpret perfettamente il senso di quello sguardo, inspir profondamente, come il resto degli alleati degli Scipioni, e si rammaric di nuovo che il giovane senatore non si fosse presentato con pi vigore. Un contrappeso a Catone era ci che sarebbe servito, e lui, Gracco, da solo, non era sufficiente. Adesso quella era la Roma di Catone. Non ci si poteva fare pi nulla. Cominci allora a riflettere su come descrivere quel dibattito nella maniera meno penosa possibile a sua moglie, perch non soffrisse eccessivamente per l'indiscutibile sconfitta del fratello in Senato. Non si sarebbe votato quello stesso giorno, per si sarebbero predisposte le forze per il futuro, e Catone aveva ovviamente ottenuto il risultato che voleva.
Publio Cornelio Scipione guardava a terra. Era l'immagine stessa della sconfitta. Era come Antipatro a Magnesia, quando era stato battuto dagli arcieri di Pergamo; solo che lui, Publio, non aveva nemmeno avuto modo di cominciare la battaglia. Sentiva contorcersi le viscere. Le parole di Catone, la sua interminabile sfilza di insulti e umiliazioni, si mescolavano al ricordo delle parole di suo padre sul letto di morte: Il tuo compito, figlio,  di combattere in Senato, con le parole, uno strumento che sai maneggiare meglio di me. Il vecchio Iceta, il vostro pedagogo, elogiava sempre la tua retorica, e io invece, accecato com'ero, mi preoccupavo solo del tuo addestramento militare con Lelio. Per Catone, figlio mio, Catone mi ha sconfitto con le parole. E tu, con le tue parole, sei riuscito a influenzarmi, quella notte fatale nella quale sarei stato capace di mandare tutti noi all'inferno. S, figlio, furono le tue parole a convincermi pi di ogni altra cosa. Pi di quanto tu possa immaginare. Sai parlare bene. S. Questo  il tuo dono. Tu devi fare ritorno a Roma, al Senato, occupare il mio posto nell'edificio della Curia, e contrattaccare da l. E a tutto ci si aggiunse anche il ricordo del commento pronunciato da Annibale: Ci sai fare con le parole, figlio di Scipione. Non so se lo sei anche sul campo di battaglia, ma nel parlare sei abile. Forse, in questo, sei pi abile di tuo padre; forse  questa la tua vera arma, e non la spada.
Ora, dopo tutti quegli anni, dopo tutte quelle sconfitte sul campo di battaglia, l dove mai era stato all'altezza di suo padre, non gli rimaneva che comprovare se i due grandi generali avevano avuto ragione. Publio Cornelio Scipione si alz deciso e se avesse avuto una spada in mano l'avrebbe fatta roteare di trecentosessanta gradi tracciando un circolo invisibile, per annunciare che uno Scipione stava entrando in combattimento. Fece qualche passo avanti. Chi aveva ragione al suo riguardo, Scipione e Annibale o quel maledetto censore di Roma?
Mi piacerebbe, presidente, rispondere al breve discorso di benvenuto del senatore Marco Porcio Catone.
Pur non essendo una richiesta del tutto regolare, il presidente non aveva motivo di negare la parola al nuovo senatore; tuttavia, cauto e consapevole di chi fosse il pi potente in Senato, guard Catone con una certa reticenza. Il censore si rese conto di essere osservato da tutti. Negare la parola al giovane Publio sarebbe equivalso a dimostrare un'inutile debolezza. Quel ragazzo non avrebbe potuto dire nulla in grado di scalfire anche solo minimamente la forza della sua posizione, avrebbe solo finito per essere sbeffeggiato ulteriormente dai patres conscripti. Non sarebbe risultato altro che la sceneggiata pubblica di un superbo e dolente giovane che si mette in ridicolo con le sue stesse mani. Che parlasse pure. Se il ragazzo voleva scavarsi la fossa da solo, che lo facesse.
Catone assent lievemente e il presidente concesse la parola a Publio, il quale, ancora una volta, si diresse al centro della sala, ma questa volta con passi decisi e un atteggiamento assai pi convinto.
Grazie a Catone per le sue gentili parole. S, il mio  il nome di Publio Cornelio Scipione. Ho udito molte risate oggi, riferite a questi praenomen, nomen e cognomen, ma vi assicuro che i nostri nemici a Carthago Nova, Ilipa, Baecula, Utica, presso i Campi Magni, a Zama o Magnesia non ridono tanto quando odono anche solo sussurrare questi nomi. No, nessuno di loro osa ridere. E nemmeno osano ripetere quei nomi a voce alta. Dall'Hispania fino all'Oriente il nome di Publio Cornelio Scipione mette a tacere il mondo, proprio nello stesso modo in cui in questa sala ora  calato il silenzio. Con questa potente partenza, catturata l'attenzione di tutti, il giovane Publio si rivolse direttamente a Catone, che continuava a guardarlo con evidente sdegno. S, grazie all'onorevole Catone per le sue parole, anche se, forse per la mia inesperienza, se quello era un discorso di benvenuto non oso immaginare come sar un attacco da parte sua. Le risate da parte dei suoi alleati furono inevitabili, cos come, con preoccupazione di Catone, che sembrava avere occhi anche dietro la nuca, alcuni sorrisi apparsi sul volto degli avversari degli Scipioni. Era stato un esordio divertente, da tempo nessuno sembrava pi possedere il senso dell'umorismo in quell'aula. Il giovane senatore continu a parlare. Mio padre mi aveva avvertito: in Senato c' chi, perfino quando intende adulare, finisce per sputare saliva. A questo punto i sorrisi sui volti dei seguaci di Catone scomparvero e cominciarono gli insulti. Chiedo scusa, chiedo scusa, per tutti gli di, forse sono stato volgare e inopportuno? Dev'essere per la mia inesperienza, la mia giovane et, la mia stoltezza. Per suppongo che se perfino qualcuno di tanto esperto come il senatore Marco Porcio Catone pu commettere una svista, come il riferirsi a qualcuno della mia famiglia con l'appellativo di carne fresca, allora  assai probabile che io, giovane e ingenuo, commetta tali errori e dica le cose sbagliate, come per esempio che dove passa il nostro caro e onorevole Catone le ribellioni spuntano come funghi, a causa della sua imperizia e incapacit di governare una provincia, cos, come noi tutti sappiamo,  successo in Hispania. Gli insulti si tramutarono in un brutale vociare, per Publio continu gridando a pieni polmoni, e quelli erano polmoni forti e giovani. S, in Hispania, dove mio padre ottenne conquiste e alleanze che Catone  riuscito a demolire, e da dove ora non giungono pi l'oro e l'argento dalle miniere che prima rifornivano le nostre arche. Una grande vittoria davvero, generale.
E fece una pausa, mentre il presidente tentava inutilmente di far tacere lo schiamazzo incontrollabile dei seguaci di Catone. Publio ne approfitt per girarsi e lanciare un'occhiata verso il suo gruppo: suo zio Lucio, Emilio Paolo, Silano, tutti lo osservavano con gli occhi spalancati, sorpresi, ammirati e grati. Inspir con forza e si volt di nuovo per tornare all'attacco contro i suoi nemici, che nel frattempo avevano ridotto il volume delle imprecazioni.
Perdonatemi, chiedo scusa a tutti i patres conscripti. Evidentemente questo giovane senatore ha commesso un'altra svista. La ribellione in Hispania forse ha origine in un'altra causa della quale non siamo a conoscenza.
Gli animi si calmarono un poco, ma Catone, a denti stretti, stava ben attento a ogni parola. Non sapeva se sarebbe stato meglio interromperlo o lasciare che quell'imbecille finisse il suo discorso. Non riusciva ancora a capire se fosse stupido o pazzo, o peggio ancora.
Che cosa voleva ricordarmi Catone con il suo discorso? Che io non sono come mio padre? Certo che no. N io n Catone, n nessun altro in questa sala, dove abbondano gli uomini valorosi,  come mio padre. Non c' nessuno in questa sala, nonostante tutto il coraggio che qui si riunisce, che possa anche solo esser degno di allacciare i sandali a Publio Cornelio Scipione, l'Africanus. E questo lo sanno bene sia coloro che siedono da questo lato della Curia... e indic i suoi alleati ...sia coloro che siedono dall'altra parte. Voi tutti lo sapete. Che le mie parole non valgono perch non sono come mio padre, questa sembra essere la base dell'argomentazione del censore di Roma per screditarmi, quando ancora non ho nemmeno avuto occasione di difendere una legge o una mozione tra i miei rispettati patres conscripti. Gi, questo  ci che piacerebbe a Catone. Che io non parlassi mai pi. Per, sia come sia, io sono vivo, io esisto, io sono uno Scipione, anche se molto pi debole e fiacco di mio padre sul campo di battaglia, come chiunque altro presente in questa sala. Per oggi io mi trovo qui, al mio primo giorno in Senato, e mi aspetto che ognuno di voi, patres conscripti, mi giudichi per i miei interventi e non attraverso l'evidente pregiudizio di un altro senatore, per quanto onorabile. No, lasciamo che siano i miei discorsi a fare in modo che si voti contro o a favore delle mie idee, e non le parole cariche d'invidia nei confronti di mio padre da parte di chi non desidera la mia presenza qui. Di nuovo emersero mormorii tra gli uomini di Catone. Gi, qualcuno che non solo non mi vuole qui, ma che non ha esitato a condannare la mia famiglia cambiando tribunale e giudici fino a quando non si  ottenuta la sentenza che desiderava.
Catone si alz di scatto e fece un passo verso il giovane Publio. L'aula si ammutol di colpo e la mano di molti senatori scomparve sotto la toga. Anche Lucio Cornelio si alz, e lo stesso fecero Silano ed Emilio Paolo, tutti con le mani sotto le vesti. Il presidente deglut. Se avessero brandito le daghe sarebbe corso molto sangue quella mattina. Tuttavia, improvvisamente, il giovane Publio fece un passo indietro, non per timore ma per cautela, per essere pi vicino ai suoi nel caso in cui la parola non fosse pi stata l'unica arma a essere usata in quella sessione.
Chiedo perdono, chiedo perdono, venerabile senatore, forse ho di nuovo parlato a sproposito per colpa della mia inesperienza.
Catone si mantenne in piedi, circondato dai suoi. Tiberio Sempronio Gracco, in fondo alla sala, nel mezzo tra le due schiere di avversari, fu uno dei pochi a restare seduto, con una seria espressione in volto.
Io non ho nominato nessuno nell'ultima parte del mio intervento, nobile Catone continu Publio con calcolata ironia. Ho forse fatto il nome di colui che ha cambiato il processo, i giudici e il tribunale prima di condannare mio padre? Qualcuno lo ha forse udito? Ho forse offeso qualcuno?
L'inesperienza non  una giustificazione per lanciare insinuazioni di questo tipo disse seccamente Catone senza nemmeno chiedere il permesso di intervenire al presidente, il quale si limitava nel frattempo a pregare tutti gli di di Roma perch quella sessione terminasse il prima possibile.
E sia, censore di Roma. D'ora in avanti moderer il mio linguaggio e mi riferir solo a ci che hai esplicitamente affermato nel tuo discorso di benvenuto.
E sia accett Catone, che torn a sedersi, e con lui tutti coloro che si erano alzati a entrambi i lati della sala, mentre le mani dei patres conscripti ricomparivano da sotto le toghe.
Sono Publio Cornelio Scipione e porto questo nome con rispetto. Se sono stato fatto prigioniero dal nemico? Certo, da Annibale in persona. Perdonate, qualcuno di voi ha avvertito un fremito di paura? Ebbene,  normale. Tutti noi abbiamo temuto Annibale, e quando dico tutti includo me stesso e anche il venerabile Catone, che sempre ci ricorda che Cartagine deve essere distrutta. Anche se, a dirla tutta, non sarebbe stato un male se Catone avesse distrutto Numanzia quando si trovava ai piedi delle sue mura; per suppongo che sia facile evitare di realizzare qualcosa di cos piccolo mentre si pretende che gli altri realizzino qualcosa di ben pi grande. Catone, che non era disposto a tollerare altri insulti, fu sul punto di alzarsi di nuovo, ma il giovane senatore cambi subito argomento e il censore si acquiet. S, io ebbi paura quando mi ritrovai da solo con Annibale, per, cari patres conscripti... e si avvicin a Catone fino a restare a soli due passi da lui ...chiunque avrebbe avuto paura. Tuttavia  curioso. Fece una pausa che amplificasse l'impatto delle parole seguenti.  davvero curioso che io non provi alcun timore qui, nella Curia. No, non posso provare alcun timore poich sono uno Scipione e sono sopravvissuto a un incontro con Annibale, e dopo questo niente e nessuno potr pi spaventarmi. Nella Curia Hostilia cal un silenzio sconcertante. No, questo giovane senatore non teme nessuno in questa sala. Qualcuno, come Marco Porcio Catone, potr ritenere che ci si debba alla mia inesperienza, alla mia stupidit. Ebbene, io rispondo di no: io non provo alcun timore perch ho imparato bene la lezione e so che esistono falangi ben pi terribili di quelle degli eserciti d'Oriente, perch so che una falange di patres conscripti capeggiata da Catone pu essere pi mortifera di tutti i catafratti dell'Asia. Quindi se anche i miei nemici in Senato mi aprissero ora un passaggio attraverso cui avanzare, io non lo attraverserei mai fin quando non fossi assolutamente certo che ognuno di loro sia stato prima sconfitto da una votazione contraria. Questa sar la mia forza, il mio destino, per questo sono qui, e ci star fino alla fine dei miei giorni. Publio Cornelio Scipione  morto sacrificandosi per le sue battaglie, ma il sangue degli Scipioni continua a fluire vivo, energico, pieno di forza e di aneliti, e la saggezza di generazioni scorre nelle mie vene, ed essa continuer a parlare attraverso di me, in questa sala, ogni giorno, a ogni sessione, anche se coloro che si vantano di aver sconfitto mio padre tenteranno di impedirmelo. Gi,  stata proprio una vittoria brillante: mandare in esilio un generale imbattibile, dopo tutte le vittorie che ha ottenuto. Cos tante vittorie che qualcuno ha convinto gli altri che rappresentava un pericolo per Roma. Per mio padre, prima di ribellarsi alla Roma che voleva cacciarlo, ha abbassato la testa, si  inginocchiato, ha accettato le ingiustizie e l'immeritato castigo. Adesso molti di coloro che hanno voluto cacciarlo lo rimpiangono e si pentono, seppur in silenzio, di aver appoggiato quella sentenza. E io, lo sapete tutti... e distolse lo sguardo dallo stupefatto Catone, che non cessava di serrare le labbra e i pugni con forza, per rivolgerlo verso tutti i senatori, posandolo su ognuno di loro ...sapete tutti che mi trovo qui per dar voce alla silenziosa vergogna che ha riempito cos tanti cuori a Roma. La cosa buona  che con la mia giovane et e la mia inesperienza militare non posso essere considerato un pericolo per lo Stato, e nessuno potr suggerire di esiliare anche me. Che curiosa contraddizione questa benedizione degli di: non possedere un glorioso passato sul campo di battaglia mi rende pi forte in Senato, di fronte alle tergiversazioni dei miei nemici politici. Questa mia affermazione dovrebbe far riflettere su come il Senato si  comportato durante le sue ultime sessioni. Dunque, guardando al futuro, il giovane Publio Cornelio Scipione occuper un posto in quest'aula, e se non sono mai stato in grado di brandire la spada con la stessa abilit di mio padre, vi assicuro che sapr affilare bene la lingua e le mie parole verranno scagliate come dure pietre per rivelare la verit e aiutare Roma in ogni momento della sua gloriosa storia a decidere tramite la saggezza e non il rancore. Poi, avvicinandosi nuovamente a Catone, concluse: Ti auguro una buona giornata, senatore Marco Porcio Catone; per quanto mi riguarda la mia  stata ottima, e sappi che se Cartagine verr mai distrutta, ci avverr per mano di uno Scipione.
Quindi, distogliendo lo sguardo, senza nemmeno voltarsi verso la presidenza, in mezzo a un'ondata di applausi che non si udivano dai tempi in cui Publio Cornelio Scipione padre vinceva le votazioni contro Massimo o lo stesso Catone, il giovane Publio torn al suo posto, dove fu ricevuto dai complimenti di Lucio Emilio, Silano e gli altri amici e familiari.
Dal lato opposto della sala, Marco Porcio Catone rifletteva se rispondere a quella lunga ed elaborata replica; per lui aveva preparato solo il discorso di benvenuto, e alla fine decise di reprimere i suoi impulsi. Erano previsti molti altri temi da trattare in quella sessione, e rispondere al giovane senatore non avrebbe fatto altro che attribuirgli eccessiva importanza. I dibattiti seguenti avrebbero fatto dimenticare a tutti quei discorsi iniziali.
Pur tuttavia, all'uscita dal Senato, furono proprio le parole di Catone, circondato dai suoi fedeli, a tradirlo, poich apparve chiaro che, nonostante i numerosi argomenti dibattuti quel giorno, la sua mente era ancora concentrata su un'unica questione.
Alla prima importante votazione lo isoleremo, isoleremo quel maledetto imbecille e bellimbusto di Scipione, e lo massacreremo. Alla prima votazione.
Tutti i suoi assentirono, senza sapere quanto il censore si sbagliasse. Si sbagliava e in fondo lui lo sapeva, perch se c'era qualcosa che Catone sapeva riconoscere era un buon oratore, soprattutto al suo primo intervento, anche se naturalmente non era disposto ad ammetterlo di fronte agli altri.
Per Castore e Polluce e tutti gli di! Quanto sarebbe stato meglio che Scipione padre avesse cominciato una guerra civile quella notte! Chi lo aveva convinto? Chi aveva convinto l'orgoglioso Africanus ad accettare una pena tanto umiliante come l'esilio? Se quella notte fosse cominciata la lotta armata, ora nemmeno uno Scipione sarebbe rimasto vivo. Chi lo aveva convinto? Intuiva la risposta e non gli piaceva. Non gli piaceva per nulla.
Tiberio Sempronio Gracco usc per ultimo dall'edificio della Curia. Passando per la piazza del Comitium incontr il giovane Publio che aveva un ampio sorriso stampato sul volto, circondato dai senatori amici che lo salutavano e si congedavano. Gli sguardi di Gracco e di Scipione si incrociarono. Non si dissero nulla, per Publio annu lievemente e il cognato gli restitu il saluto. Poi, senza fermarsi, prosegu per la sua strada. No, non erano amici, ma dopo quella lunga sessione, e soprattutto ricordando l'intenso dibattito iniziale, si rallegr di avere qualcosa di divertente da raccontare a sua moglie quella sera.

69. UNA VISITA SINGOLARE.
Alessandria
Maggio del 183 a.C.

Gaio Lelio pass un mese ad Alessandria, sulle rive del Nilo, in compagnia di Cassio. Fu come una parentesi, un intermezzo nella sua vita che decise di permettersi, che si concesse dopo tanti anni di lotta, di guerre. Quei placidi giorni lo aiutarono a fare chiarezza nella mente e a definire il suo futuro, un futuro senza Scipione, con un figlio a cui pensare, nella Roma di Catone.
Aveva vissuto un'intera vita al servizio di Publio Cornelio Scipione, non ne rimpiangeva un solo momento, e ora avrebbe vissuto solo per prendersi cura di suo figlio. Sarebbe stato un altro Gaio Lelio? Solo il tempo lo avrebbe rivelato. Aveva visto come Scipione aveva oppresso il suo stesso figlio perch diventasse uguale a lui. Da tutto ci aveva imparato una buona lezione: avrebbe lasciato che suo figlio fosse come desiderava essere. A ogni modo gli avrebbe insegnato a comportarsi da buon Romano, a difendersi. Lelio doveva mantenersi in salute ancora per qualche anno, finch il bambino non fosse cresciuto abbastanza per difendersi da solo. Poi avrebbe anche potuto dimenticarsi di tutto e lasciare che gli di lo conducessero all'Averno, per riposare, finalmente.
Ogni sera Lelio prendeva una sedia dalla casa di Cassio e la sistemava tra le banchine, passando il tempo in tranquillit, guardando le decine di navi che caricavano e scaricavano mercanzie provenienti da tutto il mondo. Gli piaceva pensare che presto si sarebbe trovato in altre acque, quelle del fiume Acheronte, per il viaggio definitivo; che si sarebbe ritrovato con Publio, con suo padre e suo zio, con Marco, Digizio, Valerio, Trebellio e tutti coloro che aveva lasciato indietro in ogni battaglia, in ogni combattimento. Per non era ancora il momento. Ancora no.
La sua mano afferr una lettera che era giunta da Roma. Cornelia gli confermava che il piccolo stava bene, per la giovane matrona diceva anche che ogni giorno chiedeva del padre. Lelio sapeva di non poter rimandare oltre il suo ritorno. Aveva gi predisposto ogni cosa con Cassio. Due giorni dopo sarebbe partita una nuova flotta scortata da varie quinqueremi verso Roma. Si sarebbe imbarcato su una di quelle navi.
Da dove era seduto, voltandosi indietro avrebbe potuto scorgere l'ampio viale che partiva dai moli; tuttavia Lelio preferiva mantenere lo sguardo sulla lunga linea dell'orizzonte che si espandeva oltre il faro di Alessandria, che proiettava la sua luce perennemente accesa per guidare le imbarcazioni di tutto il Mediterraneo che si avvicinavano a quelle coste. Per questo non si accorse di un uomo giovane, vestito con una tunica ellenica, che proveniva dalla strada camminando lentamente, voltandosi da una parte all'altra come se cercasse qualcuno.
Il giovane si ferm di fronte alla casa di Cassio e buss alla porta un paio di volte. I colpi secchi delle sue nocche contro il legno attirarono l'attenzione del vecchio ex console che si volt. Il giovane, a sua volta, fece un passo indietro e, in mancanza di risposta, si gir per guardarsi intorno, incrociando lo sguardo di Lelio. Il visitatore s'incammin allora nella sua direzione e quando si trov a pochi passi da lui gli parl in greco.
Non so se puoi aiutarmi. Cerco la casa di un tale di nome Cassio, un mercante romano. Mi hanno detto che l vive Gaio Lelio, generale di Roma.
Lelio lo guard senza rispondere. Sapeva che la sua presenza l non era passata inosservata, sapeva di essere oggetto delle conversazioni nelle taverne del porto; quindi non si sorprese che quell'uomo lo avesse trovato, per non aveva la minima idea del perch lo stesse cercando.
Il visitatore lo interpell nuovamente.
Parli il greco? Di fronte al silenzio di Lelio, il giovane fece spallucce e si volt per tornare sulla strada che lo aveva portato fin l.
Chi lo sta cercando? disse Lelio alzando la voce.
Il giovane si ferm e torn a situarsi a pochi passi da Lelio.
Sono Greco, Acheo. Sono in visita ad Alessandria. Sono venuto a consultare alcuni volumi nella Grande Biblioteca. Il mio nome  Polibio. Il giovane non era sicuro che tutte quelle spiegazioni venissero comprese, quindi decise di arrivare al punto. Mi interessa la storia. Vorrei conoscere l'uomo che fu il braccio destro di Scipione. Vorrei parlare con lui della guerra contro Annibale.
Lelio osserv attentamente il volto di quel giovane. Era il volto di un uomo sicuro di s, un poco abbronzato dal sole, con i capelli scuri; le sue mani erano delicate, se anche possedeva una spada non doveva usarla spesso. Sembrava pi portato alla letteratura o alla politica che alla guerra, tuttavia era di guerra che voleva parlare. Anche se la considerava un tema storico.
Sono io Gaio Lelio.
Il giovane Greco trattenne il respiro per un istante, poi esal l'aria lentamente.
 un vero onore conoscere personalmente Gaio Lelio. Sono giunto qui con la delegazione commerciale per negoziare il trasporto del grano in Grecia dall'Egitto, e ho conosciuto un altro Romano, Cassio. Abbiamo parlato degli ultimi avvenimenti e alle mie domande su Roma mi ha informato della presenza del generale romano ad Alessandria. Gli ho chiesto dove potevo trovarti. Questo  tutto. Se ti ho disturbato ti chiedo scusa e me ne andr.
Lelio continu a guardarlo attentamente. Di fronte a dove si trovavano c'erano dei sacchi di grano ancora da caricare su una nave mercantile ormeggiata. Fece un gesto per invitare l'ospite a sedersi su uno di quei sacchi. Polibio accett e si accomod. Il vecchio militare e il giovane Acheo restarono uno di fronte all'altro. Accanto a loro, l'acqua salata del mare si mescolava all'acqua dolce del Nilo.
Che cosa vuoi sapere? Come pu interessare a un Acheo una guerra accaduta anni fa?
Mi interessa molto, invece. Ritengo che questa guerra sia stata decisiva per plasmare il mondo in cui viviamo oggi. Dalla sconfitta di Annibale da parte di Scipione, Roma governa sul Mediterraneo, dall'Hispania fino all'Asia, e il suo potere continua a crescere. La storia mi ha sempre affascinato, e ancor di pi gli uomini che l'hanno forgiata. Scipione  stato uno di quegli uomini. Scusami se mi permetto di dirlo, ma provo una grande invidia per te, Gaio Lelio, che sei stato per tanti anni accanto a un uomo di questo livello. Ho intrapreso alcuni viaggi e ho annotato alcune informazioni su Annibale, e di Roma conosco moltissimo, ma ho pensato che se Gaio Lelio si trovava ad Alessandria, questa poteva essere la mia grande opportunit di apprendere i fatti direttamente da chi li ha vissuti in prima persona, da chi ha preso parte ai momenti salienti della storia recente.
Lelio inspir profondamente. Non sapeva se quelle parole fossero state pronunciate per adularlo, per l'interesse di quel giovane era evidente, e si rese conto che avrebbe fatto bene al proprio animo parlare con qualcuno delle eroiche campagne del passato.
Non saprei da dove cominciare disse. C' talmente tanto da raccontare che pare una storia impossibile da narrare. E io non sono mai stato bravo con le parole. A parte riferire rapporti militari, non sono in grado di riassumere o narrare i fatti in maniera interessante. Poi ripet: Non saprei da dove cominciare.
L'Acheo lo guard ammirato. Uno dei pi grandi generali del mondo era l, seduto di fronte a lui, vicino al Nilo. E conosceva il passato meglio di chiunque altro. Non poteva perdere quell'opportunit che il destino gli stava porgendo su un piatto d'argento.
Forse la cosa migliore  cominciare dall'inizio disse Polibio. Come hai conosciuto Publio Cornelio Scipione?
Come l'ho conosciuto? Lelio ripet la domanda mentre chiudeva gli occhi, e l'Acheo vide come la mente del grande generale tornava indietro nel tempo, a decine di anni prima, mentre pensava anche al presente: entro due giorni sarebbe ripartito per Roma, sarebbe tornato da suo figlio, per niente gli impediva di dedicare quegli ultimi giorni ad Alessandria a raccontare la propria storia vissuta insieme a Scipione. Senza contare che le memorie di Publio sarebbero potute andate perdute. In quel caso non si sarebbe mai saputo nulla dei fatti realmente accaduti. Sarebbe esistita solo la versione di Catone. Lelio sorrise e riapr gli occhi. S, doveva raccontare la sua storia. Mi confess che aveva paura di entrare in combattimento. Questo mi disse Scipione. Lui, che avrebbe conquistato l'Hispania, l'Africa e l'Asia, mi confess di avere paura a lottare. All'epoca era appena un ragazzo di diciassette anni. S, hai ragione, giovane Acheo. La cosa migliore  cominciare dal principio.

EPILOGO. Anno 48 a.C.
(135 anni dopo la morte di Publio Cornelio Scipione, Africanus)
L'INCENDIO DI ALESSANDRIA.
Egitto
9 novembre del 48 a.C.

La regina Cleopatra VII, ultima discendente di Cleopatra I, che fu moglie del faraone bambino Tolomeo V all'epoca, ormai lontana, di Scipione, stava risalendo in fretta e furia la scalinata del palazzo. I soldati egizi della sua guardia personale, tenuti a scortarla lungo tutti i gradini di quella lunga scalinata, appesantiti dalle corazze e spade e lance, non riuscivano a starle dietro.
La regina raggiunse in fretta l'ampia terrazza dalla quale si scorgeva l'intera citt. L si trov di fronte la figura di Giulio Cesare che si stagliava contro la luce che emergeva dall'incendio divampato ad Alessandria.
La Biblioteca! La regina faticava a parlare. Era rimasta senza fiato dopo aver corso su quell'infinita scala fino in cima, per il disastro che si ritrov davanti era di proporzioni tali che non pot evitare di urlare: Per Osiris, la Biblioteca di Alessandria  in fiamme!.
Lo so rispose Cesare serio, con voce tesa. Ho ordinato io ai miei uomini di appiccare l'incendio.
Sono stati i tuoi uomini a provocarlo?
Cesare esit un istante prima di rispondere. Prima di farlo distolse lo sguardo dalla regina e lo volse di nuovo verso le fiamme che stavano distruggendo la zona portuaria della citt.
S, i miei stessi uomini. Ho anche ordinato loro di tentare di evitare che l'incendio raggiunga la Biblioteca. Dovevo dar fuoco alla flotta inviata dai generali che appoggiano tuo fratello. Non c'era altro modo per difendermi. Per ora stanno bruciando solo i magazzini del Museo, riusciremo a spegnere l'incendio prima che raggiunga la Biblioteca.
La regina si avvicin al potente generale romano e osserv la disgrazia che stava devastando la sua citt, scrollando la testa in silenzio.
Cesare doveva difendersi dall'arrivo dei soldati inviati da Tolomeo, che se fossero riusciti a sbarcare avrebbero preso il controllo della citt e circondato il palazzo, per quell'incendio... Forse Cesare aveva ragione e sarebbe riuscito a contenere il disastro. Forse le opere conservate nella pi grande biblioteca del mondo non sarebbero state distrutte. La regina d'Egitto pianse amaramente, con gli occhi e con il cuore. Il suo paese si stava dissanguando in una guerra civile e le fiamme stavano divorando il suo pi prezioso tesoro. Chiuse gli occhi e preg Osiris e tutti gli di dell'Egitto.
Il bibliotecario di Alessandria correva lungo le numerose sale della biblioteca che il re Tolomeo I aveva fondato nella citt del Nilo pi di due secoli prima. Alla sua et, quasi cinquant'anni, poco abituato all'esercizio fisico, ansimava e sudava come un animale in procinto di essere sacrificato. Poi, come se non bastasse, cominci a tossire. Il fumo stava invadendo tutto. Attravers le aule dedicate agli immortali filosofi greci, poi quelle dedicate agli studi delle lettere, dove not che proprio nel suo angolo preferito, su un grande scaffale sulla destra, erano ancora presenti i voluminosi rotoli di Fileta intitolati Glosse Miscellanee, dedicati alle parole greche pi antiche, un supporto inestimabile per leggere Omero, anche se piuttosto confuso. Di fianco, vide che c'erano anche i rotoli di un'opera simile di Zenodoto, che per recava le parole classificate in ordine alfabetico: un'idea geniale del primo dei bibliotecari di Alessandria, che rendeva assai semplice localizzare qualunque termine. Che avrebbe pensato Zenodoto se avesse assistito a ci che stava accadendo?
Respirava a fatica ma continuava ad avanzare lungo le stanze. Non ebbe il tempo di controllare se le opere del grande Aristofane di Bisanzio, uno dei suoi predecessori nella biblioteca, fossero ancora l o se fossero state spostate nella zona del Museo, vicino ai magazzini portuali. La regina Cleopatra aveva infatti deciso di regalare ai Romani, quei maledetti Romani che avevano provocato l'incendio che ora stava minacciando migliaia di scritti, alcuni degli esemplari pi preziosi della Biblioteca, a dimostrazione della riconciliazione con il nuovo potere di Roma, ovvero il grande Giulio Cesare, e i testi scelti erano stati portati nel Museo.
Il bibliotecario dovette fermarsi un momento. Si appoggi a uno degli scaffali e constat amareggiato che le ceste dov'erano conservate le opere del magnifico geografo Eratostene erano vuote. Grazie a Zeus, i poemi di Esiodo, Pindaro e altri poeti erano ancora l. Per le mappe di Eratostene non potevano andare perdute. Riprese la marcia oppresso dal senso di responsabilit. Aveva dato appuntamento a tutti gli assistenti di fronte alle porte che davano accesso al Museo, da dove provenivano le fiamme. Giulio Cesare, preoccupato per le rivolte da parte degli Egizi contro il generale straniero considerato un avido usurpatore, e alimentate dal fratello di Cleopatra, aveva reagito violentemente, ordinando d'incendiare la flotta egizia. Militarmente l'azione era stata un successo, per le fiamme dalle navi si erano estese ai moli del porto, e da l al Museo della Biblioteca dove si conservavano migliaia di rotoli ancora da classificare, oltre alle opere che la regina voleva regalare ai Romani.
La cosa essenziale era preservare la Biblioteca e salvare il possibile nel Museo. Il bibliotecario aveva le idee chiare, ma gli mancava il respiro e sapeva che senza le sue istruzioni gli assistenti non avrebbero saputo che fare per difendere la Biblioteca e salvare i manoscritti pi importanti. L'uomo ripass lo sguardo sui vari scaffali mentre avanzava nella sua perlustrazione. Le opere di Eschilo ed Euripide erano ancora l, per fortuna.
I Pinakes, per tutti gli di! I Pinakes!
Il bibliotecario riusc a trovare l'energia necessaria per continuare a correre, ricordando che i Pinakes di Callimaco, l'opera contenente la pi esaustiva classificazione degli scrittori greci del mondo antico, scritta su un centinaio di tavolette che raccoglievano informazioni su ogni autore, era stata anch'essa portata al Museo perch alcuni rotoli rovinati dall'umidit e dal tempo fossero restaurati. Adesso si trovava alla merc delle fiamme. Come avrebbero fatto a classificare le opere restanti senza pi possedere i riferimenti contenuti in quelle tavolette di Callimaco? Gi da tempo avrebbero dovuto crearne delle copie, ma c'era sempre stato troppo da fare, e pochi uomini a disposizione...
Raggiunse infine l'ultimo corridoio e apr la porta della Biblioteca di Alessandria. Davanti a lui si materializz il pi terribile dei suoi incubi: la furia delle fiamme fuoriusciva da tutte le finestre superiori del Museo; il fumo avvolgeva l'intero edificio, risalendo verso il cielo come una torre distruttrice, con conseguenze inimmaginabili per l'umanit. Ai piedi della scalinata d'accesso, una ventina di assistenti, pallidi, spaventati, desolati, lo attendevano. Non era il momento per le lacrime o le lamentele. Il bibliotecario si rivolse a tutti come un generale prima della battaglia.
Dividiamoci in gruppi di tre. Il primo guider gli altri due, abbattendo gli ostacoli e aprendo il cammino. Quelli dietro devono raccogliere quanti pi rotoli possibili. Avete portato le ceste umide e i panni bagnati?
S, bibliotecario, abbiamo portato tutto rispose uno degli assistenti pi esperti.
Bene. Per il momento il danno che l'umidit pu causare agli scritti  l'ultimo dei nostri problemi. Mettete i volumi nelle ceste, chiudete ogni cesta con un panno bagnato per proteggerli dalle fiamme e dal calore, e copritevi il viso con un altro telo bagnato. Dobbiamo assolutamente salvare i Pinakes di Callimaco, le mappe di Eratostene, le opere di Aristofane e quelle di Zenodoto.  tutto chiaro?
Gli assistenti annuirono e si misero all'opera, per uno dei pi giovani si avvicin al bibliotecario, nervoso, con le mani sudate. L'anziano vide che stava andando nel panico, per la confessione del giovane rivel una ben pi profonda disperazione.
Dobbiamo salvare anche i due libri di poetica di Aristotele, il mio maestro. Mi avevi incaricato di ricopiarli, per c'era troppa poca luce nella sala della biblioteca e cos li avevo portati nel Museo. Mi dispiace, mi dispiace...
Il bibliotecario ebbe l'impulso di strangolare con le proprie mani quell'insensato. La Poetica di Aristotele! Tuttavia non c'era tempo per i rimproveri. Lo avrebbe punito pi tardi.
Dove sono?
Nella sala dei testi romani.
Negli ultimi anni i bibliotecari che avevano preceduto il bibliotecario generale di Cleopatra avevano raccolto i testi romani provenienti dall'emergente Roma e li avevano raggruppati con altri provenienti dalla stessa citt giunti ad Alessandria in periodi storici differenti. Non considerandoli troppo importanti, il bibliotecario aveva ordinato di trasferirli in una sala del Museo con grandi finestre, proprio dove l'umidit proveniente dai moli era maggiormente insidiosa, per lasciare spazio, all'interno della biblioteca, ad altri testi greci di valore superiore. E quello stupido aveva osato portare la Poetica aristotelica proprio in quel luogo funesto.
Tu verrai con me, e prega gli di di riuscire a salvare la Poetica, entrambi i libri, oppure ordiner che ti gettino vivo tra le fiamme dell'incendio. Tu e tu, accompagnateci.
I gruppi si addentrarono nel Museo. Non appena ebbero aperto le porte li accolse un'ondata di fumo con la sua mortale carica asfissiante.
A terra, a terra! Strisciate se serve, per entrate, maledetti, entrate! Il bibliotecario gridava i suoi ordini e due gruppi entrarono nel Museo, ma i restanti, troppo terrorizzati, restarono sulla porta. Maledetti codardi, siate tutti maledetti! esclam allora lui e, senza esitare oltre, entr anche lui a carponi.
Solo il giovane assistente disgraziato, colui che aveva trasferito la Poetica, lo segu, forse spinto dalla straordinaria forza del senso di colpa.
Nel frattempo, all'esterno, centinaia di legionari si erano radunati intorno al Museo e avevano formato lunghe file attraverso cui si passavano otri colmi d'acqua per tentare di contenere l'incendio nella zona del Museo. Il lavoro stava dando i suoi frutti: la Grande Biblioteca sembrava salva dalle fiamme, per il Museo era perduto. Perduto per sempre.
Tossendo, coprendosi le narici con i panni umidi, con gli occhi lacrimanti e quasi accecati, il bibliotecario e il suo assistente raggiunsero la sala del Museo dalle grandi finestre a lato dei moli del porto di Alessandria.
Dove so... no...? domand il bibliotecario appoggiandosi alla parete opposta a quella finestrata, dove le fiamme stavano consumando i muri.
Il giovane si trascin vicino a un tavolo ricolmo di rotoli, proprio sotto a una delle grandi finestre, e indic una collezione di scritti che il bibliotecario riconobbe immediatamente.
Hai portato le ceste?
Il ragazzo apparve terrorizzato.
Le ho perdute, maestro rispose tra le lacrime dovute sia al fumo sia al proprio avvilimento.
Il bibliotecario lo avrebbe ammazzato l su due piedi, ma non ce n'era il tempo. Si guard intorno. Forse poteva lanciare i rotoli fuori dalla finestra. Spinse il tavolo alla parete e si sollev. Una feroce lingua di fuoco gli bruciacchi un po' di capelli sulla testa.
Il fuoco sta salendo dalle pareti esterne. Non possiamo lanciare fuori i rotoli da qui o s'inceneriranno ancor prima di toccare il suolo. Inoltre tutti gli edifici esterni stanno ardendo e la finestra non d sulla strada ma sui tetti delle case in fiamme. Siamo perduti. Il bibliotecario non si riferiva a loro stessi, cosa che gli pareva superflua, ma ai volumi della Poetica di Aristotele che sarebbero andati persi per sempre.
Ho dei panni umidi, maestro:  tutto ci che ho disse il giovane assistente, e da sotto la tunica tir fuori i panni ancora bagnati.
Il bibliotecario spalanc gli occhi, afferr i panni e li stese a terra. Poi prese i rotoli del primo libro della Poetica, quello dedicato alla tragedia e all'epica, e li avvolse nel panno come una madre avvolge il proprio neonato nelle coperte. E ripet la stessa operazione con i vari rotoli del secondo libro, quello sulla commedia e la poesia giambica. Ogni involto risult abbastanza voluminoso dovendo contenere vari rotoli e richiedeva un braccio per poterlo trasportare. Con entrambe le braccia occupate non avrebbe avuto modo di aprirsi il cammino. Era furioso con l'aiutante, per il giovane aveva per lo meno dimostrato coraggio e lealt confessando la propria stoltezza e accompagnandolo fin l attraverso quell'inferno. La ragionevolezza ebbe la meglio.
Prendi disse passando all'assistente l'imballo contenente i rotoli di Aristotele sulla tragedia e l'epica. Corri, corri e salvali. Io ti seguir. Corri, per Eracle, mettili in salvo. Non badare a me. Non guardarti indietro.
Il giovane si sistem l'involto sottobraccio, si inginocchi e cominci a gattonare verso l'uscita della grande sala. Il bibliotecario rimase all'interno, scorrendo velocemente con gli occhi lacrimanti per il fumo le etichette di decine, centinaia di rotoli stipati su quegli scaffali, uno contro l'altro per mancanza di spazio, e che ora sembravano farsi ancora pi vicini per il terribile destino che li attendeva. Cercava gli scritti romani pi antichi, conoscendo il valore inestimabile che avevano per i molti storici che giungevano ad Alessandria. In particolare, cercava le memorie di un antico generale romano del passato, un tale Scipione, che si era sempre dimostrato favorevole a promuovere la cultura greca a Roma e che aveva vissuto la fine dei suoi giorni in esilio, condannato dai suoi stessi concittadini, selvaggi e ignoranti. Quella era una specifica istruzione tramandata da bibliotecario in bibliotecario, dai tempi di Aristofane di Bisanzio: conservare le memorie di quel generale romano.
I suoi occhi si bloccarono. Eccole l. Allung la mano libera e afferr uno dei rotoli sullo scaffale dall'angolo pi lontano dalle fiamme.
Memorie di Publio Cornelio Scipione, Africanus lesse con un certo sforzo.
Erano scritte in greco. Si trattava di un lungo rotolo ripiegato varie volte. Scipione. Un Romano che aveva difeso la diffusione della cultura ellenistica e che aveva scritto in greco meritava di essere salvato dalle fiamme; anzi, era sicuramente l'unico Romano che meritasse di essere salvato quella notte, soprattutto perch Aristofane di Bisanzio si era preoccupato di lasciare quell'ordine ai posteri. Il bibliotecario per non aveva pi panni umidi e non era disposto a concedergli quelli con cui aveva avvolto i testi di Aristotele. Afferr dunque i rotoli del Romano con la mano libera, nella speranza che non si bruciassero del tutto durante la fuga dall'edificio.
Avanz lungo i corridoi pieni di fumo. Si pieg su se stesso ma non poteva avanzare a quattro zampe, con le mani occupate. Era uno sforzo insostenibile per il suo vecchio corpo malandato e il fumo gli impediva di tenere gli occhi aperti. Ben presto si sent male per l'eccesso di fumo e calore, s'inginocchi e cominci a vomitare con secchi spasmi. Dopo un poco il dolore pass e lui riprese ad avanzare piegato sulle gambe, appoggiandosi alla parete del lungo corridoio che conduceva all'uscita del Museo.
All'improvviso croll una trave dal soffitto e gli cadde sulla schiena. Il vecchio si accasci a terra. La testa colp la pietra, si ud uno scricchiolio e l'uomo rest immobile, senza poter pi avvertire il proprio corpo. Dopo qualche istante, ud la voce dell'assistente che era tornato indietro per aiutarlo.
Resisti, maestro, resisti, ti porter fuori di qui diceva il giovane sforzandosi di spostare la trave che immobilizzava il corpo del bibliotecario.
Lasciami perdere, ragazzo... I rotoli di... di Aristotele...? domand il ferito senza curarsi della propria tragica condizione.
Sono in salvo, maestro.
Allora prendi questo pacco con il secondo libro della Poetica ed esci da qui prima che l'intero edificio ti crolli sulla testa!
Ma... maestro...!
Prendilo, maledizione... ed esci da qui... tu che puoi farlo! Io non conto, io non conto nulla... questi rotoli contengono le parole di uno dei pi grandi saggi mai esistiti! Io non merito i tuoi sforzi... questi rotoli s!
Il giovane prese l'involto, lanci uno sguardo disperato al maestro schiacciato da quella pesante trave fumante, si alz e si allontan correndo. Aveva deciso di mettere in salvo gli scritti di Aristotele e poi tornare indietro con altri assistenti per liberare il bibliotecario da quella micidiale trave e salvarlo dalle fiamme. Raggiunse l'uscita tossendo come un pazzo, sputando cenere dalla bocca. Cadde in ginocchio stremato e i compagni lo aiutarono a distendersi per recuperare fiato. Poi tent di parlare, ma aveva la gola troppo secca e non smetteva di tossire. Nessuno lo capiva.
Uno dei compagni prese l'involto che teneva ancora in mano e lo mise al sicuro vicino alle altre opere che avevano potuto salvare. Non molte, poich i rotoli di Zenodoto, i Pinakes di Callimaco, le opere di Aristofane e molte mappe di Eratostene erano andati persi per sempre, cos come la maggior parte dei documenti provenienti da Roma. Restava la consolazione di aver salvato tutti i volumi della Poetica di Aristotele. Almeno per il momento, poich in quel mondo continuamente minacciato dalle guerre, chi poteva prevedere cosa sarebbe accaduto a ci che si era salvato in quella tragica notte?
E il maestro? domand uno degli assistenti al giovane, il quale, con uno sforzo sovraumano, interruppe la sua interminabile tosse e riusc a pronunciare alcune parole.
Nel corridoio centrale, vicino... all'uscita... una trave... caduta... Non riusc a continuare, ma fu sufficiente.
Un gruppo degli assistenti pi coraggiosi, coloro che erano entrati per primi nel Museo pur riuscendo a salvare solo poche opere minori, poco importanti rispetto al tesoro che era andato in fiamme, avanzarono verso la porta per andare a riprendere il maestro. Ma ormai era troppo tardi. Nessuno poteva pi entrare. Non si poteva pi fare nulla.
All'interno il bibliotecario di Alessandria si guarda la mano vuota e sorride. Aristotele si  salvato. Un istante di felicit prima della terribile morte che si avvicina. Respira a fatica. Gli gira la testa. Vede nell'altra mano lo spesso rotolo dell'antico generale di Roma, ormai fumante per il calore e prossimo a essere inghiottito anch'esso dalle fiamme.
Nella confusione mi sono dimenticato di te... buon Romano mormora il bibliotecario rendendosi conto del suo errore, offuscato com'era nella fretta di salvare Aristotele.
La mano del vecchio perde forza, si apre, e lo scritto intitolato Memorie di Publio Cornelio Scipione cade al suolo rotolando non molto lontano dall'uomo che ha tentato di salvarlo. Girando su se stesso, dispiega il suo contenuto, di parole, storia e sentimenti.
Gli occhi del bibliotecario, ormai in fin di vita sotto la trave, incapace di sfuggire alla morte, riescono a fare l'unica cosa oramai permessa a quel corpo immobile: leggere. Le fiamme si avvicinano tanto al lettore quanto al testo che sta leggendo, e cos, ironicamente, gli offrono la luce sufficiente per decifrare ogni parola, ogni frase, dell'ultimo paragrafo delle memorie di quell'antico Romano.
La febbre  risalita. Mi duole tutto il corpo, ma so che presto questo dolore terminer. Forse questa stessa notte. Mi sono alzato per scrivere il mio ultimo pensiero: dopo tutto ci che ho scritto appare ironico, dopo tutta una vita a combattere contro Annibale appare assurdo, ma credo che se Annibale e io fossimo stati entrambi Romani o entrambi Cartaginesi, saremmo stati grandi amici. Grandi amici. Questo  un mondo strano.
Il bibliotecario cessa di respirare. I suoi occhi aperti, ancora posati sul testo che si sta consumando, non possono pi leggere le parole finali di un papiro che si sta trasformando in cenere, disintegrandosi fino a scomparire nel fumo silenzioso mosso dal ruggito dell'incendio. Le ultime parole del testo scompaiono nel fuoco come lontane vestigia di un tempo che fu, finito per sempre.
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FINE.
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APPENDICI
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NOTA STORICA.
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Le memorie storiche di Scipione sono andate perdute. Non si sa dove e come scomparvero, ma l'incendio nella Biblioteca di Alessandria provocato dall'attacco contro la flotta egizia di Tolomeo XIII  un fatto storico reale. Le memorie erano conservate l? Ci che non  chiaro  la quantit effettiva di rotoli bruciati in quel disastro e se le fiamme avessero distrutto l'intera Biblioteca o solo il Museo vicino ai moli del porto. In ogni caso, le notizie che ci sono giunte sulla vita di Publio Cornelio Scipione provengono in gran parte dallo storico greco Polibio.
 possibile che Polibio si trovasse ad Alessandria durante il periodo narrato nel romanzo, giunto l attraverso un'ambasciata greca che doveva incontrare il faraone d'Egitto, anche se alcune fonti sostengono che quell'ambasciata fu cancellata a causa della morte del faraone Tolomeo V Epifane. Ci che invece risulta certo  che, anni dopo, Polibio sar consegnato come ostaggio ai Romani dopo la repressione della rivolta della lega achea. Grazie alla sua elevata cultura ottenne la fiducia di Lucio Emilio Paolo che lo scelse come tutore dei suoi due figli, i quali diventeranno Quinto Fabio Massimo Emiliano e Publio Cornelio Scipione Emiliano, come si spiegher a breve. Con gli anni, Polibio si guadagn il favore del circolo degli Scipioni e in questo modo, tutelato da Scipione Emiliano, avrebbe avuto accesso alla biblioteca personale di Scipione l'Africano, ai suoi scritti e, soprattutto, alle testimonianze dirette di molti tribuni e ufficiali che combatterono insieme a lui, specialmente Gaio Lelio.
I testi di Polibio sulla guerra in Iberia, su Annibale e su Scipione, sono la base sulla quale gli storici, da quelli della Roma antica fino ai pi recenti, hanno elaborato varie versioni sull'epoca che ci sono giunte fino a oggi. Tito Livio, Appiano e Plutarco, tra gli altri, hanno integrato le informazioni di Polibio con dati rilevanti sugli altri grandi personaggi coinvolti nella vicenda di Scipione, per forse con meno obiettivit rispetto a Polibio.
Tiberio Sempronio Gracco divent uno degli uomini pi potenti della Repubblica romana dopo l'esilio di Scipione. A lui si deve la riappacificazione temporanea in Hispania, dove, dopo una vittoriosa campagna, ottenne un accordo con le trib celtibere che garant per vari anni la pace nella regione e un trionfo in suo onore a Roma. Si dimostr quindi, ancora una volta, che in Hispania le negoziazioni politiche ottenevano pi successo, com'era avvenuto con Scipione, rispetto a cruente campagne come quella di Catone.
Riguardo al matrimonio tra Tiberio Sempronio Gracco e Cornelia Minore tre dati sono accertati: che ebbe luogo, che fu un matrimonio felice e che gener numerosi figli. Si parla di dodici figli, ma molti morirono durante la prima infanzia e solo di tre si conosce con certezza l'esistenza: Tiberio Sempronio Gracco, Gaio Sempronio Gracco e Sempronia. I due fratelli Gracco promossero una rivoluzione sociale sulla base di una grandiosa riforma agraria avvenuta a Roma a met del II secolo a.C. Una rivoluzione, questa, alla quale le classi patrizie non erano assolutamente preparate e che termin con duri scontri civili nelle strade di Roma, durante i quali entrambi i Gracco rimasero uccisi.
In ogni caso, la famiglia Scipione continu a esercitare potere e influenza su Roma anche oltre l'Africanus, e non solo per la discendenza di Cornelia Minore. Publio Cornelio Scipione figlio riusc, con astuzia e grandi sforzi, a recuperare un ruolo decisivo nel Senato, anche grazie a una geniale strategia: con abile maestria, data la sua impossibilit ad avere figli, adott il figlio maggiore di suo zio Lucio Emilio Paolo dopo la morte prematura del grande generale, rafforzando cos l'alleanza tra gli Scipioni e gli Emilio-Paoli. Il figlio adottivo cambi il proprio nome in Publio Cornelio Scipione Emiliano, combinando i nomi dei due clan e diventando il nipote adottivo del leggendario Africanus, cos come viene illustrato nell'albero genealogico della famiglia che compare nelle Appendici del romanzo. Di conseguenza i Fabii, nel tentativo di rispondere a questa manovra degli Scipioni, adottarono a loro volta il fratello minore di Scipione Emiliano, che venne chiamato Quinto Fabio Massimo Emiliano. I due fratelli, pur crescendo in fazioni politiche nemiche, si rispettarono sempre, e perfino combatterono insieme con buoni risultati nel Sud dell'Hispania. Entrambi si rivelarono ottimi uomini politici e militari, ma fu senza dubbio Scipione Emiliano colui che si distinse pi di qualunque altro generale o politico romano della sua epoca. Fosse per il fatto di portare il nome Scipione o perch lui stesso possedeva quella medesima qualit di grande stratega e politico, Scipione Emiliano fu l'artefice di ben due delle conquiste pi importanti del periodo successivo alla seconda guerra punica. Innanzi tutto, fu nominato dal Senato per un incarico che Marco Porcio Catone aveva continuato a esigere, cos come racconta Plutarco: Ceterum censeo Carthaginem esse delendam [Infine credo che Cartagine debba essere distrutta]. Catone, pur vedendo compiersi il suo desiderio di distruggere Cartagine, dovette quindi accettare il fatto che ci avvenisse sotto il comando di uno Scipione. Poi, anni dopo, Roma ricorse nuovamente a Scipione Emiliano per risolvere un problema che si era tramutato in una seria minaccia per il potere di Roma: Numanzia.
I Numantini, infatti, pur essendo militarmente inferiori ai Romani, erano riusciti a respingere i loro attacchi per ben cinque volte, sconfiggendo le legioni e gli eserciti e umiliando una lunga serie di consoli e pretori. Si era giunti alla vergognosa condizione in cui nessuno a Roma voleva pi combattere in Hispania, tale era il terrore che la fama dei tenaci e invincibili Numantini aveva generato. Fu allora che, come aveva fatto suo nonno adottivo, Scipione Emiliano, gi assai anziano, si present davanti al Senato e al popolo per risolvere il problema. Cos, abile a comprendere le intenzioni dei Numantini, senza mai sottovalutare le loro capacit in guerra, come avevano fatto i generali romani che lo avevano preceduto, Emiliano diede il via a un lungo conflitto con Numanzia e i suoi alleati che fin per divenire uno dei pi duraturi e terribili assedi della storia.
Successivamente, gli Scipioni, sia da parte del ramo di Cornelia Minore che da quello adottivo di Scipione figlio e Scipione Emiliano, si mantennero al centro della politica di Roma per altre due generazioni, senza che Marco Porcio Catone potesse fare nulla per evitarlo. In un tale contesto, Catone, ormai disgustato dalla politica in una Roma in cui ricchezza, opulenza e lusso crescevano senza limiti n controllo, si ritir dalla vita pubblica. Ottenne che la macchina da guerra romana si mettesse in moto per annientare finalmente Cartagine, anche se non arriv ad assistere all'ultimo attacco alla citt, avvenuto dopo la sua morte; ma mai riusc a cancellare dalla storia il nome degli Scipioni come aveva sperato. Si dedic dunque, durante gli ultimi anni della sua vita, a un intenso lavoro letterario scrivendo saggi, molti dei quali sono giunti a noi trasmettendoci un'enorme quantit d'informazioni sulla vita di Roma di quell'epoca. Tra i vari scritti di Catone si ricorda, per esempio, il trattato sull'agricoltura, De Agri Cultura o De Re Rustica, da cui  stata tratta la citazione presente all'inizio del VI Libro di questo romanzo. A quanto pare, Catone scrisse molti di questi testi con lo scopo di educare il figlio maggiore, evitando che leggesse altre fonti di perniciosa influenza straniera. Nonostante tutto, Catone non seppe o non pot essere sempre all'altezza della moralit senza macchia che predicava ed esigeva da tutti, nella vita pubblica come in quella privata: non solo negli ultimi anni della sua vita godette dei piaceri procuratigli dalle sue giovani schiave, ma addirittura, ormai anziano, si rispos con la pi giovane e bella tra costoro, Salonia, con la quale ebbe un figlio che diede il nome al ramo saloniano della famiglia.
A causa di questo scandalo, suo figlio legittimo e primogenito Marco Porcio Catone Liciniano, cos nominato perch suo padre si era sposato con una donna della gens Licinia, non gli rivolse mai pi la parola. Tuttavia la relazione di Catone con la sua bella schiava diede i suoi frutti poich, non avendo ottenuto il ramo del figlio legittimo discendenza alcuna, in modo da poter rimanere attivo nella vita pubblica e militare di Roma, fu il figlio illegittimo discendente da Catone il Giovane, bisnipote di Catone il Vecchio, a divenire uno dei grandi nemici politici di Giulio Cesare, ripetendosi cos l'avversione tra un Catone e un altro potente in Senato, con la differenza che questa volta lo scontro tra i due personaggi termin con un esito ben differente rispetto al precedente.
Ma questa non  l'unica connessione tra Cesare e gli Scipioni, poich Scipione Emiliano, prima di andare a combattere a Numanzia, scelse con molta attenzione i propri tribuni e ufficiali, dovendo affrontare un popolo estremamente astuto e militarmente preparato. Tra questi tribuni venne selezionato un certo Gaio Mario, che altri non  che il famoso Marcio che dopo il suo ritorno dall'Hispania intraprender una fruttuosa carriera politica ottenendo il consolato in varie occasioni e riorganizzando le legioni, fino a trasformarle nella potenza militare capace di mantenere l'impero di Roma all'apice per secoli. Fu, di fatto, proprio Scipione Emiliano colui che promosse inizialmente la carriera politica di Gaio Mario. E, com' risaputo, Gaio Mario non  altri che lo zio di Giulio Cesare; quindi colui che tanto influ sull'uomo che avrebbe sostituito la Repubblica con il principato quale nuova forma di governo di Roma fu a sua volta tribuno militare agli ordini del nipote adottivo dell'Africanus. Alla fine, si realizz il peggior timore di Catone il Vecchio, e un solo uomo riusc a raggiungere il potere assoluto, ma questo avvenne duecento anni dopo quella previsione.
Il resto del mondo and avanti mentre Roma accresceva il proprio potere. Il declino dell'Egitto continu inesorabile e, come non avrebbe potuto essere diversamente per una civilt antica pi di tremila anni, termin nella maniera pi epica possibile, con le vicende amorose della sua ultima regina, Cleopatra VII, lo stesso Giulio Cesare e Marco Antonio.
Intanto la Siria e il resto dell'impero seleucide continuarono a disgregarsi fino a ridursi in piccoli regni indipendenti o assorbiti prima da Pergamo e poi dai Parti e dagli stessi Romani. Eumene II di Pergamo, tuttavia, seppe rivitalizzare il mondo ellenistico in Asia e sotto il suo regno la citt divent uno dei centri pi importanti del mondo, con il suo magnifico teatro e soprattutto un impressionante altare in onore di Zeus eretto per ordine di Eumene II pochi anni dopo la morte di Scipione e Annibale, altare che pu ancora essere ammirato presso il Museo di Pergamo, nell'isola dei musei a Berlino.
Tito Maccio Plauto mor lo stesso anno o in data molto prossima alla morte di Scipione. La sua fu una vita difficile e piena di rischi, la sua intromissione in politica solo intermittente, ma la sua letteratura sempre sublime. Nessuno dopo di lui ottenne pi un simile esito nei teatri di Roma e solo dopo molti secoli dalla sua morte il teatro recuper la sua posizione rilevante nel mondo della letteratura. Riguardo alla sua fama, sono i fatti a parlare: le opere di Plauto continuano a essere rappresentate, anno dopo anno, sugli innumerevoli palchi di tutto il mondo, come per esempio nel 2008, quando il suo Miles gloriosus, ripreso nel romanzo Invicta Legio,  stato rappresentato nel teatro di Mrida, pi di duemiladuecento anni dopo la sua creazione. Una tale sovranit nella letteratura  stata ottenuta solo da pochi.
Gaio Lelio torn a Roma mantenendosi un fedele servitore dello Stato per molti altri anni, assumendo gli incarichi di proconsole nella Gallia Cisalpina e di ambasciatore per il re Perseo di Macedonia, dimostrando in entrambi i casi la sua bravura e austerit. Intorno al 160 a.C., come si  menzionato precedentemente, Lelio trasmise moltissime importanti informazioni allo storico Polibio. Lelio educ suo figlio all'interno del circolo degli Scipioni e Scipione Emiliano, ricalcando l'antica amicizia tra suo nonno adottivo e Gaio Lelio, trov nel figlio di Lelio un appoggio e un confidente leale che lo accompagn in numerose campagne militari, fino al punto che Cicerone scrisse il suo noto trattato sull'amicizia, De amicitia, prendendo come modello proprio il rapporto tra Gaio Lelio figlio e Scipione Emiliano.
Netikerty  un personaggio di fantasia, cos come suo figlio Khepri, ma i fatti narrati nei quali vengono coinvolti, sia in Invicta Legio sia ne Il tradimento di Roma e La fine di Scipione, sono reali eventi storici, come, tra gli altri, la malattia di Scipione, la rete di intrighi tra le diverse fazioni senatoriali dell'epoca, i resoconti che Scipione inviava al Senato dall'Africa, i saccheggi del Nilo, il regno del faraone bambino e il suo famoso editto in greco, demotico e geroglifico che  giunto ai posteri fino a oggi con il nome di stele di Rosetta ed  conservato presso il British Museum di Londra. D'altro canto, il fatto che un potente generale di Roma come Lelio avesse avuto una relazione con una bella schiava e da questa dei figli illegittimi (cos come lo stesso Catone, la cui informazione  stata confermata),  molto pi probabile che improbabile. E mi piace pensare che sia accaduto con qualcuno come Netikerty.
Infine pu una schiava essere stata sul punto di uccidere Scipione? Ci che  certo  che Scipione si ammal gravemente a Carthago Nova, fu perfino in pericolo di vita, e le voci circolate su una sua presunta morte diedero il via alla ribellione delle truppe di Sucro; cos come risulta assai attendibile che i suoi nemici politici abbiano tentato di assassinarlo, anche se non si hanno prove che lo dimostrino, a differenza delle reti di spionaggio e controspionaggio che invece ci sono state riferite dalla storiografia ufficiale.
Aret  un nome di finzione, ma Scipione, secondo lo storico Valerio Massimo del I secolo d.C., ebbe realmente un'amante tra le sue schiave, cosa che certamente offese sua moglie. Tale relazione sarebbe cominciata intorno all'anno 191 a.C. e si sarebbe mantenuta fino alla morte di Scipione, cos come si racconta nel romanzo. Si disconoscono le origini e la storia di questa schiava, per, sempre secondo la versione dello storico classico, Emilia Terzia, in una dimostrazione di suprema generosit, avrebbe liberato questa schiava dopo la morte del marito e permesso che contraesse matrimonio con un altro schiavo liberato.
Sofonisba, altro grande personaggio di questa trilogia (in Invicta Legio),  un personaggio storico, figlia del generale Giscone; anche le relazioni della bellissima Cartaginese con i sovrani numidi sono autentiche, e allo stesso modo le conseguenze che queste ebbero sulle vicende della seconda guerra punica.
Emilia Terzia sopravvisse altri vent'anni a suo marito, torn a Roma e, forse per dispetto a Catone, si dedic a vivere nel lusso della sua grande domus nel cuore di Roma come dimostrazione del potere degli Scipioni. Purtroppo sopravvisse anche a suo figlio, per vide compensata questa perdita dall'adozione di Scipione Emiliano e dal fatto che il potere della famiglia continu a esistere a Roma, nonostante i complotti degli antichi nemici politici del marito.
Il figlio di Scipione cadde realmente prigioniero durante la campagna in Asia Minore? La risposta  s: fu catturato e Antioco negozi, o meglio, tent di negoziare con suo padre e suo zio. Gli storici si trovano concordi sul fatto che il figlio di Scipione fu sequestrato dall'esercito di Antioco di cui Annibale era uno dei massimi consiglieri; ma non si conosce bene il motivo per cui venne liberato. Poi ci fu la battaglia di Magnesia e il resto  storia. Catone, per, fu abile nell'impiegare la confusione sul sequestro per attaccare pubblicamente Scipione anche attraverso il famoso caso dei cinquecento talenti d'oro.
Ebbero davvero luogo le conversazioni tra Scipione e Annibale? La risposta  nuovamente s: il colloquio precedente la battaglia di Zama  testimoniato da vari storici, mentre il secondo incontro a Efeso si situa tra la storia e la leggenda, per Annibale era realmente consigliere di Antioco ed  certo che Scipione partecip all'ambasciata inviata a negoziare in Asia prima della battaglia finale di Magnesia.
Infine, il corpo di Annibale non fu mai portato a Roma. Lo storico Sesto Aurelio Vittore, del IV secolo d.C., ha identificato una tomba in Asia che fu restaurata nell'anno 200 d.C. dall'imperatore romano Settimio Severo e sulla quale, a suo tempo, si poteva leggere l'iscrizione Qui si nasconde Annibale. La tomba sembra essere stata ritrovata su una collina circondata da cipressi tra le rovine di Diliskelesi, vicino alla citt industriale di Lybissa, oggi nominata Gebze. Tuttavia gli storici attuali, dopo recenti scavi archeologici, si dimostrano scettici sulla veridicit di tali dati, al punto che a tutt'oggi si ritiene sconosciuto il luogo esatto in cui si trova la tomba del grande generale cartaginese. Questo piccolo grande segreto potrebbe considerarsi l'ultima delle sue vittorie. Che riposi in pace.
Curiosamente, una simile sorte caratterizza anche la tomba di Publio Cornelio Scipione l'Africano: non si conosce il suo luogo preciso. Tito Livio ci parla di una tomba di Publio e Lucio Cornelio Scipione, decorata da statue rappresentanti i due fratelli e l'amico poeta Ennio, da qualche parte a Roma. Se questo  vero, significa che i resti di Scipione vennero trasferiti da Literno a Roma, per nessuno scavo archeologico ha mai potuto dimostrare la localizzazione descritta da Tito Livio.
In conclusione, possiamo affermare che una densa nube di mistero avvolge il luogo in cui potrebbero essere sepolti Scipione e Annibale. Perfino nella morte, i due condividono lo stesso destino.
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GLOSSARIO.
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Ab Urbe condita: Dalla fondazione di Roma. Era l'espressione usata per indicare gli anni che i Romani calcolavano a partire dal giorno della fondazione di Roma, che corrispondeva tradizionalmente al 754 a.C. Nel romanzo si usa il calendario moderno con riferimento alla nascita di Cristo, ma occasionalmente si cita la data secondo il calendario romano in modo che il lettore abbia anche una prospettiva su come i Romani consideravano il divenire del tempo e gli accadimenti in relazione alla loro citt.
Ad tabulam Valeriam: espressione usata quando nel Senato di Roma un oratore si posizionava accanto al grande quadro che Valerio Messalla aveva ordinato di dipingere su una delle pareti per celebrare la sua vittoria su Gerone di Siracusa.
Ade: il regno dei morti.
Affectio maritalis: volont reciproca di due persone di rimanere unite nonostante le circostanze avverse, come per esempio un exilium, che comportava la perdita del connubium.
Africanus: soprannome assunto da Publio Cornelio Scipione dopo la sua vittoria su Annibale in Africa. Fu la prima volta che un generale romano prese il nome da un territorio da lui conquistato. Suo fratello continu la tradizione autoproclamandosi Asiaticus dopo la sua vittoria a Magnesia, e dopo di lui altri generali adottarono questa tendenza, come Scipione Emiliano, nipote adottivo di Scipione Africano, che dopo aver conquistato Numanzia decise di chiamarsi Numantinus. Successivamente, anche gli imperatori si arrogarono il diritto di aggiungere al proprio nome imperiale quelli dei regni conquistati.
Agema: termine che si riferisce a differenti reparti di forze speciali degli eserciti ellenistici, spesso unit di fanteria. Nel romanzo, il termine si applica alla cavalleria del re Antioco III, un'unit speciale che costituiva un'autentica guardia imperiale di cavalieri che intervenivano accompagnando il re durante le battaglie campali. Questi intervennero sia nella battaglia di Rafia nel 217 a.C. contro l'esercito egizio di Tolomeo IV sia contro la cavalleria romana dell'ala sinistra nel 190 a.C. durante la battaglia di Magnesia. I cavalieri di questa unit non erano corazzati e quindi molto rapidi nei loro movimenti, anche se i pi potenti e temuti cavalieri di Antioco erano rappresentati dai catafratti.
Agone: Adesso in latino. Espressione utilizzata durante un sacrificio per indicare agli officianti che cominciassero i riti.
Agonium Veiovis: festa celebrata il 21 maggio del calendario romano, durante la quale si sacrificava un montone in onore della dea infernale Veiove.
Alcionii: giorni di riposo dopo o tra i giorni di festivit.
Altare di Gerone: gigantesco altare per il sacrificio di animali eretto per ordine di Gerone II, tiranno di Siracusa.
Altercatio: confusione o tumulto di voci, grida e insulti proferiti dai senatori nei momenti di particolare tensione durante una sessione nella Curia.
Amphitruo: Anfitrione, personaggio di una delle opere del teatro classico latino che, oltre a intitolare una tragicommedia, a partire dal secolo XVII passer a indicare la persona che riceve e accoglie i visitatori in casa propria.
Anbasis: termine greco che si riferisce a un viaggio o a una spedizione. La pi famosa  senza dubbio la anbasis di Alessandro Magno durante il suo viaggio verso Oriente, ma lo stesso termine  utilizzato per indicare anche altre spedizioni simili, come, nel romanzo, la anbasis di Antioco III, nella sua riconquista dei territori orientali dell'impero seleucide.
Antica: tutto ci che rimaneva davanti a un ugure mentre traeva auspici o interpretava il volo degli uccelli. Ci che rimaneva alle sue spalle era nominato portica.
Apollo: nella mitologia greca e romana Apollo era il dio della luce e del sole, patrono di Delfi e molto adorato in Oriente, come per esempio nella Siria seleucide durante il regno di Antioco III.
Ara Maxima Herculis Invicti: altare eretto in prossimit delle gabbie del circo.
Argiletum: strada romana che partiva dal Foro Boario in direzione nord lasciando il grande Macellum a est.
Arx Hasdrubalis: una delle colline dell'antica Qart Hadasht cartaginese, ribattezzata Carthago Nova dai Romani.
Asclepio (Esculapio nella sua versione latina): dio greco della medicina.
Asfodelo: prima regione dell'Ade dove le anime attendono di essere giudicate.
Argiraspidi (o Scudi d'argento): unit speciale di fanteria degli eserciti ellenistici. Costituivano una delle forze principali degli eserciti d'Oriente.
Asiaticus: soprannome adottato da Lucio Cornelio Scipione dopo la sua vittoria nella battaglia di Magnesia, in Asia, contro l'esercito seleucide del re Antioco III di Siria.
Asinaria: prima commedia di Tito Maccio Plauto, che racconta come il denaro della vendita di alcuni asini venga usato per pagare le avventure amorose del figlio di un marito infedele. Gli storici collocano la prima rappresentazione fra il 212 e il 207 a.C. In questo romanzo  situata nel 212 a.C. Nonostante si tratti di un'opera molto divertente, ebbe poca influenza nella letteratura successiva. Da segnalare la rilettura che ne fece Lemercier (1777-1840), in cui lo stesso Plauto diventa un personaggio. Qualcuno ha voluto vedere nella descrizione della mezzana un antecedente del personaggio della mezzana di La Celestina.
Assa voce: letteralmente solo con voce. Si riferisce ai canti, soprattutto quelli funerari romani, non accompagnati da alcuno strumento musicale. Di questi Varrone scrive: Carmina antiqua, in quibus laudes erant maiorum, et assa voce et cum tibicine [Cantici antichi in onore agli antenati, cantati solo con la voce o con l'accompagnamento di un flauto]. In Il tradimento di Roma, il termine viene utilizzato in riferimento ai canti di guerra dei sacerdoti salii.
Asse: moneta avente corso legale alla fine del III secolo a.C. nel Mediterraneo occidentale. L'asse grave veniva usato per pagare le legioni romane, equivaleva a dodici once ed era di forma rotonda, come le monete della Magna Grecia. Durante la Seconda guerra punica cominci a essere coniata in oro, oltre che in bronzo.
Atlofora: sacerdotessa che durante le parate militari sosteneva le insegne della vittoria.
Atramentum: nome dell'inchiostro durante l'epoca di Plauto.
Atriense: lo schiavo di rango pi alto e che godeva di maggiore fiducia in una domus romana. Supervisionava le attivit degli altri schiavi e godeva di grande autonomia nello svolgimento del suo lavoro.
Auctoritas: autorit, potere.
ugure: sacerdote romano incaricato di trarre auspici.
Auguraculum: luogo purificato dove l'ugure si situava per interpretare il volo degli uccelli.
Augurale: luogo purificato all'interno di un accampamento dove l'ugure si situava per interpretare il volo degli uccelli.
Aulularia: o Commedia della pentola d'oro.  una delle pi note opere di Plauto. La sua prima rappresentazione risale al 194 a.C., coincidendo quindi con il secondo consolato di Publio Cornelio Scipione e, come viene narrato ne Il tradimento di Roma, ha un riferimento ai privilegi che Scipione concesse a se stesso e ad altri magistrati durante le rappresentazioni teatrali. La parte finale dell'opera  andata perduta, e per questo nel romanzo la rappresentazione s'interrompe proprio a quel punto.
Auspex: augurio familiare.
Aves inferae: uccelli a volo raso che presagivano accadimenti funesti.
Aves praepetes: uccelli a volo alto che presagivano accadimenti fortunati.
Baal: dio supremo nella tradizione punico-fenicia. Il dio Baal, o Baal Ammone (signore degli altari di incenso), era circondato da un alone maligno, quindi i Greci lo identificarono con Chronos, il dio che divora i propri figli, e i Romani con Saturno. Annibale, etimologicamente,  il favorito (o il preferito) di Baal, mentre Asdrubale significa Baal mi aiuta.
Baccante: generalmente il termine indica le donne greche adoranti il dio Bacco, ma successivamente lo si  utilizzato anche in riferimento alle grandi feste organizzate in tutto il mondo romano in onore del dio e ai giorni di assolute sfrenatezze sotto l'effetto del vino. Durante queste feste, la perdita di controllo era tale che all'inizio del II secolo a.C. il Senato romano proib la celebrazione di questi riti e i relativi banchetti. Nonostante la proibizione, i baccanali continuarono a celebrarsi pi o meno costantemente, a seconda della rigidit della legge e del controllo, fino a trasformarsi nei carnevali che oggi si celebrano in tutto il mondo.
Basileus Megas: o Grande Re,  l'epiteto con cui si autoproclam il re Antioco III di Siria dopo la sua riconquista dei territori orientali dell'impero seleucide.
Bellaria: dessert, di solito dolce, che poteva essere costituito anche da datteri, fichi secchi o uva passa. Si serviva al termine di una lunga comissatio.
Buccinator: termine usato per indicare i trombettieri delle legioni.
Bulla: amuleto indossato comunemente dai bambini piccoli a Roma. Aveva la funzione di allontanare gli spiriti maligni.
Caetra: scudo di piccole dimensioni, tra i 50 e i 70 cm di diametro, normalmente in legno con rinforzi di metallo, che si utilizzava soprattutto in Iberia e Lusitania, ma anche presso alcuni popoli dell'Oriente come i Lici. Grazie alle sue ridotte dimensioni era molto maneggevole e adatto alla guerriglia, ma non abbastanza efficace per proteggere una formazione o falange durante una battaglia campale.
Calo: schiavo di un legionario. Normalmente non interveniva nelle azioni di guerra.
Canefora: letteralmente significa portatrice di canestri. Si trattava di giovani fanciulle ateniesi selezionate tra le migliori famiglie della citt per partecipare alle feste Panatenee che si celebravano in onore di Atena. Le canefore portavano oggetti per le offerte durante le processioni e fino al tempio, dove venivano consacrati.
Cardo: linea da nord a sud tracciata da una delle strade principali di un accampamento romano o che un ugure indicava nell'aria per dividere il cielo in diverse sezioni quando interpretava il volo degli uccelli.
Caronte: dio dell'oltretomba che trasportava le anime di chi era appena morto, navigando sul fiume Acheronte. Per questo viaggio, si faceva pagare in danaro: da qui l'abitudine romana di mettere una moneta in bocca ai defunti.
Carpe diem: espressione latina che significa cogli l'attimo, vivi il presente, tratta dalle Odi (1, 11, 8) di Orazio.
Casina: ultima commedia di Plauto, composta intorno al 184 o 183 a.C., contemporaneamente alla morte di Publio Cornelio Scipione. Si tratta di una farsa con la quale l'autore ottenne il suo ultimo grande successo.
Cassis: elmo romano terminante in un pennacchio di piume nere o color porpora.
Castore: insieme al fratello Polluce,  uno dei Dioscuri greci assimilati dalla religione romana. Il loro tempio, dei Castori o dei Dioscuri, fu sempre particolarmente legato all'ordine degli equites o cavalieri romani. Il nome dei due di era usato con frequenza come interiezione all'epoca della nostra storia.
Castra Cornelia: soprannome dato all'accampamento che Publio Cornelio Scipione fece erigere in una piccola penisola di difficile accesso, vicina a Utica, al fine di proteggersi dall'attacco degli eserciti cartaginesi e numidi che lo circondarono durante i suoi primi anni di campagna in Africa.
Catafratti: cavalleria corazzata degli eserciti della Persia, della Partia e di altri regni d'Oriente. La peculiarit di queste unit erano le robuste corazze che proteggevano sia il cavallo sia il cavaliere, rendendoli praticamente invulnerabili. I Romani subirono numerose sconfitte da queste compagini, finch non introdussero, a loro volta, dei catafratti nella cavalleria. Ad apportare tale innovazione fu l'imperatore Traiano.
Cathedra: sedia senza braccioli e dotata di uno schienale leggermente ricurvo. All'inizio era usata soltanto dalle donne, per la sua forma elegante, ma presto il suo utilizzo si estese anche agli uomini. In seguito fu usata dai giudici e dai maestri di retorica classica. Da qui l'espressione parlare ex cathedra.
Causa extraordinaria: modello di processo di forma straordinaria che divenne sempre pi frequente durante il II secolo a.C. e nel quale l'accusato doveva difendere la propria innocenza di fronte a un tribunale creato soprattutto per pronunziarsi sulle accuse dichiarate contro un tribuno della plebe o un magistrato.
Circuli: ciambelle cucinate con acqua, farina e formaggio, molto apprezzate dai Romani.
Cistellaria: opera di Plauto rappresentata intorno al 201 a.C., conosciuta anche come La commedia del cestello.
Cittadella di Dionisio: area fortificata vicina all'istmo dell'antica citt di Siracusa, a nord dell'isola di Ortigia.
Clivus Argentarius: strada che partiva dal Foro in direzione ovest lasciando a sinistra la prigione e a destra la grande piazza del Comitium. All'altezza del tempio di Giunone incrociava Porta Fontinalis e continuava verso ovest.
Clivus Victoriae: strada parallela al Vicus Tuscus, che univa il Foro Boario e il Foro nel centro di Roma risalendo da sud all'altezza del tempio di Vesta.
Cloaca Maxima: la maggiore delle condotte fognarie dell'antica Roma. Entrava dall'Argiletum, attraversava il Foro da nord a sud, quindi la via Sacra, passava lungo il Vicus Tuscus per poi sfociare nel Tevere. Era nota per il cattivo odore e per molti anni si parl di renderla sotterranea, poich all'epoca del romanzo scorreva a cielo aperto.
Cognomen: terzo elemento di un nome romano, che indicava la famiglia a cui si apparteneva. Cos, per esempio, il protagonista di questo romanzo, con il praenomen Publio, apparteneva alla gens o trib Cornelia e fra i vari rami o famiglie di questa trib apparteneva a quello degli Scipioni. Spesso i cognomina avevano origine da una caratteristica fisica o da un aneddoto riguardante un familiare di spicco.
Columna Maenia: colonna eretta nel 338 a.C. in onore di Menio, vincitore sui Latini nella battaglia navale di Anzio.
Comissatio: lunga conversazione che aveva di solito luogo dopo un grande banchetto romano. Poteva durare anche tutta la notte.
Comitia centuriata: la centuria era un'unit militare di cento uomini, soprattutto in epoca imperiale, anche se il numero di elementi di questo contingente oscill nel corso della storia di Roma. In origine si trattava di un'unit elettorale, che si riferiva a un numero assegnato a ciascuna classe del popolo romano e che veniva usato nei comitia centuriata, o comizi centuriati, in cui erano elette diverse cariche rappresentative della Repubblica.
Comitiales: giorni fausti per celebrare le elezioni.
Comitium: Tullo Ostilio fece chiudere un ampio spazio nella parte nord del Foro dove poter riunire il popolo. A nord di questo spazio si edific la Curia Hostilia, dove si riuniva il Senato. In genere, nel Comitium si raggruppavano i senatori prima di ogni sessione.
Conclamatio: dopo la morte di un familiare e originariamente al fine di assicurarsi che la persona fosse morta per davvero, i familiari e gli amici lo chiamavano a voce alta e distinta guardandolo negli occhi. Dopo di che, il corpo veniva esposto ed esibito e, alla fine, bruciato e sotterrato sempre fuori dalla citt, spesso vicino a una strada.
Connubium: secondo il diritto romano, il connubium  la possibilit di una persona di contrarre un matrimonio legale.
Consentio Scipioni: Accetto quello che  stato proposto da Scipione, formula per accettare una proposta presentata da Scipione al Senato.
Consulari potestate: con potere consolare. Espressione che si aggiungeva a una magistratura quando, in forma eccezionale, le si attribuivano i poteri normalmente riservati ai soli consoli di Roma.
Corona muralis: premio, in qualit di onorificenza speciale, che ricevevano i legionari o gli ufficiali che conquistavano le mura di una citt prima di qualunque altro soldato. Quinto Trebellio e Sesto Digizio ricevettero ognuno una corona muralis per essere stati i primi a scalare le mura durante l'attacco a Carthago Nova, in Hispania nel 209 a.C.
Corvus: un gigantesco gancio collegato a una spessa e resistente fune che sosteneva la manus ferrea (o passerella) che i Romani utilizzavano per abbordare le navi nemiche.
Coturni: sandali alti che venivano usati durante le rappresentazioni del teatro classico latino. Erano indossati dagli attori che rappresentavano le divinit, in modo che spiccassero in altezza sul resto dei personaggi.
Cubito: antica unit di misura di origine antropometrica che indicava la lunghezza di un oggetto prendendo come riferimento lo spazio compreso tra il gomito e il punto finale della mano aperta. Le misure oscillavano da un popolo all'altro, anche se nella maggior parte del mondo ellenistico un cubito equivaleva approssimativamente a mezzo metro: 46 centimetri per i Greci e 44 per i Romani.
Cultrarius: persona incaricata di sgozzare un animale durante il sacrificio. Solitamente si trattava di uno schiavo o di un servo.
Cum imperio: al comando di un esercito.
Cuneo: spazio a sedere tra le scalinate dei grandi teatri greci e romani. Il teatro di Siracusa era diviso in nove cunei.
Curator: amministratore o responsabile delle attivit pubbliche a Roma. Nel romanzo si parla di un curator designato dal Senato per organizzare il trionfo di Publio Cornelio Scipione dopo la sua vittoria su Annibale. Nella Roma antica, il termine si riferiva anche ad altri incarichi quali, per esempio, il controllo degli acquedotti.
Curculio: commedia di Plauto rappresentata intorno al 199 a.C. che narra di uno schiavo, soprannominato curculio (ovvero larva, parassita), inviato in Asia per riscattare una donna della quale il suo padrone  innamorato.
Curia Hostilia (o solamente Curia): l'edificio del Senato, fatto costruire nel Comitium per ordine di Tullo Ostilio, da cui prende il nome. Nel 52 a.C. venne distrutto da un incendio e rimpiazzato da un edificio pi grande. Anche se il Senato poteva riunirsi in altri luoghi, questo edificio era il luogo abituale dove celebrare le sessioni. Dopo l'incendio si edific la Curia Iulia, in onore di Cesare, che perdur per tutto l'impero fino a che un nuovo incendio la rase al suolo durante il regno di Carino. Diocleziano la ricostru ingrandendola.
Cursus honorum: la carriera politica a Roma. Un cittadino poteva fare carriera e accedere a diverse cariche politiche e militari, da quella di edile a Roma, fino a quelle di questore, pretore, censore, console, proconsole o, in momenti eccezionali, dittatore. Vi si accedeva in seguito a una votazione, il cui grado di trasparenza per vari a seconda delle turbolenze sociali attraversate dalla Repubblica romana.
Dagda: divinit celtica degli inferi, dell'acqua e della notte.
Dahi: guerrieri mercenari incorporati alle file dell'esercito seleucide in Oriente. Di solito, due di questi guerrieri condividevano il medesimo cavallo negli scontri contro la cavalleria nemica, poi uno dei due smontava per colpire il cavallo nemico da terra. Erano eccellenti arcieri.
Damnatus: maledetto.
Decumanus: linea da est a ovest tracciata da una delle strade principali di un accampamento romano o che un ugure indicava nell'aria per dividere il cielo in diverse sezioni quando interpretava il volo degli uccelli.
Deductio: corteo che aveva luogo in diverse cerimonie della vita civile romana. Poteva essere svolto per rendere onore a un morto, e quindi avere carattere funerario, o per festeggiare una coppia di novelli sposi, e avere quindi carattere festivo.
Deductio in forum: spostamento al Foro. Si trattava della cerimonia durante la quale il pater familias accompagnava il figlio al Foro della citt per introdurlo in societ. Il momento culminante della cerimonia era quello in cui l'adolescente veniva iscritto nella rispettiva trib e diventava quindi ufficialmente pronto per il servizio militare.
De ea re quid fieri placeat: formula mediante la quale il presidente del Senato invitava i senatori a dare la loro opinione su un argomento in piena libert.
Defritum: condimento molto usato dai Romani, a base di mosto d'uva bollito.
De re rustica: o De agri cultura,  l'unico scritto di Catone che ci  pervenuto completo. Si tratta di una serie di libri in cui Catone descrive dettagliatamente la maniera pi conveniente, a suo giudizio, per condurre una fattoria o una tenuta. Spiega le forme adeguate per coltivare i prodotti tipici della penisola italica, come le olive, come conservarli, e offre perfino consigli su come vendere gli schiavi anziani o malati per mantenere una buona produzione.
Devotio: sacrificio estremo con il quale un generale, un ufficiale o un soldato d la propria vita sul campo di battaglia per salvare l'onore dell'esercito.
Domus: casa romana indipendente che di solito era composta da un vestibolo, o ingresso, un atrio con un impluvium al centro e le stanze intorno, e un tablinum o studio, che nelle case patrizie poteva dare accesso a un peristilium, porticato con giardino. Nell'atrio era di solito presente un piccolo altare per offrire sacrifici agli di Lari e Penati, protettori delle case.
Eolo: dio del vento.
Equimelio: quartiere che si estendeva a nord del Vicus Iugarius e a sud del tempio di Giove Capitolino.
Ercole: Eracle per i greci, figlio illegittimo di Zeus avuto dalla sua relazione, frutto dell'inganno, con la regina Alcmena. Ercole quindi era figlio di Giove e Alcmena. Plauto ricrea gli eventi del suo concepimento nella tragicommedia Amphitruo. Tra le tante imprese di Ercole, si ricorda il suo viaggio di andata e ritorno nel regno dei morti, che gli cost un severo castigo da parte di Caronte.
Eshmun: dio fenicio della medicina e della salute, adorato nella citt di Sidone dove il popolo aveva eretto un immenso tempio a lui dedicato e famoso in tutto l'Oriente. Il tempio fu costruito nel VI secolo a.C., durante il regno di Eshmunazar II. Successivamente i Romani ampliarono il grande santuario. Gli scavi archeologici condotti tra il 1963 e il 1978 rinvennero una gran quantit di piccole statue che simboleggiavano le persone guarite grazie all'intervento del dio. Tra queste, molte raffiguravano bambini. Eshmun rappresenta per molti l'equivalente fenicio del dio greco Asclepio (o Esculapio nella sua versione latina).
Et cetera: espressione latina che significa e i rimanenti, e altro, e cos via.
Etera: cortigiana o prostituta di lusso in Grecia e successivamente in tutto il mondo ellenistico. Erano dame di compagnia molto belle ma anche educate alla letteratura, alla musica e alla danza. Generalmente si trattava di donne straniere o ex schiave. Avevano grande importanza sociale, essendo le uniche donne alle quali era permesso assistere ai simposi o banchetti greci, e la loro opinione veniva sempre rispettata. Qualcuno ha riconosciuto nelle etere una condizione simile a quella delle geishe giapponesi.
Ex professo: di forma espressiva o conclusiva.
Exsilium (o exilium): esilio, lasciare o abbandonare la (propria) terra. Era una delle peggiori sentenze che potessero emettersi nei confronti di un colpevole di un crimine. Non  chiaro se la condanna all'exsilium implicasse anche la perdita della cittadinanza romana, ma senz'altro la pena and via via indurendosi, tanto che ai tempi dell'imperatore Tiberio quasi tutte le persone esiliate perdevano la cittadinanza. Secondo alcune fonti, tuttavia, esisteva anche l'exsilium iustum (vedi sotto), che concedeva al condannato di mantenere la cittadinanza romana. Con l'exsilium le autorit potevano, come ulteriore aggravio alla pena, confiscare i beni del confinato, ma, in generale, le propriet private passavano nelle mani dei famigliari pi prossimi. Quest'ultimo  il caso di Scipione, come si racconta nel romanzo.
Exsilium iustum: la versione meno grave della pena dell'esilio, secondo cui, come viene spiegato nel romanzo, il condannato non perdeva del tutto i propri diritti. Questa  la pena che Gracco propose a Scipione perch questi accettasse la condanna evitando una guerra civile.
Falarica: nel romanzo L'Africano, si riferisce a un'arma che lanciava giavellotti a enormi distanze. In alcune occasioni i giavellotti venivano cosparsi di pece o altri materiali infiammabili e prendevano fuoco durante il lancio. Fu usata dai Saguntini come arma di difesa durante la resistenza all'assedio di Annibale. In Invicta legio il termine  usato per riferirsi a lance di origine iberica adattate dalle legioni di Roma.
Falcata: arma simile a una spada utilizzata dalle trib iberiche in epoca preromana; la sua lama, la lunghezza e la forma ispirarono lo sviluppo del gladius romano, che per, a differenza della falcata, leggermente ricurva, era dritto.
Falera: una sorta di medaglia consegnata come onorificenza militare.
Far: grano, dal quale i Romani ricavavano la farina necessaria alla preparazione del pane e altri alimenti.
Fasti: giorni propizi per organizzare atti pubblici o celebrazioni di vario tipo.
Fatum: il destino, che per i Romani era sempre inevitabile.
Favete linguis: espressione latina che significa tacete. Veniva usata per chiedere silenzio nel momento chiave di un sacrificio, subito prima di uccidere l'animale. Il silenzio era necessario per evitare che la bestia si innervosisse.
Februa: piccole strisce di cuoio che i luperci usavano per toccare le giovani romane, nella convinzione che questo rito favorisse la fertilit.
Feliciter: espressione usata dagli invitati a un matrimonio per fare gli auguri agli sposi.
Ficus Ruminalis (o Ruminal): albero di fico selvatico colpito da un fulmine sotto il quale si narra che la lupa allatt i gemelli Romolo e Remo.
Flamines maiores: i sacerdoti pi importanti dell'antica Roma. I flamines erano i sacerdoti preposti al culto di una divinit. I flamines maiores erano preposti al culto delle tre divinit superiori, ossia Giove, Marte e Quirino.
Fonte Aretusa: fonte naturale nell'isola di Ortigia a Siracusa che sfocia nel mare e che i Greci attribuivano alla presenza della ninfa Aretusa.
Foro Boario: il mercato del bestiame, situato vicino al Tevere, al termine del Clivus Victoriae.
Fundamentum cenae: la portata principale di una cena o di un banchetto romano.
Gaesum: arma da lancio, completamente di ferro, di origine celtica, adottata dagli eserciti romani intorno al IV secolo a.C.
Garum: pesante ma gustosa salsa di pesce di origine iberica che i Romani adottarono nella propria cucina.
Gens: il nomen della famiglia o trib di un clan romano.
Giove Ottimo Massimo: il dio supremo, assimilato al dio greco Zeus. Il suo flamine, il flamine diale, era il sacerdote pi importante. In origine, Giove era una divinit latina, prima che romana, ma dopo essere stata assimilata da Roma proteggeva la citt e ne garantiva l'imperium, quindi il trionfo avveniva sempre in suo onore.
Gladius: spada a doppio taglio di origine iberica, che durante la Seconda guerra punica venne adottata dalle legioni romane.
Glosse miscellanee: Fileta, che visse intorno al 300 a.C., port a termine il primo tentativo di ricopiare e definire tutte le parole appartenenti al greco pi antico, quello di Omero. L'opera ottenne successo e popolarit considerevoli all'epoca, venendo apprezzata soprattutto dagli studiosi del mondo ellenistico. Sfortunatamente le parole analizzate erano raggruppate senza alcun ordine e ci rese quest'opera, seppur monumentale, inefficace come materiale di consultazione o riferimento, a meno che non la si conoscesse praticamente a memoria.
Gradus deiectio: perdita del rango di ufficiale.
Graecostasis: il luogo dove gli ambasciatori stranieri attendevano prima di essere ricevuti dal Senato. Inizialmente si trovava nel Comitium, successivamente si trasfer al Foro.
Hasta velitaris: nome talvolta utilizzato per riferirsi ad armi da lancio simili al gaesum o al verutum.
Hastati: la prima fila delle legioni all'epoca della Seconda guerra punica. Il nome indica che un tempo portavano lunghe lance, ma alla fine del III secolo a.C. non era gi pi cos. Gli hastati, come i principes della seconda fila, erano armati di due pila, simili a lance, con un manico di legno lungo 1,4 metri e una testa di ferro all'incirca della stessa lunghezza. Inoltre portavano una spada, uno scudo rettangolare chiamato parma, corazza, gambiere ed elmo, solitamente di bronzo.
Heket: una delle dee egizie della fertilit, rappresentata da una regina o una donna con la testa di rana, poich, dopo ogni esondazione del Nilo, sulle sue coste nascevano milioni di rane.
Hilarotragedia: combinazione di commedia e tragedia, promossa da autori siciliani.
Ignominia missio: espulsione dall'esercito con disonore.
Imagines maiorum: ritratti degli antenati di una famiglia. Le imagines maiorum erano portate durante il corteo o deductio che avveniva nel corso dei riti funebri di una famiglia.
Imene: dio romano protettore dei matrimoni. Il suo nome era utilizzato come augurio per gli sposi che avevano appena celebrato le nozze.
Impedimenta: equipaggiamento militare che i legionari si portavano dietro durante una marcia.
Imperator: generale romano con comando effettivo su una, due o pi legioni. Normalmente un console era imperator di un esercito consolare di due legioni.
Imperium: in origine si trattava della proiezione del potere divino di Giove in coloro che, eletti come consoli, di fatto esercitavano il potere politico e militare della Repubblica durante il loro mandato. L'imperium implicava il comando di un esercito consolare formato da due legioni complete oltre alle truppe ausiliarie.
Impluvium: piccola piscina o specchio d'acqua che, al centro dell'atrio di una domus, raccoglieva l'acqua piovana che poi poteva essere usata a scopi domestici.
In extremis: espressione latina che significa all'ultimo momento. In alcuni contesti pu equivalere a in articulo mortis, ma non in questo romanzo.
Insulae: edifici di appartamenti. In epoca imperiale raggiunsero i sei o sette piani di altezza. Si trattava spesso di costruzioni edificate senza alcun controllo e quindi di scarsa qualit, che potevano crollare o incendiarsi facilmente, con conseguenti disastri urbani.
Intercalar: era un mese che si aggiungeva al calendario romano per completare un anno, dal momento che i mesi romani seguivano il ciclo lunare che non era di per s sufficiente per abbracciare il ciclo completo di 365 giorni. La durata del mese intercalar poteva oscillare e veniva solitamente decisa dai sacerdoti.
Interrex: magistratura romana che durante l'epoca della Repubblica corrispondeva a un incarico temporale la cui durata era di soli cinque giorni. Si trattava di un magistrato incaricato di organizzare i comizi che dovevano tenersi in assenza dei consoli quando questi si trovavano fuori Roma per combattere in qualche fronte bellico. Era frequente che non fosse il primo interrex a convocare le elezioni, ma il secondo o il terzo, poich l'organizzazione di un comizio richiedeva tempo e la durata dell'incarico di un interrex era troppo breve.
Ipso facto: espressione latina che significa subito, immediatamente.
Isis: dea egizia, moglie di Osiris e madre di Horus. La si considerava madre degli di e della fecondit. La si conosce anche come Grande Maga, Regina degli di, Forza fecondatrice della Natura, Dea della maternit e della nascita, La Grande Signora, Dea Madre, Signora del Cielo e del Firmamento.
Isola di Ortigia: isola che corrisponde alla parte pi antica della citt di Siracusa. A nord  situato il porto pi piccolo o Portus Minor e a sud il vasto Portus Magnus.
Iudicium populi: sentenza dettata dal popolo. In questo caso, il processo si celebrava davanti al popolo riunito nel Comitium o davanti ai Rostra. Erano processi confusionari, dove la sentenza finale dipendeva sostanzialmente dalla popolarit dell'accusato. Di solito, chi veniva accusato in Senato o da un tribuno della plebe, se era un cittadino importante richiedeva un iudicium populi perch sicuro di essere assolto grazie all'ammirazione del popolo, che spesso non dava credito alle accuse anche quando queste erano fondate. Divenne sempre pi comune ricorrere anche alla causa extraordinaria, per cui i senatori molto popolari venivano giudicati da tribunali alternativi composti da altri senatori. Tutto ci dava luogo ad abusi di potere, anche quando l'accusato doveva difendersi di fronte a tribunali creati ex professo per accusarlo, seppur ingiustamente. Nel 149 a.C. il tribuno della plebe in carica approv una legge per la quale i casi di malversazione di fondi o abusi di potere dei governatori di varie provincie dovessero essere giudicati da una commissione permanente di senatori, con l'intento di ottenere un processo pi oggettivo.
Iustum matrimonium: si tratta di un matrimonio legale all'interno del marchio giuridico del diritto civile romano. Denominato anche iustae nuptiae.
Kalendae: il primo giorno di ogni mese. Corrispondeva alla luna luova.
Laganum: torta di farina e olio.
Lapis niger: spazio pavimentato con lastre di marmo nero che presumibilmente corrispondeva alla tomba di Romolo.
Lari: gli di che proteggevano il focolare domestico.
Laterna cornea: lanterna portatile con pareti semitrasparenti di pelle di corno animale.
Laterna ex vesica: lanterna portatile con pareti semitrasparenti di pelle di vescica animale.
Laterna punica: le lanterne pi apprezzate nell'antichit provenivano da Cartagine e da qui il nome. Venivano posizionate sulle pareti pi eleganti, nonostante fossero rivestite di corno o vescica di animale, e di conseguenza erano quelle pi luminose. In seguito, le lanterne cominciarono a essere di vetro.
Lautumiae: carcere costruito vicino all'antica prigione. Le Lautumiae erano riservate ai prigionieri di guerra e le condizioni, anche se estreme, erano un poco migliori di quelle dell'antica prigione o Tullianum. Secondo alcuni, il nome deriverebbe dall'antica cava di pietra dentro la quale il carcere fu costruito, secondo altri da una prigione di Siracusa chiamata allo stesso modo. C' anche chi pensa che sia esistita in realt un'unica prigione a Roma, chiamata Tullianum o Lautumiae a seconda del caso. In questa trilogia si considerano due prigioni differenti: Nevio viene incarcerato nelle celle delle Lautumiae in Invicta Legio, mentre Lucio Cornelio nel Tullianum in La fine di Scipione.
Lectus medius: uno dei tre triclinia su cui i Romani si sdraiavano per mangiare. Gli altri due erano il summus e l'imus. Il lectus medius e il summus erano riservati agli invitati, soprattutto il lectus medius, posizionato al centro della sala dove si consumavano i pasti e dunque destinato agli ospiti pi prestigiosi. Il lectus imus era usato dall'anfitrione e dai suoi famigliari. Ogni lectus o triclinium poteva accogliere fino a tre persone.
Legati: legati, rappresentanti o ambasciatori, con diversi livelli di autorit nel corso della lunga storia di Roma. In Invicta legio il termine si riferisce ai rappresentanti di un'ambasciata del Senato.
Legioni maledette: i sopravvissuti di Canne; a parte gli ufficiali di maggior rango che furono esonerati dopo un processo in Senato (si rimanda al romanzo L'Africano), coloro che furono esiliati dall'Italia sine die, condannati alla vergogna della dimenticanza per essere fuggiti di fronte ad Annibale. Con queste truppe si formarono due legioni, la V e la VI, che rimasero esonerate dai combattimenti per anni. Alle legioni V e VI si uniranno, nel corso del tempo, altri legionari che, dopo aver patito un'altra umiliante sconfitta a Herdonia, seguirono la stessa sorte dei loro predecessori di Canne. In questo modo, le legioni V e VI furono costituite quasi interamente da legionari che erano stati sconfitti da Annibale e che Roma volle allontanare dalla propria vista per disprezzo e rabbia. Particolarmente duro con queste truppe fu Quinto Fabio Massimo, che neg il perdono quando il console Marcello intercedette per loro dopo la conquista di Siracusa (si rimanda al romanzo L'Africano).
Legiones urbanae: le truppe che restavano a Roma in difesa della citt. Agivano come una milizia per mantenere l'ordine e come truppe militari in caso di assedio o guerra.
Lemuri: spiriti dei defunti, generalmente maligni, adorati e temuti dai Romani.
Lemuria: feste in onore dei lemuri, gli spiriti dei defunti. Si celebravano il 9, l'11 e il 13 di maggio.
Lena: meretrice, proprietaria o direttrice di un postribolo.
Lenone: prosseneta, padrone di un bordello.
Litterae: piccole bacheche di pietre usate come entrata del recinto del teatro.
Lexeis: grande opera enciclopedica redatta da uno dei pi importanti bibliotecari della leggendaria Biblioteca di Alessandria. In essa, Aristofane di Bisanzio aveva raccolto una quantit enorme di parole in greco arcaico e contemporaneo seguendo l'innovazione proposta da Zenodoto: in ordine alfabetico. Purtroppo, questa magnifica opera  andata perduta, forse proprio durante l'incendio della grande Biblioteca narrato nell'Epilogo di La fine di Scipione, o in qualcuno dei disastri che si succedettero durante il progressivo sgretolamento dell'impero romano. A noi sono pervenute solo alcune voci di questa vasta enciclopedia del sapere antico grazie ai riferimenti che ne fanno altri autori nei loro testi: un piccolo dono dal passato in cui poter ammirare l'incredibile sforzo realizzato da questo studioso.
Lex Oppia: una famosa legge di austerit promulgata dal Senato di Roma dopo la sconfitta di Canne (216 a.C.). La legge promuoveva la sobriet in tutti gli atti pubblici e privati indicando specificatamente le restrizioni che i cittadini dovevano rispettare e, in particolare, dichiarando che le donne non indossassero gioielli, non esibissero indumenti vivaci, n circolassero per la citt in carrozze. La legge rimase in vigore per circa un decennio fino a quando, sconfitta definitivamente Cartagine, l'opulenza susseguitasi alla vittoria rese insostenibile il mantenimento della norma. Nonostante la forte opposizione di Catone, la legge venne derogata intorno al 195 a.C.
Liberalia: festivit in onore del dio Liber, in cui si celebravano i riti di passaggio dall'infanzia all'adolescenza, quando i ragazzi romani indossavano per la prima volta la toga virilis. Si celebrava il 17 marzo.
Lictor: legionario che serviva nell'esercito consolare romano come scorta del capo supremo della legione: il console. Un console aveva diritto a essere scortato da dodici lictores, mentre un dittatore da ventiquattro.
Lituus: bastone ricurvo in cima, tipico degli uguri romani.
Lotus: albero centenario che fu piantato nel centro di Roma ai tempi di Romolo e che rimase oltre il regno di Traiano.
Lg: divinit principale dei Celti. La sua importanza era tale che diede il nome alla citt di Lugdunum, l'attuale Lione. Compare sotto diverse sembianze: come il dio-cervo Cernunnos, come il dio Taranis della tempesta o come il luminoso Belanu.
Lupercalia: festivit con il duplice scopo di proteggere il territorio e promuovere la fecondit. I luperci correvano per le strade con i februa, che usavano per frustare le giovani romane, nella convinzione di favorire con questo rito la fertilit.
Luperci: persone appartenenti a una confraternita religiosa speciale, incaricata di una serie di rituali destinati a promuovere la fertilit nell'antica Roma.
Macellum: uno dei pi grandi mercati dell'antica Roma, ubicato a nord del Foro. Intorno al 210 o 209 a.C. sub un terribile incendio, che si propag per l'intero quartiere e arriv a estendersi fino al Foro. Tito Livio menziona questo incendio. Non se ne scopr mai la causa, ma all'epoca la si attribu a un atto criminale. In Invicta legio l'incendio viene ricordato nel capitolo Una notte di fuoco.
Mamertini: soldati mercenari di origine italica al servizio di Agatocle, tiranno di Siracusa. Dopo la morte del tiranno nel 288 a.C., gli autonominati mamertini, figli del dio della guerra Marte, anzich ritirarsi insorsero, prendendo la citt di Messina e trasformandosi nella causa di un conflitto che dur anni. I mamertini, coscienti del fatto che da Messina si controllava lo stretto che porta il medesimo nome, strategico per il traffico marittimo dell'epoca, negoziarono e ricattarono sia Romani sia Cartaginesi.
Manes: anime dei defunti.
Manumissio vindicta: processo con il quale si concedeva la libert a uno schiavo se a sollecitarla era un cittadino romano che agiva in qualit di adsertor libertatis di fronte a un magistrato.
Manus ferrea: lunga passerella che i Romani lanciavano dalle loro navi sulla coperta delle navi nemiche attraverso un resistente corvus o una grande puleggia, per poi abbordarle con le loro truppe.
Marsia: statua arcaica di Sileno situata nel centro del Foro, che raffigurava un uomo nudo con indosso un pileus o berretto frigio che rappresentava la libert. Per questo i liberti, appena ottenevano la condizione di libert, si sentivano in dovere di avvicinarsi alla statua e toccare il berretto frigio.
Marte: dio della guerra e del seminato, a cui venivano consacrate le legioni a marzo, quando si preparavano per una nuova campagna. Di solito gli si sacrificava un montone.
Mercator: commedia di Plauto basata su un testo originale greco di Filemone, poeta di Siracusa (361-263 a.C.). Quasi tutti gli storici la considerano la seconda opera di Plauto dopo l'Asinaria, la cui datazione oscilla fra il 212 e il 207 a.C. Quest'opera invece  stata collocata nel 211 a.C. Per molti critici si tratta di un'opera inferiore alla media della produzione plautina, con un'azione lenta e meno comica rispetto ad altre pi famose. Si ritiene che in questo caso Plauto si sia limitato a tradurla, senza apportarvi i suoi geniali contributi, come fece in numerosi altri casi.
Meskhenet: dea egizia protettrice del parto e della maternit. Veniva rappresentata in differenti forme, ma sempre si utilizzava l'utero di una vacca come suo simbolo.
Miles gloriosus: una delle opere pi famose di Tito Maccio Plauto. Come spesso accade con le opere di Plauto, la data della sua prima rappresentazione  tema di controversie, anche se la maggior parte degli esperti ritiene che fu rappresentata nel 205 a.C., data scelta per introdurla nel romanzo. L'opera dimostra la conoscenza esaustiva che Plauto aveva della vita militare, probabilmente derivata dalla personale esperienza in qualit di soldato al servizio delle legioni di Roma (si rimanda al romanzo L'Africano). L'evidente tratto critico del testo del Miles gloriosus ha fatto s che molti critici lo abbiano considerato una delle prime opere antibelliche della storia della letteratura. Lo stesso titolo, che tradotto significa Il soldato fanfarone, rende l'idea del tono generale che l'opera possiede.
Miglio: i Romani misuravano le distanze in miglia. Un miglio romano equivaleva a mille passi e ogni passo a circa 1,4 o 1,5 metri, quindi un miglio equivaleva a circa 1.400-1.500 metri attuali, anche se esistono controversie sul valore esatto delle unit di misura romane.
Mina: moneta in corso legale alla fine del III secolo a.C. a Roma.
Minosse, Radamanto ed Eaco: i temuti e implacabili giudici degli inferi.
Mola salsa: un unguento speciale usato in diversi rituali religiosi e preparato dalle vestali mescolando farina e sale.
Mulsum: bevanda molto comune e apprezzata fra i Romani, elaborata mescolando vino e miele.
Munerum indictio: castigo per il quale un legionario era obbligato a realizzare lavori o attivit indegne rispetto alla sua condizione, come accamparsi fuori dall'accampamento o rimanere in piedi tutta la notte di fronte al praetorium. In casi estremi, il castigo poteva implicare il trasferimento in luoghi inospitali o l'incarico di missioni ad alto rischio.
Mura serviane: mura erette dai Romani all'inizio della Repubblica per proteggersi dagli attacchi delle citt latine con cui si contendevano l'egemonia del Lazio. Queste mura protessero la citt per secoli fino a quando, decine di generazioni dopo, durante l'impero, vennero erette le grandi mura aureliane. Alcuni resti delle mura serviane sono ancora visibili nei pressi della stazione ferroviaria Termini a Roma.
Murice: squisita vongola rossa molto apprezzata dai Romani.
Neapolis: il quartiere nuovo dell'antica Siracusa, fatto aggiungere da Dionisio nell'ampliamento delle mura della citt verso ovest.
Nefasti: giorni sfavorevoli per organizzare atti pubblici o celebrazioni.
Nefti: dea egizia. Nefti  il suo nome greco e Nebet-Het il suo nome egizio, che significa signora della casa. Rappresenta l'oscurit.
Nequaquam ita sit: formula con la quale si votava contro una mozione nell'antico Senato di Roma e che significa che in nessun modo sia tale.
Nettuno: in origine era il dio dell'acqua dolce. Poi, per assimilazione con il dio greco Poseidone, divenne anche la divinit delle acque del mare.
Nihil vos teneo: non ho pi nulla (da trattare) con voi, formula con la quale il presidente del Senato di Roma chiudeva la sessione.
Nimbus: gioiello prezioso, di solito formato da una lamina d'oro e di perle che un filo sottile o nastro di lino sorreggeva sulla fronte. Era pi piccolo di un diadema. Plauto menziona un nimbus in una delle sue opere. Questi gioielli erano molto apprezzati perch rendevano visibilmente pi piccola la fronte delle donne romane, dal momento che nell'antica Roma una fronte femminile ampia e spaziosa non era considerata bella. Il nome del gioiello fa riferimento alla luce che circonda la nuca di una dea.
Nobilitas: gruppo scelto dell'aristocrazia romana repubblicana, formato da tutti coloro che in qualche momento del cursus honorum avevano raggiunto il grado di console, ossia la massima magistratura dello Stato.
Nodus Herculeus: un nodo con cui si legava la tunica della sposa nelle nozze romane, che rappresentava il carattere indissolubile del matrimonio. Solo il marito poteva sciogliere quel nodo, nel letto nuziale.
Nomen: noto anche come nomen gentile o gentilicium, indica la gens o trib a cui apparteneva la persona. Il protagonista di questo romanzo apparteneva alla gens Cornelia, per questo il suo nomen era Cornelio.
Nut: conosciuta anche come la Grande Dea che diede alla luce gli di, era la dea egizia del cielo, colei che aveva creato l'universo e gli astri. Veniva raffigurata come una donna ricurva simboleggiante la volta celeste, anche se, come in altri casi di di egizi, poteva essere raffigurata anche in altri modi, per esempio come una vacca o sopra il marito Geb (Terra). Le sue quattro estremit simboleggiavano i pilastri su cui si sosteneva il cielo.
Oppugnatio repentina: attacco improvviso e fulmineo. In questi casi, le legioni si lanciavano contro il nemico, su un accampamento o contro le citt senza fermarsi, senza frenare l'avanzata. Si giocava quindi il fattore sorpresa, dal momento che abitualmente, quando i due eserciti nemici si affrontavano faccia a faccia, passava qualche giorno prima del combattimento vero e proprio.
Optio carceris: castigo per il quale un legionario era condannato a scontare la pena in prigione.
Paludamentum: indumento aperto (sul davanti) e chiuso da una fibbia, simile al sagum degli ufficiali ma pi lungo e di color porpora. Era come un grande mantello che distingueva il generale di un esercito romano.
Panis militaris: pane per i soldati.
Parentalia: rituali in onore dei defunti che si celebravano fra il 13 e il 21 di febbraio.
Pater familias: il capofamiglia sia durante le celebrazioni religiose sia agli effetti giuridici.
Patres conscripti: padri coscritti; formula abituale per riferirsi ai senatori. Come descritto nel romanzo, il termine deriva dall'antica formula patres et conscripti.
Patria potestas: l'insieme dei diritti e dei doveri che le leggi dell'antica Roma riconoscevano ai genitori rispetto alla vita e ai beni dei loro figli.
Pecuniaria multa: castigo per il quale si privava un legionario del suo salario, in tutto o in parte.
Penati: le divinit che proteggono la casa.
Peristilium (o peristylium): copiato dai Greci, si trattava di un ampio patio porticato, aperto e circondato dalle stanze. Di solito i Romani approfittavano di questi spazi per creare giardini lussureggianti, con fiori e piante esotiche.
Pileus: berretto frigio della statua di Marsia situata nel Foro. Il berretto simboleggiava la libert e i liberti desideravano toccarlo dopo essere stati manomessi, cio liberati.
Pilum, pila: singolare e plurale dell'arma tipica degli hastati e dei principes. Era formata da una lunga asta di legno che misurava fino a un metro e mezzo e terminava con un ferro altrettanto lungo. Ai tempi dello storico Polibio e, probabilmente, all'epoca di questo romanzo, il ferro era fissato al legno per met della sua lunghezza con forti ribattini. In seguito si sarebbe trasformata e uno dei ribattini sarebbe stato sostituito da un perno, che si rompeva quando l'arma era conficcata nello scudo nemico, in modo che il manico di legno restasse appeso al ferro infilzato nello scudo ostacolando l'avversario, che spesso era obbligato ad abbandonare l'arma difensiva. All'epoca di Cesare, si ottenne lo stesso risultato in modo diverso, attraverso una punta di ferro che era impossibile estrarre dallo scudo. Il peso del pilum oscillava fra gli 0,7 e i 1,2 chili e poteva essere lanciato dai legionari a una media di venticinque metri di distanza, anche se i pi esperti arrivavano fino a quaranta. Cadendo, poteva attraversare fino a tre centimetri di legno e perfino una placca di metallo.
Pinakes: la grande opera di Callimaco, uno dei bibliotecari della Biblioteca di Alessandria. Tolomeo II, re d'Egitto, incaric Callimaco di catalogare i fondi della biblioteca. Callimaco scrisse allora pi di 120 tavolette o pinakes, da qui il nome dell'opera. In realt il titolo completo dell'opera era il seguente: Tavole di persone eminenti in ogni ramo del sapere collegate a una lista delle loro opere. Queste tavolette rappresentarono l'intento di realizzare un catalogo dettagliato dei contenuti della grande biblioteca e per questo Callimaco viene considerato spesso il padre dei bibliotecari. I Pinakes non si sono conservati e di essi conosciamo solo la loro esistenza dai molti autori antichi che li hanno consultati.
Polluce: insieme al fratello Castore, uno dei Dioscuri greci assimilati dalla religione romana. Il loro tempio, dei Castori o dei Dioscuri, fu sempre particolarmente legato all'ordine degli equites o cavalieri romani. Il nome dei due di era usato con frequenza come interiezione all'epoca della nostra storia.
Pomerium: letteralmente oltre il muro. Nella Roma classica si riferiva ai confini che delimitavano il cuore sacro della citt dove, tra le altre cose, era proibito portare armi, divieto che fu spesso violato durante i disordini della Roma repubblicana e imperiale. I confini del pomerium vennero stabiliti dal re Servio Tullio e permasero inalterati finch Silla li ampli durante la sua dittatura. Si dice che una fila di sacerdoti che percorrevano l'interno della citt marcasse il limite del suo centro inviolabile.
Pontifex maximus: massima autorit sacerdotale della religione romana. Viveva nella Regia e aveva piena autorit sulle vestali, elaborava il calendario (con i suoi giorni fasti o nefasti) e redigeva gli Annali di Roma.
Popa: persona che durante un sacrificio riceveva l'ordine di uccidere l'animale, di solito con un colpo mortale alla testa della bestia sacrificata.
Porta Capena: una delle porte delle Mura serviane, vicina alle pendici del Colle Celio.
Porta Carmentale: porta tra il Foro Olitorio e il Campidoglio, che dava accesso al Campo Marzio.
Porta decumana: la porta di un accampamento romano che si trova alle spalle del praetorium del generale.
Porta Fontus: porta nord-occidentale che dava accesso alla via Flaminia.
Porta praetoria: la porta di un accampamento romano che si trova di fronte al praetorium del generale.
Porta principalis dextera: la porta di un accampamento romano che si trova alla destra del praetorium del generale.
Porta principalis sinistra: la porta di un accampamento romano che si trova alla sinistra del praetorium del generale.
Porta triumphalis: porta senza una precisa collocazione dalla quale il generale vittorioso entrava in citt durante la parata celebrativa del trionfo.
Portica: tutto ci che rimaneva alle spalle di un ugure mentre traeva auspici o interpretava il volo degli uccelli. Ci che rimaneva davanti a lui era nominato antica.
Portus Magnus: nome con cui era conosciuto il pi grande dei due porti di Siracusa, un'impressionante baia che ospitava una delle maggiori flotte del Mediterraneo nell'antichit.
Praefecti sociorum: prefetto degli alleati, ossia gli ufficiali al comando delle truppe ausiliarie che accompagnavano le legioni. Venivano nominati direttamente dal console. Gli alleati di origine italica erano gli unici a godere del diritto di essere considerati socii.
Praenomen: nome proprio di una persona, che poi era completato dal nomen, o denominazione della gens, e dal cognomen, o nome di famiglia. Nel caso del protagonista di L'Africano e Invicta Legio il praenomen  Publio. Rispetto alla grande variet di nomi di cui disponiamo oggi, stupisce la scarsa variet offerta dal sistema romano: c'era solo un piccolo gruppo di praenomina fra cui scegliere. A questo bisogna aggiungere il fatto che ogni gens o trib di solito ricorreva a una ristretta scelta di nomi ed era molto frequente che i membri della stessa famiglia avessero identico praenomen, nomen e cognomen, generando cos una certa confusione per gli storici o i lettori di opere come questo romanzo. In Invicta Legio si  cercato di ovviare al problema accludendo un albero genealogico della famiglia di Publio Cornelio Scipione e riferendosi ai protagonisti come a Publio padre o Publio figlio. Nel caso degli Scipioni, infatti, per fare un esempio, di solito venivano usati solo tre praenomina: Gneo, Lucio e Publio.
Praetorium: tenda del generale di un esercito romano. Si erigeva al centro dell'accampamento, tra il quaestorium e il Foro.
Prandium: pranzo. Il prandium includeva solitamente carne fredda, pane, verdura fresca, frutta ed era accompagnato da vino. Si trattava generalmente di un pasto frugale, come la colazione, mentre la cena era il pasto pi abbondante.
Praetor peregrinus: si trattava di un pretore che accompagnava quello urbanus e si cre perch si occupasse, di fronte all'arrivo di numerosi stranieri a Roma man mano che cresceva la potenza della citt, delle varie questioni o reclami degli ospiti stranieri.
Praetor urbanus: rappresentava il potere legislativo all'interno della citt di Roma e solo su cittadini romani. Era sempre accompagnato da due lictores all'interno della citt e da sei quando usciva da Roma. Si trattava di una magistratura annuale e il numero dei praetores venne aumentato negli anni, con la crescita di Roma, da due a sedici. In assenza dei consoli, i praetores potevano convocare il Senato o realizzare altri compiti propriamente consolari.
Prima mensa: prima portata in un banchetto o pasto romano.
Primus pilus: il primo centurione di una legione, generalmente un veterano che godeva della fiducia sia dei tribuni sia del console o del proconsole al comando delle legioni.
Princeps senatus: il senatore pi eminente. Godeva di numerosi privilegi, come quello di poter parlare per primo in una sessione. Durante gli ultimi anni della sua vita, questa condizione rimase permanente per Quinto Fabio Massimo. Dopo di lui, lo stesso Publio Cornelio Scipione sar princeps senatus per diversi anni.
Principes: i legionari che entravano in battaglia dopo gli hastati. Portavano armi simili a quelle degli hastati, di cui il pilum era la pi importante. L'etimologia del nome indica che erano i primi a entrare in combattimento, ma all'epoca della Seconda guerra punica questo ruolo fu assegnato agli hastati.
Principia: ampia strada che nell'accampamento romano univa la porta principalis sinistra alla porta principalis dextera passando davanti al praetorium.
Proserpina: dea regina dell'Inframondo, sposatasi con Plutone dopo che lui la rap.
Proximus lictor: lictor di particolare fiducia, sempre quello pi vicino al console.
Pugio: pugnale lungo circa 24 cm per una larghezza alla base di 6. Grazie a una nervatura centrale, che ne aumentava lo spessore, l'arma era molto resistente e in grado di trapassare una cotta di maglia.
Puls: acqua e farina mescolati in una specie di farinata di grano. Alimento molto comune tra i Romani.
Qart Hadasht: nome cartaginese della capitale del loro impero in Hispania, chiamata Carthago Nova dai Romani e conosciuta oggi come Cartagena.
Quadrireme: imbarcazione militare con quattro file di remi. Variante della trireme.
Quaestor: nelle legioni di epoca repubblicana era incaricato di vigilare su rifornimenti e provviste delle truppe, controllare le spese ed eseguire altri compiti amministrativi.
Quaestorium: grande tenda o struttura dentro un accampamento romano di epoca repubblicana dove risiedeva il quaestor. Di solito era ubicato vicino al praetorium nel centro dell'accampamento.
Quinquereme: imbarcazione militare con cinque file di remi. Variante della trireme.
Quod bonum felixque sit populo Romano Quiritium referimos ad vos, patres conscripti: formula con la quale il presidente del Senato apriva di solito una sessione, che tradotta significa: Riferiamo a voi, padri coscritti, qual  il bene e la felicit per il popolo romano dei Quiriti.
Quo vadis?: espressione latina che significa Dove vai?.
Relatio: lettura o presentazione da parte del presidente del Senato della mozione che si doveva votare o del tema su cui si doveva dibattere durante la sessione in corso.
Rictus: termine che significa smorfia.
Rostra: nell'anno 338 a.C., dopo il trionfo di Menio ad Anzio, si presero sei prue dalle navi catturate e le si usarono per decorare una delle tribune dalle quali gli oratori si rivolgevano al popolo riunito nel grande piazzale del Comitium. Quelle prue presero il nome di rostra.
Ruminal: vedere Ficus ruminalis.
Sagum: indumento militare aperto, solitamente chiuso da una fibula, pi lungo di una tunica e costituito da una lana pi spessa. Il generale portava un sagum pi lungo e di color porpora chiamato paludamentum.
Salio: letteralmente significa saltatore, termine derivante dal fatto che durante le sue spettacolari danze guerriere in onore di Marte, Quirino e altri di ancestrali, il sacerdote realizzava ogni tipo di salto. I salii avevano l'obbligo di custodire gli scudi sacri del re Numa, un obbligo di grande onore tra i Romani e molto rispettato negli eserciti. I loro cortei a marzo, cos come le loro danze in ottobre, erano uno spettacolo alquanto ammirato. Vestivano con tuniche dai bordi color porpora, un grande cinturone di bronzo, spada, daga, un bastone ricurvo e un apex, un copricapo a punta differente da quelli indossati dagli altri collegi sacerdotali romani. Publio Cornelio Scipione fu uno dei pi noti membri di questo collegio di eletti.
Sarissa: lunga lancia di dimensioni variabili, tra i 4 e i 7 metri di lunghezza, utilizzata dalla fanteria degli eserciti ellenici. Fu introdotta da Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, e poi usata proprio dall'esercito di Alessandro e dai suoi generali dopo la morte di quest'ultimo.
Saturnalia: grandi feste in cui la sregolatezza era all'ordine del giorno. Venivano celebrate dal 17 al 23 dicembre in onore del dio Saturno, la divinit dei semi nella terra.
Schedae: fogli di papiro sciolti usati per scrivere. Una volta utilizzati, potevano essere uniti a formare un rotolo.
Scipio: bastone in latino, termine da cui prende nome la famiglia degli Scipioni.
Scorpione: macchina usata per lanciare pietre, pensata per essere utilizzata durante un assedio.
Secunda mensa: seconda portata in un banchetto romano.
Sella: il pi semplice dei sedili romani. Equivale a uno sgabello.
Sella curulis: come la sella, mancante di schienale, ma un sedile di gran lusso, con gambe incrociate e ricurve d'avorio, pieghevoli per facilitarne il trasporto, poich si trattava del seggio che accompagnava il console durante i suoi spostamenti civili o militari.
Senaculum: ce n'erano due, uno di fronte all'edificio della Curia dove si riuniva il Senato e un altro vicino al tempio di Bellona. Entrambi erano spazi aperti e molto probabilmente porticati. Il primo era impiegato dai senatori per riunirsi e deliberare, mentre quello che si trovava vicino al tempio di Bellona era utilizzato per ricevere gli ambasciatori stranieri ai quali non era permesso di entrare in citt.
Senatum consulere: mozione presentata da un console davanti al Senato per sollecitare la sua approvazione.
Serapide: dea egizia frutto di una sintesi tra la religione greca e quella egizia tradizionale. Il suo culto venne promosso da Tolomeo I con l'intento di conciliare entrambe le religioni e culture, avendo l'Egitto precedentemente rifiutato i re stranieri che non rispettavano le divinit egizie.
Sibyllinus: particolare, stravagante, strano. Termine che deriva dalla Sibilla Cumana, la profetessa che offr al re Tarquinio i libri con le profezie sul futuro di Roma, spesso interpretate dai sacerdoti nei modi pi svariati e con scopi opportunistici in base alle necessit dei governi romani. I tre libri della Sibilla Cumana, o Sybillini, furono custoditi nel tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio fino a quando, nell'83 a.C., un incendio non li danneggi gravemente. Dopo la loro ricomposizione, Augusto li deposit nel tempio di Apollo Palatino.
Signifer: portatore di insegne.
Silicernium: banchetto funebre.
Solium: sobrio e austero sedile di legno con schienale retto.
Statu quo: espressione latina che significa nello stato o situazione attuale.
Status: termine latino che significa lo stato o condizione di una cosa. Pu riferirsi alla condizione di una persona in una professione o alla sua posizione sociale.
Stilus: piccolo stilo impiegato per scrivere sulle tavolette di cera incidendo le lettere, oppure su un papiro utilizzando della tinta nera o colorata.
Stipendium: salario delle legioni. Ai tempi di Scipione, secondo quanto indica lo storico Polibio, un legionario guadagnava due oboli al giorno, un centurione quattro e un cavaliere una dracma.
Stola: tunica o mantello che faceva parte dell'abito delle matrone romane. Di solito era lunga fino ai piedi e senza maniche. Era fissata sulle spalle con due piccole chiusure chiamate fibulae e al busto con due sottili cinture, una sotto il seno e una attorno alla vita.
Stratego: in origine il termine si riferiva a un magistrato dell'antica Atene. Poi si svilupp fino a indicare un generale o comandante dell'esercito dell'antica Grecia. Nei regni ellenistici si applic anche per i governanti militari.
Sub hasta: letteralmente sotto l'asta o l'insegna della legione. Sotto tale asta si ripartiva il bottino dopo una vittoria, che poteva includere la vendita dei prigionieri come schiavi.
Sufeta: incarico amministrativo di Cartagine equivalente a quello del console a Roma. Annibale fu eletto sufeta e con il suo impegno per sanare i conti dello Stato si scontr istituzionalmente con il Senato e il Consiglio degli Anziani della citt.
Tabernae novae: botteghe nel settore a nord del Foro, generalmente macellerie.
Tabernae septem: botteghe nella parte nord del Foro, incendiate nel 210 o 209 a.C. e ricostruite come tabernae quinque.
Tabernae veteres: botteghe nella parte sud del Foro, occupate da cambiavalute.
Tablinum: stanza situata sul lato opposto dell'atrio rispetto all'entrata principale della domus. Era destinata al pater familias e fungeva da studio privato del padrone di casa.
Tabulae nuptiales: contratto matrimoniale che veniva firmato dai testimoni al termine delle nozze romane, a dare fede dell'evento.
Tanit: dea punico-fenicia della fertilit, origine della vita, il cui culto coincideva con quello della dea madre venerata in tante culture del Mediterraneo occidentale. I Greci la assimilarono a Era e i Romani a Giunone.
Tefnut: significa Signora della fiamma ed era la dea egizia dell'umidit e della rugiada, rappresentata con la testa di leone.
Tempio di Apollo: uno dei grandi templi di Siracusa, con sei colonne sul lato pi corto e diciassette su quelli pi lunghi laterali, tutte in stile dorico. Costruito nel VI secolo a.C.
Tempio di Artemide: tempio dedicato alla dea Artemide costruito al centro dell'isola di Ortigia a Siracusa.
Tempio di Atena: a Siracusa, uno dei maggiori templi della citt, costruito nel V secolo a.C., successivamente riconvertito nella cattedrale della citt, con sei colonne frontali e quattordici laterali, tutte doriche e ancora visibili, che fungono da supporto della maggior parte della struttura dell'edificio. Le sue colonne sono note per il loro enorme diametro.
Tempio di Giove Libert: tempio innalzato sul colle Aventino da Gracco nel 238 a.C.
Terrazza delle Epipole: grande terrazza a ovest dell'ampliata citt di Siracusa, costruita attraverso l'annessione di nuovi terreni con la costruzione delle mura di Dionisio.
Tessera: piccola tavoletta su cui erano riportati alcuni segni relativi ai quattro turni della guardia notturna di un accampamento romano. Le sentinelle dovevano consegnare la tessera ricevuta alle pattuglie di guardia, che controllavano i posti di vigilanza durante la notte. Se una sentinella non consegnava la tessera perch aveva abbandonato il posto di guardia, per dormire o per svolgere qualunque altra attivit, veniva condannata a morte. Le tesserae venivano impiegate anche in ambiti molto diversi della vita civile, per esempio come equivalenti dei nostri biglietti d'entrata a teatro. I cittadini si recavano al luogo della rappresentazione con la propria tessera in cui era indicato il posto a sedere per ogni singolo spettatore.
Tituli: durante l'epoca di Scipione l'Africano, i tituli erano tavolette che si esibivano durante il trionfo e che rappresentavano le imprese del generale che sfilava per dimostrare il merito di un tale onore. Curiosamente, la Chiesa adott il termine per riferirsi alle prime e pi antiche chiese della Roma di Costantino.
Toga praetexta: toga bianca ornata di rosso che veniva consegnata al bambino durante una cerimonia di carattere festivo, in cui erano distribuiti dolci e monete. Era la prima toga che il bambino indossava e sarebbe stata il suo indumento ufficiale fino all'ingresso nell'adolescenza, quando sarebbe stata sostituita dalla toga virilis.
Toga virilis: toga che sostituiva la toga praetexta dell'infanzia. Questa nuova toga veniva consegnata al giovane durante i Liberalia; in occasione di questa festivit, infatti, gli adolescenti venivano introdotti al mondo adulto nel corso di una cerimonia che culminava con la deductio in forum.
Tonsor: barbiere.
Torquis: decorazione militare a mo' di collana.
Trabea: abbigliamento tipico dell'ugure: una toga con strisce color porpora o scarlatte.
Triarii: i legionari pi esperti della legione. Entravano in combattimento per ultimi, rimpiazzando la fanteria leggera, gli hastati e i principes. Erano armati con uno scudo rettangolare, la spada e, invece delle lance corte, una lunga picca con cui attaccavano il nemico.
Triclinium: letto su cui i Romani si sdraiavano per mangiare, soprattutto durante la cena. Solitamente erano tre, ma se ne potevano aggiungere altri, in presenza di invitati.
Trireme: nave militare prototipo della galea. Il nome romano si riferisce ai tre ordini di remi, sui due lati. Questo tipo di imbarcazione venne usato nelle battaglie navali fin dal VII secolo a.C. Alcuni sostengono che siano state inventate dagli Egizi, anche se gli storici ritengono che le triere corinzie siano l'antecedente pi probabile. In particolare, Tucidide attribuisce l'invenzione della trireme ad Aminocle. Gli eserciti antichi si dotavano di queste navi come base delle loro flotte, a cui aggiungevano altre navi pi grandi con pi ordini di remi. Apparvero cos le quadriremi, con quattro ordini, o le quinqueremi, con cinque. Si arriv a costruire navi di sei ordini di remi o di dieci, come quelle che fecero da navi ammiraglie durante la battaglia di Azio, fra Ottaviano e Marco Antonio. Caligeno ci descrive un autentico mostro marino di quaranta ordini, costruito sotto il regno di Tolomeo IV Filopatore (221-203 a.C.), contemporaneo di Scipione l'Africano, ma se anche un'imbarcazione simile fosse esistita davvero, si sarebbe trattato pi di una sorta di giocattolo reale che di una nave utile a muoversi nel corso di una battaglia navale.
Trionfo: parata in pompa magna in onore di un generale vittorioso lungo le strade di Roma. La vittoria per la quale si richiedeva questo premio doveva essere stata conquistata durante il mandato in qualit di console o proconsole di un esercito consolare o proconsolare.
Triumviri: legionari impiegati come vigilanti a Roma o nelle citt conquistate. Pattugliavano frequentemente durante la notte e controllavano il mantenimento dell'ordine pubblico.
Tubicines: trombettieri delle legioni che facevano risuonare le grandi tube con le quali si davano gli ordini per manovrare le truppe.
Tubilustrium: giorno festivo a Roma nel quale si celebrava la purificazione delle trombe e delle tube da guerra. Aveva luogo ogni 23 maggio.
Tueris: dea egizia della fertilit, protettrice delle donne gravide.
Tullianum: prigione sotterranea, umida e maleodorante della Roma antica, scavata nei sotterranei della citt durante la leggendaria epoca di Anco Marzio. Le condizioni erano terribili e praticamente nessuno riusciva a uscirne vivo.
Tunica intima: tunica o camicia leggera che i Romani indossavano sotto la stola.
Tunica recta: tunica di lana bianca con cui la sposa si recava alla cerimonia nuziale.
Turma: piccolo distaccamento di cavalleria, formato da tre decurie di dieci cavalieri ciascuna.
Ubi tu Gaius, ego Gaia: espressione che veniva utilizzata durante la celebrazione di un matrimonio romano. Significa: Dove sei tu, Gaio, l sar io Gaia, a partire dai nomi romani Gaius (Gaio) e Gaia, che venivano usati per indicare una persona generica.
Uti tu rogas: formula usata per votare favorevolmente una mozione nel Senato di Roma; significa come chiedi.
Velabrum: quartiere di Roma tra il Foro Boario e il Campidoglio. Prima della costruzione della Cloaca Massima era un'area paludosa.
Velites: fanteria leggera di appoggio alle forze regolari della legione. Erano armati di spada e di uno scudo rotondo pi piccolo di quello degli altri legionari. Di solito entravano in combattimento per primi. Sostituirono un corpo anteriore dalle funzioni simili chiamato leves. Questa sostituzione avvenne intorno al 211 a.C. In questo romanzo abbiamo usato sempre il termine velites in riferimento alle forze di fanteria leggera romana.
Verrucoso: soprannome di Quinto Fabio Massimo derivato dalla grande verruca che aveva sul labbro.
Verutum: dardo da lancio usato dall'antica falange serviana romana che progressivamente venne rimpiazzato da altre armi da lancio.
Vestale: sacerdotessa consacrata al culto della dea Vesta. In principio erano solo quattro, ma in seguito il numero delle vestali fu portato a sei e infine a sette. Erano scelte quando avevano fra i sei e i dieci anni, da famiglie i cui genitori fossero ancora in vita. Il periodo di sacerdozio era di trent'anni. Al termine, le vestali erano libere di contrarre matrimonio, se lo desideravano. Durante il sacerdozio, per, dovevano restare caste e custodire il fuoco sacro della citt. Se venivano meno ai loro voti, erano condannate a essere interrate vive. Se invece tenevano fede ai voti, godevano di grande prestigio sociale, tanto che potevano chiedere la grazia per qualunque condannato a morte accompagnato all'esecuzione. Vivevano in una grande residenza nei pressi del tempio di Vesta. Erano incaricate anche di preparare la mola salsa, l'alimento sacro usato in molti sacrifici.
Via Appia: strada romana che parte dalla Porta Capena di Roma verso il Sud dell'Italia.
Via Labicana: strada romana che partiva dal centro della citt e passava tra il monte Esquilino e il monte Viminale.
Via Latina: strada romana che parte dalla via Appia verso l'interno in direzione sud-est.
Via Nomentana: strada che partiva dal centro di Roma e procedendo in direzione nord arrivava fino a Porta Collina.
Via Nova: via parallela alla via Sacra, vicino al tempio di Giove Statore.
Via Sacra: strada che collegava il Foro di Roma con la via Tuscolana.
Via Tuscolana: strada che partiva dalla via Sacra e attraversava la Porta di Celio.
Victimarius: durante un sacrificio, era la persona incaricata di accendere il fuoco, sorreggere la vittima e preparare gli strumenti necessari per portare a termine l'atto sacro.
Vicus Iugarius: strada che collegava il Foro Olitorio, o mercato delle verdure, vicino alla Porta Carmentale, con il Foro di Roma, circondato sulla parte est dal Campidoglio.
Vicus Tuscus: strada che collegava il Foro Boario con il grande Foro della citt e che per gran parte transitava parallela alla Cloaca Maxima.
Vittoria di Pirro: vittoria conseguita dal re dell'Epiro durante la sua campagna contro i Romani nella penisola italica nel III secolo a.C. Il re di origine greca collezion diverse di queste vittorie, che per non davano risultati pratici, tanto che alla fine i Romani lo obbligarono a ritirarsi. Da qui l'espressione, che si usa ancora oggi, per indicare una vittoria raggiunta a un prezzo troppo alto o un risultato che porta scarsi benefici.
Voti damnatus, voti condemnatus, voti reus: forme diverse per riferirsi al fatto di essere obbligati a mantenere una promessa a costo di qualunque cosa. Nel romanzo si riferisce alla promessa di Gaio Lelio al padre di Publio Cornelio Scipione di proteggere sempre, anche con la propria stessa vita, il giovane Publio (si veda il romanzo L'Africano).
Volcanal: era un'area all'aperto dove si eresse un santuario in onore del dio Vulcano quando Romolo e Tazio fecero la pace. Si trovava a nord-ovest del Foro e a ovest del Comitium, occupando parte dello spazio che Cesare avrebbe impiegato per innalzare il suo Foro.
Zeus: dio supremo della mitologia greca che venne assimilato a Giove nella religione romana. Era particolarmente adorato a Pergamo.
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ALBERO GENEALOGICO DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS
I nomi sottolineati sono quelli dei personaggi principali della nostra storia. Al centro dello schema  messo in risalto il protagonista.
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LA CORTE DI RE ANTIOCO III DI SIRIA E IL SUO ALBERO GENEALOGICO
Di seguito si riporta l'albero genealogico dei vari re e/o imperatori dell'impero seleucide, che all'epoca del suo massimo splendore si estendeva dall'Egeo fino all'India. Ai tempi del nostro romanzo, gli Scipioni hanno affrontato il sesto re di questa dinastia, Antioco III, conosciuto anche come Basileus Megas, che regn dal 223 al 187 a.C.
Tutte le date dello schema sono a.C. Le linee discontinue indicano che la relazione non  completamente confermata. L'ellisse mostra i due re seleucidi, Antioco III e suo figlio Seleuco IV, personaggi del romanzo. Come si pu notare, si tratta di due sovrani regnanti nel momento centrale della dinastia, quindi quello di maggior splendore dell'impero seleucide fino a che non avvenne la battaglia di Magnesia.

La corte di re Antioco III era composta da generali come Toante, Minione, Filippo e da suo figlio Seleuco, che gli succeder al trono col nome di Seleuco IV (come si pu constatare nel diagramma), da suo cugino Antipatro e da due importanti consiglieri: Epifane ed Eraclide. A questi ultimi si aggiunger, per un certo periodo, Annibale Barca, in qualit di consigliere militare durante la guerra di Siria contro Roma.
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ELENCO DEI CONSOLI DI ROMA
Di seguito si trova un elenco dei consoli della Repubblica di Roma (le magistrature pi alte dello Stato) durante gli anni in cui si svolge la trilogia su Scipione, ossia dal 235 fino al 183 a.C., data della morte di Publio Cornelio Scipione. I nomi in corsivo sono quelli dei consoli che compaiono come personaggi o che vengono citati durante il racconto. Il termine suffectus fra parentesi indica che si tratta di un console che ne ha sostituito un altro, perch deceduto sul campo di battaglia o perch il Senato lo aveva ritenuto necessario.
235 - T. Manlio Torquato e G. Atilio Bulbo
234 - L. Postumio Albino e Sp. Carvilio Massimo
233 - Q. Fabio Massimo e M. Pomponio Matone
232 - M. Emilio Lepido e M. Publicio Malleolo
231 - M. Pomponio Matone e G. Papirio Masone
230 - M. Emilio Barbula e M. Giunio Pera
229 - L. Postumio Albino e Gn. Fulvio Centumalo
228 - Sp. Carvilio Massimo e Q. Fabio Massimo
227 - P. Valerio Flacco e M. Atilio Regolo
226 - M. Valerio Massimo Messalla e L. Apustio Fullone
225 - L. Emilio Papo e G. Atilio Regolo
224 - T. Manlio Torquato e Q. Fulvio Flacco
223 - G. Flaminio Nepote e P. Furio Filo
222 - Gn. Cornelio Scipione e M. Claudio Marcello
221 - P. Cornelio Scipione Asina e M. Minucio Rufo; M. Emilio Lepido (suffectus)
220 - M. Valerio Levino e Q. Mucio Scevola; G. Lutazio Catulo (suffectus) e L. Veturio Filone (suffectus)
219 - L. Emilio Paolo e M. Livio Salinatore
218 - P. Cornelio Scipione e T. Sempronio Longo
217 - Gn. Servilio Gemino e G. Flaminio Nepote; M. Atilio Regolo (suffectus)
216 - L. Emilio Paolo e G. Terenzio Varrone
215 - T. Sempronio Gracco e L. Postumio Albino; M. Claudio Marcello (suffectus) e Q. Fabio Massimo (suffectus)
214 - Q. Fabio Massimo e M. Claudio Marcello
213 - Q. Fabio Massimo e T. Sempronio Gracco
212 - Ap. Claudio Pulcro e Q. Fulvio Flacco
211 - P. Sulpicio Galba e Gn. Fulvio Centumalo
210 - M. Valerio Levino e M. Claudio Marcello
209 - Q. Fabio Massimo e Q. Fulvio Flacco
208 - M. Claudio Marcello e T. Quinzio Crispino
207 - C. Claudio Nerone e M. Livio Salinatore
206 - Q. Cecilio Metello e L. Veturio Filone
205 - P. Cornelio Scipione e P. Licinio Crasso
204 - M. Cornelio Cetego e P. Sempronio Tuditano
203 - Gn. Servilio Cepione e G. Servilio Gemino
202 - T. Claudio Nerone e M. Servilio Pulice Gemino
201 - P. Cornelio Lentulo e P. Elio Peto
200 - P. Sulpicio Galba Massimo e C. Aurelio Cotta
199 - L. Cornelio Lentulo e P. Villio Tappulo
198 - Ses. Elio Peto Catone e T. Quinzio Flaminino
197 - C. Cornelio Cetego e Q. Minucio Rufo
196 - L. Furio Purpureo e M. Claudio Marcello
195 - L. Valerio Flacco e M. Porcio Catone
194 - P. Cornelio Scipione e Ti. Sempronio Longo
193 - L. Cornelio Merula e Q. Minucio Termo
192 - L. Quinzio Flaminino e Gn. Domizio Enobarbo
191 - P. Cornelio Scipione Nasica e M. Acilio Glabrione
190 - L. Cornelio Scipione e Gaio Lelio
189 - M. Fulvio Nobiliore e Gn. Manlio Vulsone
188 - M. Valerio Messalla e C. Livio Salinatore
187 - M. Emilio Lepido e G. Flaminio
186 - Sp. Postumio Albino e Q. Marzio Filippo
185 - Ap. Claudio Pulcro e M. Sempronio Tudiano
184 - P. Claudio Pulcro e L. Porcio Licino
183 - M. Claudio Marcello e Q. Fabio Labeone
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FINE.